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Ah, gli inglesi!

Corse dei cani a Londra. E abbiamo detto tutto.

 

C’è stato un momento, nella storia di Londra, in cui i cinodromi in città erano più di trenta. Oggi sono tre e boccheggiano per rimanere in vita: il numero di presenze che accolgono non è sufficiente a giustificare il fatto che non siano ancora stati demoliti per fare spazio all’edilizia residenziale di cui Londra, si sa, non è mai satura.

Il declino delle corse dei cani come esperienza comunitaria non è certo una novità del millennio: è un processo in atto da cinquant’anni, uno spazio di tempo durante il quale questo sport ha subìto rallentamenti vorticosi e rincorse a perdifiato. Ciò che rimane, oggi, è la carcassa malnutrita e nostalgica di un’attività che attirava migliaia di persone e che, nella sua storia, ha ispirato una curiosa sequela di edifici art déco e neon colorati, riappropriandosi di un animale che, fino ad allora, era stato proprietà esclusiva di una classe sociale: l’aristocrazia.

Ah, Regno Unito, placido generatore di differenze sociali! Da prima ancora della conquista normanna dell’Inghilterra (cioè il 1066), il levriero è sempre stato il cane dell’élite. Non stiamo parlando dello sfoggio di un certo status come, che ne so, pubblicare foto del proprio jet privato su Instagram, stiamo parlando del fatto che i re medievali proibivano letteralmente alla plebe di possedere levrieri.

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Boh. Davvero. Boh.

E così, attraverso i secoli, complici i loro editti su misura, le classi privilegiate hanno sviluppato la propria morbosa passione per i docili raptor canini. C’era chi si faceva decorare la tomba con effigi di Fido, c’era chi dava i natali all’antenato delle odierne corse di cani: il coursing, una specie di Red e Toby-ma-con-le-lepri in cui, per sport, si aizza un gruppo di cani a rincorrere un animale più piccolo e teoricamente più rapido (il coniglio).

Fino agli anni Venti del Novecento, conferma lo storiografo delle corse James Matheson, l’allevamento e l’addestramento del cane preferito dei ricchi è rimasto “nelle mani di uomini e donne con una certa disponibilità economica”. Dopodiché, l’introduzione di una piccola lepre elettrica, ha rivoluzionato per sempre l’accesso al levriero: lo spostamento dello sport in uno spazio vasto, cittadino, non rurale, implicava – inevitabilmente – la sua massificazione. In brevissimo tempo e per la prima volta nella storia dell’Inghilterra, il levriero si trasformava in animale di culto delle classi medie e del proletariato.

Generalmente, da stranieri, gli stereotipi filtrati dell’inglesità che ci raggiungono sono quelli delle classi più agiate. Bombette, cavalli, il rituale del tè come roba chic con i pasticcini ordinati per dimensione e le teiere di porcellana, le abitudini dei reali (quando mia nonna chiede ai miei amici inglesi “Ma in Inghilterra si seguono le vicende della regina così tanto come da noi?” i miei amici inglesi di norma rispondono “Che regina?”). È il motivo per cui abbiamo comprato in fretta e furia Quattro matrimoni e un funerale ma abbiamo impiegato cinque anni a proiettare nelle sale italiane This Is England, avendo la presunzione che, gli italiani, certi aspetti culturali dell’Inghilterra non potessero comprenderli.

C’è un’inglesità meno suscettibile all’esportazione, forse perché più stratificata e inafferrabile, che rimane saldamente ancorata all’arcipelago britannico, quasi a mantenere un segreto condiviso. È l’inglesità del pub contro il tè delle cinque, delle corse dei cani contro le corse dei cavalli, del geezer contro il “cockney” dei libri di testo. È un’umanità varia, che trascende l’appartenenza di classe. Rimane intagliata nella roccia da Parklife dei Blur, un album bellissimo e culturalmente denso quanto datato, e che non a caso presenta in copertina il cinodromo di Walthamstow, a Londra. Che fosse un’operazione commerciale per identificare i Blur come detentori di un’inglesità autentica o che non lo fosse (e noi sappiamo che lo era), immortalava per sempre uno sport che già allora apparteneva al passato e che era difficile spiegare altrove nel mondo (a parte forse in Australia).

C’è un’inglesità meno suscettibile all’esportazione, forse perché più stratificata e inafferrabile, che rimane saldamente ancorata all’arcipelago britannico, quasi a mantenere un segreto condiviso.

Si parla spesso del declino delle corse di levrieri, ma le presenze negli spazi superstiti, tutt’oggi, potrebbero sorprendere un neofita.

Al limite estremo dell’area metropolitana di Londra, il cinodromo di Crayford è sinonimo della cittadina cui appartiene a tal punto che, attualmente, il dominio crayford.com è occupato da un sito che parla di levrieri. La prima volta che ci sono entrata era un martedì pomeriggio. Intorno a me, circondate dall’odore di patatine condite con l’aceto, c’erano all’incirca quaranta persone. Famiglie con neonati in carrozzina, anziane con la permanente lilla, ragazzini di cinque anni, un’adunanza di amiche, un signore ben vestito che sembrava uscito da Only Fools and Horses, con la coppola e un impermeabile lungo beige, intento a leggere i quotidiani con una lente di ingrandimento e a rivolgertisi chiamandoti “miss”. Tutti i presenti sembravano a proprio agio nel parlare di Young Pumba e Big Bubbles, levrieri su cui avevano appena scommesso, come se fossero membri della propria famiglia, mentre i cani, appena usciti dalle gabbie, cagavano a coda bassa e si preparavano ai loro trenta secondi di gloria. L’aria brulicava di energia e vaga disperazione per le scommesse perse. Ciò che cambia, nelle corse del fine settimana, non è l’atmosfera, ma il numero di presenti: per ogni signora con la permanente audace si aggiungono quattro o cinque ubriachi un po’ molesti, ma la varietà rimane. Prima di entrare a Crayford, mi aspettavo di trovarmi faccia a faccia con uno sparuto gruppo di vittime del racket delle scommesse, e invece ho sbattuto il naso contro la realtà: un’attività per famiglie che commemorano ciò che, a loro volta, facevano i loro genitori.

 

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L’automatizzazione delle corse negli anni Venti era andata bene per le classi basse – che avevano accesso a uno sport senza che re medioevali dicessero loro cosa fare – ed era andata altrettanto bene per le lepri, che non venivano più martoriate da cani rapidissimi. Per i levrieri, la storia delle corse, è sempre stata meno luminosa. Per anzianità, per lesioni o per spossatezza, gli atleti vengono mandati in pensione intorno ai cinque anni di età. Ai tempi d’oro, quando trentamila levrieri venivano allevati per correre, ciò equivaleva a adozioni, abbandoni, o, nei peggiori dei casi, all’eutanasia. Soltanto negli ultimi vent’anni, quando il numero dei cani si era già automaticamente ridotto, si è giunti a una regolamentazione più ferrea.

Non sarebbe corretto presumere che, per gli umani, le cose si mettano inevitabilmente meglio. Ogni quindici minuti, al cinodromo, si apre un nuovo giro di scommesse. Considerando i 450 mila “dipendenti da gioco” del Regno Unito (dati del 2010, ultima indagine condotta dalla British Gambling Prevalence Survey), al di là delle famiglie felici, al di là delle amiche che si godono un martedì, le vittime non sono soltanto i cani. Sono proprio le scommesse ad aver sancito, a tutti gli effetti, la vita e la morte del cinodromo: la legalizzazione del gioco d’azzardo nel 1960 e l’apertura, nel 1961, dei centri scommesse, hanno trasferito la maggior parte di coloro che andavano alle corse per il gioco – e non per l’esperienza comunitaria – all’interno delle migliaia di betting shop che popolano ogni strada del Regno Unito.

Intorno a me famiglie con neonati in carrozzina, anziane con la permanente lilla, ragazzini di cinque anni, un’adunanza di amiche, un signore ben vestito con la coppola e un impermeabile lungo beige.

A vederlo sotto questa luce, è facile accettare il declino di uno sport vagamente inattuale per il quale il ricambio generazionale non ha funzionato impeccabilmente. Nonostante i momenti di gloria di Crayford, le presenze sono infinitesimali, se messe a confronto con i cinquanta milioni di spettatori annuali degli Anni Cinquanta, o ai centomila astanti ai Derby del cinodromo di White City (su cui oggi sorgono gli studi BBC). Gli stadi sono troppo vasti per un’attività che si basa in gran parte su una fan base composta di puri scommettitori e che oggi verrebbe considerata di nicchia.

Ai tempi del suo massimo splendore, lo stadio di Walthamstow – la cui facciata sembra uscita da una versione neorealista del Grande Gatsby – era considerato “la Las Vegas della Victoria Line”. Quando ha chiuso definitivamente, nel 2008, era in passivo di centinaia di migliaia di sterline da anni e anni: il terreno su cui sorgeva sarebbe stato più redditizio se riconvertito in fondamenta per condomini. Fare coincidere il declino del cinodromo, spinto ai margini dell’area metropolitana di Londra, con l’imborghesimento della città sarebbe comodo, oltre che insincero (a riassumere i fenomeni che stanno trasformando la capitale basta una breve ricerca su Google Immagini + volto di Boris Johnson).

Il declino in sé è sintomo di eventi storici e mutamenti degli interessi sociali. In breve, le corse dei cani ci hanno provato, ma hanno fallito di fronte allo Zeitgeist e, tuttavia, il cinodromo rimane un faro puntato su un passato in cui ha rappresentato qualcosa a livello sociale, in cui era la luce verde, il futuro orgastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. Oppure, non è niente di tutto questo ed è, essenzialmente, un cinodromo.