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In giro per il Giro

Tutto si può fare in bici. Lo dimostra la competizione a tappe più famosa d'Italia.

 

Prendete un automobilista-tipo, e quello vi spiegherà che l’automobile la usa più per praticità che per vocazione e che il traffico e i parcheggi e la benzina e insomma è un disastro. Prendete un pendolare qualunque, e quello vi spiegherà che i treni e i ritardi e la rete degli autobus e insomma è una catastrofe. Prendete un ciclista a caso, e quello comincerà a elencarvi una serie di motivi per cui spostarsi in bicicletta è una mossa dalle precise scelte non solo etiche, ma persino filosofiche. Di solito, sono persone che tendono a essere anche un filo logorroiche.

Non solo: il discorso cambia a seconda della tipologia di ciclista con cui parlate. Perché chi va in bici da corsa è diverso da chi va in mountain bike, e il seguace dello scatto fisso ha ideali diversi da chi utilizza la bici da passeggio. Da dove vengono tutte queste differenze? Mi sono sempre chiesto perché non ci sia un movimento di idee simile attorno ad altri mezzi di trasporto. Prendete ad esempio l’Hovercraft: non ha le ruote, e va sia sull’acqua che sulla terraferma. E i cingolati dove li mettiamo? La sensazione di potenza e libertà che può darti una ruspa? Forse la ragione è il numero di ruote. Meno ruote = più filosofia. In effetti, la moto è un altro mezzo dal grande bagaglio identitario, basti pensare alla cultura biker o ai booster pimpati con le luci blu. Però questo non spiegherebbe il disinteresse che c’è per il monociclo.

Il fatto è che la trazione umana su due ruote ha un impatto diverso sulla psiche. Lascerei perdere, almeno in questa sede, l’idea per cui andare in bicicletta faccia bene alla salute e non provochi danni all’ambiente. Chi è mosso da questo ideale solitamente pedala solo la domenica, perché negli altri giorni della settimana ha “altro da fare”. Ho visto invece ciclisti che impenitenti pedalavano da anni incuranti di prostate e legamenti devastati. Evidentemente, c’era qualcosa a spingerli nell’impresa.

Se provate a spostarvi in bicicletta da un punto all’altro di una città, o meglio ancora da una città a un’altra, proverete una sensazione precisa: quella di avercela fatta con le proprie gambe. È appagante avere la conferma che si può fare anche senza ricorrere a complicati apparati tecnologici, benzina, orari e biglietti di viaggio. A me andare in bici piace molto, e tutte le volte che ho accompagnato qualcuno a fare delle gitarelle di una ventina di chilometri, ho sempre riscontrato quella sensazione lì: qualche volta magari ripetevi l’esperienza, altre volte no, ma sapevi che era una cosa alla tua portata. Di riflesso, l’effetto si estende anche ad altre cose della vita: sai che con un po’ di tempo e di pazienza puoi arrivare a fare quello che vuoi. E più aumentano le distanze e i dislivelli da affrontare, più questa sensazione si avvicina all’ONNIPOTENZA.

Quello del dopoguerra era un ciclismo selvaggio: regole, leggi e usanze erano ancora tutte da scrivere, e per i corridori non era nemmeno raro finire in mezzo a risse e situazioni pericolose.

Poi c’è tutto il discorso dei neuroni-specchio: sapere di poter arrivare dappertutto senza dover chiedere niente a nessuno è bello, ma lo è anche vedere qualcun altro che lo fa. Scoprire poi che è possibile fare il giro di tutta l’Italia in bicicletta, scalando i monti e le valli, è pure meglio. Credo sia questo il motivo per cui il Giro d’Italia sia ancora popolare nonostante si faccia da qualcosa come centosei anni e novantanove edizioni.

L’effetto che il Giro d’Italia fa sui fan delle bici è l’equivalente di Dragonball per i fan delle botte. Mi è capitato di parlarne con appassionati e conoscitori, e anche con gente che vi ha partecipato come corridore: in tutti i casi, il suo periodo di maggior popolarità resta quello del cosiddetto ciclismo eroico, quello che va dagli anni ’40 fino al 1960. Se vogliamo riassumerlo ricorrendo al tipico dualismo all’italiana (o ai combattimenti di Goku), è il periodo di Coppi contro Bartali. Ma non è solo il fascino della rivalità tra grandi. È che proprio era un Giro altro.

Teniamo sempre presente che parliamo degli anni che partono dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e arrivano al Boom, passando per la Ricostruzione: diciamo che era un momento in cui la “voglia di farcela” era molto importante, in tutti i campi. Erano anche anni in cui pochi possedevano un’automobile, mentre in tanti avevano una bicicletta. Il ciclismo era uno sport di strada esattamente come il pugilato e il pallone, e a livello agonistico non c’era ancora tutto quel lato tecnico-scientifico che ha poi trasformato queste attività in esclusive discipline per esperti.

 

 

Quello del dopoguerra era un ciclismo selvaggio: regole, leggi e usanze erano ancora tutte da scrivere, e per i corridori non era nemmeno raro finire in mezzo a risse e situazioni pericolose. Bartali è stato accoltellato durante un Giro di Francia, mentre Coppi, che era fragilino, si portava appresso una specie di guardia del corpo (un calciatore suo amico) per cavarsela in situazioni del genere. Anche le abitudini durante la corsa erano parecchio diverse da quelle che conosciamo oggi: un vecchio ciclista mi ha raccontato di un tale Sala, un corridore che ogni tappa del Giro d’Italia la affrontava con la sigaretta in bocca, fumando a ripetizione. Si portava due pacchetti di Nazionali nelle tasche sulla schiena, e quando le finiva scroccava le sigarette alle auto al seguito. Altro che “pedalare fa bene alla salute”.

A quei tempi l’alimentazione durante gli allenamenti era principalmente pastasciutta e qualche banana per il potassio, ma non si andava molto più in là. Si correva con maglie di lana che andavano bene anche quando pioveva, e per aumentare l’isolamento non era strano inserire dei semplici fogli di giornale. Le biciclette poi, specialmente agli inizi, non erano il massimo della tecnologia. C’era insomma l’impressione che i mezzi a disposizione di un ciclista professionista non fossero granché diversi da quelli di un dilettante. Bene: se volete provare “l’effetto che fa”, potete ancora oggi percorrere un po’ di quelle strade, magari senza stare a guardare il cronometro e la lunghezza delle tappe.

I pezzi in pianura e collina del Giro, sono tuttora fattibili anche per chi non pedala mai. Ecco ad esempio un paio di tratti molto godibili all’interno della tappa Grosseto-Fiuggi che si corre quest’anno:

Il primo è tra Capalbio e Orbetello: breve, piacevole e quasi del tutto pianeggiante, è per intenderci il classico tratto “adatto anche alle famiglie”. Portandosi la bici sul treno (cosa che potete fare su tutti i regionali), scendete a Capalbio. Nella stazione c’è uno splendido bar dove fare colazione. Uscite dal lato verso la laguna, e da lì c’è una comoda strada pianeggiante in mezzo a un parco naturale. Si incontra anche una splendida pista ciclabile in mezzo alla laguna, e l’unica salita è prima di Ansedonia. Arrivati a Orbetello, potete farvi un giro in città o riprendere direttamente il treno. Un giro di questo genere è sprecato in macchina, e noioso a piedi: è una di quelle parti d’Italia che rende effettivamente meglio quando si va in bicicletta.

Quest’altro invece è un buon assaggio di collina, adatto a chi già pedala più spesso: partendo da Montalto di Castro si prende la strada che va verso l’interno in direzione di Tuscania. Lì le strade sono tutte belle, sia sul percorso ufficiale del Giro che deviando per le strade interne. Dopo una bella visita alle mura di Tuscania, si può andare verso Vetralla se volete seguire il percorso ufficiale, oppure puntare in direzione Viterbo e farsi un bel bagno alle terme prima di riprendere il treno. Ci sono un sacco di pozze, a buon prezzo o anche gratuite, dove ristorarsi dopo la pedalata.

Lo dimostra il Giro: quasi tutta l’Italia si presta alle pedalate. In molti posti addirittura credo abbia senso passarci solo in bici.

Certo, ci sarebbero mille altri percorsi da elencare. Lo dimostra il Giro: quasi tutta l’Italia si presta alle pedalate. In molti posti addirittura credo abbia senso passarci solo in bici: in macchina o motocicletta, sarebbero mete praticamente inutili. In certi paesi magari uno ci va per andare a mangiare alla trattoria rustica, ok; ma ci sono borghi bellissimi che un ristorante manco ce l’hanno, e che ad andarci in automobile si risolverebbero nella classica gita venuta male. In bicicletta invece, basta un panino a pedalata conclusa, e tutto acquista senso.

Non è nemmeno male farsi uno di questi giri prima, e poi vedersi il filmato della stessa strada percorsa dai corridori del Giro: quello che avete vissuto in una giornata, lo vedrete riassunto in un’oretta e mezza! Tanto più quando alle gitarelle in collina sostituiamo le salite vere, che poi sono quelle che fanno la differenza.

Se di nuovo prendiamo spunto dai protagonisti del ciclismo eroico, il Giro d’Italia è tornato sulle salite su cui si inerpicò Fausto Coppi più di una volta, l’ultima delle quali nel 2010. A dire il vero non si tratta di montagne vere e proprie, ma di colline con qualche pendenza in più; essendo nato da quelle parti (Coppi era originario della provincia di Alessandria), ho girato la zona in lungo e in largo, sempre in bicicletta: partendo da Tortona, ci sono un sacco di bei percorsi per arrivare a Castellania, il minuscolo paesello dove è nato il Campionissimo, a 400 metri di altezza. Le salite sono fattibili, ma chiaramente si suda un po’ – almeno se non siete allenati. Nel senso: ho visto i ciclisti del Giro d’Italia passare di là, e sembrava andassero in pianura.

Da lì in poi, valutate voi. Se siete ciclisti, sapete meglio di me quali pendenze vi piace affrontare. Io sono passato qualche volta per l’Appennino Ligure e quello Toscano, sempre tra i percorsi che solitamente si fanno al Giro, e già in quel frangente ho sperimentato la segreta speranza che qualcuno mi sparasse per evitare di dover arrivare in cima alla salita. Una volta sono anche passato per un pezzo della tappa Cuneo-Pinerolo, e mi è bastato vedere qualche pendenza in lontananza per capire che non era cosa mia.

 

 

Proprio la Cuneo-Pinerolo è sicuramente la tappa più significativa e assieme spaventosa del Giro. Sapete, una cosa è vedere i corridori passare per la tua città e percorrere strade su cui tante volte hai pedalato. Un’altra è vederli scalare salite impossibili per arrivare fino a cime simili al Valhalla, dove sai che l’unico mezzo per stargli dietro è salire su un mezzo che al suo interno preveda quantomeno un motore. Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro, Sestriere, le Tre Cime di Lavaredo: sono nomi che ai più ricorderanno al massimo ameni luoghi di villeggiatura, ma che all’appassionato di ciclismo evocano imprese epiche, mitologiche, sovrumane. Qui non siamo più nella sfera del mondo che tutti conosciamo: siamo in quella della pura divinità.

Un sondaggio tra 100 dei più celebri e importanti giornalisti sportivi, ha eletto la Cuneo-Pinerolo del 1949 come la più importante tappa di sempre nella storia del Giro d’Italia. Guarda caso, eccoci di nuovo in pieno dopoguerra, ancora a rievocare i nomi e le imprese del ciclismo eroico. Ribadiamolo una volta per tutte: è il 1949, quindi dimenticatevi biciclette ultraleggere, allenamenti scientifici, scarti di millesimi di secondo, e pure il fantasma del doping. Qui al contrario si parla di fango, di guasti meccanici, dell’Italia sommersa dalle macerie postbelliche, e ovviamente di Coppi contro Bartali. Ebbene, fu proprio questa la cornice dell’impresa più priva di senno nella storia del ciclismo.

Ora, anche chi non segue le corse avrà sentito dire che i ciclisti “pedalano in gruppo” perché si fa meno fatica. Funziona così: a turno si va nella scia di quelli che stanno davanti, in modo da alleviare la resistenza del vento. Si fa più o meno metà della fatica, e di solito i corridori più forti si staccano dal gruppo appena poco prima del traguardo, in modo da sfruttare al massimo quel vantaggio. Ecco: in quel giugno del 1949 i chilometri da percorrere erano in tutto 254, ma dopo soli 62 (sessantadue) Coppi dà di matto e bùm, parte da solo. Da lì in poi, per tutti i restanti 192 chilometri, c’è solo gente che urla, cime rocciose, e commenti sportivi che sembrano il testo di un pezzo metal: “Coppi BRUCIA TUTTI con la POTENZA INDOMITA della sua CAVALCATA DI FUOCOOO!!!”. Se non lo sapete: il celeberrimo “Un uomo solo al comando, porta la maglia biancoazzurra, il suo nome è Fausto Coppi”, viene da là.

Nel ciclismo c’è davvero un che di ascetico, di metafisico, di extraumano: perché mai un tizio come Coppi scelse di correre 192 chilometri in solitaria, quando la stessa gara la poteva vincere lo stesso ma a costo di meno fatiche?

Coppi vince con un distacco oggi impensabile: 11 minuti dal secondo arrivato (!), mentre il resto dei ciclisti arriva che è già sera. Un giornalista ha scritto che, dopo aver visto Coppi passare, andò a farsi un pasto completo al ristorante, poi si prese un caffè, si fumò una sigaretta, e solo allora vide passare il sesto inseguitore.

Spero che chi tra voi è un bartaliano mi perdoni, ma io semplicemente conosco meglio la storia di Coppi perché son nato dalle sue parti. E non fermiamoci ai dualismi: quel che conta qui è la sensazione. Tornando all’esempio di Dragonball, funziona più o meno uguale: ok, in Dragonball non vanno in bici ma fanno a botte, sconfiggono avversari sempre più forti, e alla fine arrivano a menarsi con Dio, che poi è quello che mena più forte di tutti (oltre a essere un alieno). Ebbene, per i miracoli dell’archetipo applicato, quando si parla di campioni come Coppi non è solo la singola impresa a tracimare nel mistico. Anzi, forse nel suo caso bisognerebbe parlare di demoniaco, visto il misterioso rapporto che lo lega al numero di Satana in persona, il famigerato 666.

Come forse saprete, Fausto Coppi disputò la sua ultima corsa in Africa, dove contrasse la malaria che lo uccise. Era la sua 666esima gara ufficiale. Oppure: ricordate quando, fino a pochi anni fa, gli Intercity erano intitolati a  personaggi famosi abbinati al numero del treno? Ecco, ogni volta che sentivo annunciare “Intercity 666 Fausto Coppi, da Milano Centrale a Sestri Levante”, mi veniva da chiedermi se fosse una semplice coincidenza o meno.

C’è da dire che in vita mia ho ascoltato molto metal, e forse quello ha influito. Ma a parte le fascinazioni alle quali tutti i metallari sono facili, nel ciclismo c’è davvero un che di ascetico, di metafisico, di extraumano: perché mai un tizio come Coppi scelse di correre 192 chilometri in solitaria, quando la stessa gara la poteva vincere lo stesso ma a costo di meno fatiche? Oppure, anche se non sei un campione o un ciclista professionista, cosa ti spinge a trascendere il corpo materiale a furia di pedalate, a inerpicarti su per le montagne senza un motivo preciso, quando la stessa meta la potresti raggiungere in treno? Tutto quello che posso dire, è che l’esaltazione che ti provoca una scalata in bici, il motorino non te la dà.