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Palazzi magnifici per imperi che muoiono

L'Alhambra di Granada, dove “la sera che vedi è l'ultima”.

 

Mentre si percorre la salita che porta all’Alhambra e si lascia alle spalle Granada e il suo caldo torrido, la temperatura si fa sempre più fresca e piacevole, si comincia a respirare e si capisce perché l’Alhambra è stata costruita sopra questa collina.

La posizione di questa fortezza delle meraviglie è perfetta: domina la pianura di fronte, ha la città ai suoi piedi e l’imponente Sierra Nevada alle sue spalle. Un’ottima posizione strategica dal punto di vista militare e un venticello fresco garantito per tutta l’estate. Cosa chiedere di più.

Lungo il lungo viale ombroso e alberato di Cuesta de Gomerez, che porta a quella che oggi è l’entrata principale dell’Alhambra (la Puerta de la Justicia) a un certo punto si nota una statua apparentemente fuori luogo. È la statua di uno scrittore americano, Washington Irving, nato, vissuto e morto a New York, anche se nella sua vita ebbe la fortuna di viaggiare e di vedere luoghi che all’epoca, per la maggior parte delle persone, esistevano solo sui libri.

È rappresentato come ci immaginiamo un elegante viaggiatore dell’Ottocento, vestito di tutto punto, con una borsa da viaggio e un taccuino per prendere appunti. Sotto, sul piedistallo, una scritta: Hijo de la Alhambra, figlio dell’Alhambra. Molti turisti passano oltre ignorandolo, come si fa di solito con le statue. Eppure, non sarebbero qui se non fosse per lui. Perché questo americano è l’uomo che ha inventato il turismo all’Alhambra. È stato letteralmente il primo turista di Granada, l’ultima capitale musulmana a cadere sotto le spade e i crocefissi nel perduto regno di al-Andalus, quella che oggi conosciamo come Andalusia.

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La statua di Washington Irving/ Wikicommons.

Washington Irving arrivò a Granada nella primavera del 1829, quando la dominazione musulmana era passata da secoli, e ciò che vide sulla collina della Sabika era un affascinante rudere, “un’elegante vestigia di un popolo valoroso, intelligente e raffinato, che conquistò, dominò e svanì”, molto diverso da quello che era stata l’Alhambra in passato e soprattutto da quello che è l’Alhambra oggi, cioè l’attrazione turistica principale della città di Granada.

Irving ebbe la fortuna di passare alcuni mesi nella città andalusa ma soprattutto di vivere proprio dentro l’Alhambra (in una “deliziosa prigionia”), che lui non vedeva solo come una magnifica rovina, ma come una porta verso un passato meraviglioso e terribile allo stesso tempo, fatto di delizie ma anche di sangue, di giardini incantati e sultani che tagliano gole, di misteriose bellezze andaluse e di mogli murate vive, di canti d’amore e battaglie sanguinarie, come le storie de Le mille e una notte.

Raccontò la sua esperienza a Granada in un libro che ebbe successo, I racconti dell’Alhambra (1832), che portò a riscoprire la perduta fortezza dei mori, a recuperarla e a trasformarla in un’attrazione turistica. Oggi è considerata un capolavoro di architettura, ingegneria e arte araba. Ma concentrarsi sui singoli tasselli dei complessi mosaici moreschi vuol dire perdere di vista il mosaico nel suo complesso, ovvero le miriadi di storie che l’Alhambra racconta e la drammatica ma avvincente storia dei suoi proprietari: i nasridi.

Washington Irving aveva intuito che le macerie di un castello sono interessanti quanto il castello stesso, se non di più.

Se ci sono edifici che sono come libri, ci sono anche libri che sono come edifici. L’Alhambra è entrambe le cose. È un castello-romanzo. Le stanze di questo enorme complesso di edifici sono come le pagine di un libro. Le pareti sono ricoperte di scritte che rappresentano uno dei vertici di raffinatezza dell’arte calligrafica araba, e ogni stanza, ogni palazzo, ogni giardino raccontano centinaia di storie del sultano che l’ha costruita, della sua corte, di sua moglie, degli altri che hanno preso il posto dopo di lui.

Allo stesso tempo le pagine scritte da Irving sono come le stanze di un edificio misterioso in cui avventurarsi e perdersi: torri, corridoi, segrete e giardini che raccontano le vicende dei sultani nasridi, della caduta del dominio islamico in Andalusia, dei pezzenti granatini e delle leggende sui maghi e sui tesori dei mori, facendo de I racconti dell’Alhambra una via di mezzo tra un diario di viaggio, una raccolta di racconti fantastici e allo stesso tempo la prima guida tascabile di Granada. A leggerlo poteva sembrare un libro di finzione su un luogo immaginario, anche perché Irving mescola sapientemente mere note diaristiche a vicende degne di Sharazad. Eppure, l’Alhambra esisteva ed esiste davvero. Ma per farla rivivere ci voleva la penna di uno scrittore. Di uno bravo.

Va detto che Irving era l’uomo giusto al momento giusto, e soprattutto nel posto giusto. Era uno che aveva il gusto per il fantastico. Aveva scritto, fra gli altri, il racconto La leggenda di Sleepy Hollow (curiosamente, anche una delle leggende dell’Alhambra riguarda un cavaliere senza testa). Era affascinato dai Mori e, come molti turisti poi faranno con il suo libro, aveva letto dell’Alhambra da bambino, o almeno così dice, restandone folgorato fin “dal giorno in cui sulle rive dell’Hudson mi immersi in un vecchio libro di storie della guerra di Granada” tanto che, prima di andarci realmente, “questa città è stata per me oggetto di sogno e spesso ho camminato, con la fantasia, nelle sale dell’Alhambra”. Dunque un palazzo prima immaginario che reale, anche per Irving.

Ma la sua intuizione geniale fu quella di non limitarsi all’ovvia suggestione evocata dal glorioso e favolesco passato dell’Alhambra (già cantata e raccontata in canzoni e poemi e rappresentata in magnifiche incisioni), ma di andare oltre, e cogliere gli aspetti che rendevano la vecchia fortezza moresca interessante nel presente, così com’era quando la vide lui, abbandonata da secoli, decadente, una specie di versione post-apocalittica dei castelli delle favole. Aveva intuito che le macerie di un castello sono interessanti quanto il castello stesso, se non di più. Giardini inselvatichiti, fontane abbandonate, pareti crepate e storpi andalusi senza un soldo che abitavano in quelle grandiose sale ricoperte di ragnatele dove centinaia d’anni prima i sultani nasridi mostravano agli ambasciatori stranieri lo sfarzo e la raffinatezza della loro dinastia, prima del tramonto.

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Veduta dell’Alhambra al tramonto/ Wikicommons.

Ed è proprio il tramonto il momento giusto per arrivare a Granada. In quel momento basta andare sulla collina di Sacromonte (il quartiere gitano dove gli zingari nelle grotte  ballavano il flamenco; se ne parla nel poema Romancero Gitano di Garcìa Lorca) e guardare di fronte, verso l’Alhambra. Da lì si capisce il perché del nome, cioè in arabo al-Ḥamrā, “la Rossa”.

Lo capì anche Washington Irving, quando arrivò a Granada da Siviglia dopo aver viaggiato per giorni a cavallo in un paesaggio, quello andaluso, “malinconico e severo, con aspre montagne e immense pianure senza alberi, di un silenzio e di una solitudine indescrivibili, e che presenta, piuttosto, le caratteristiche dell’Africa selvaggia e desolata”. Dopo giorni di cavallo, di caldo, di paura per gli agguati dei banditi ma soprattutto di splendidi banchetti all’ombra degli ulivi e di pantagrueliche sieste sul prato, Irving arriva in città, ovviamente al tramonto. A quell’ora (in estate, anche dopo le 21.30) tutto diventa rosso, la neve delle montagne della Sierra Nevada sfuma verso il rosa, e le pareti dell’Alhambra spiegano senza parole perché il nome della cittadella rossa sia proprio quello giusto.

Nelle sue esplorazioni intorno alla collina dell’Alhambra (che, comunque, lasciava poco volentieri, e possiamo capirlo) Irving si muove sempre a cavallo. Oggi è frequente vedere gruppi di turisti muoversi nei quartieri storici di Granada con il segway, quel bizzarro monopattino elettrico, che, sebbene bizzarro, è molto comodo in quartieri come Albayzín e Sacromonte, dove la combinazione del caldo afoso e delle dure salite diventa massacrante. Se siete giovani, in forma e ben idratati potete farcela; per tutti gli altri il segway è la risposta. Probabilmente anche Washington Irving l’avrebbe usato, preferendolo al cavallo.

Quando la vede Irving, l’Alhambra è lontanissima dall’era grandiosa dei nasridi. Ad abitarla sono vecchi e pezzenti, un pugno di invalidi di guerra e figli di famiglie nobili decadute.

Da lassù, l’Alhambra appare in tutto il suo imponente splendore.  Come molte costruzioni di questo tipo, sebbene fosse pensata in primis come fortezza militare, l’Alhambra aveva soprattutto un valore simbolico. Man mano che proseguiva la sua costruzione – durata centinaia d’anni – il dominio islamico perdeva pezzi e l’espansione cristiana aumentava. Si può dire che ogni palazzo, ogni giardino, ogni parete intarsiata dell’Alhambra rappresentino una battaglia persa dai mori. Più il domino islamico si avviava alla fine, più l’Alhambra diventava bella, in quanto ultima roccaforte destinata a resistere ai regni cattolici. E quando il regno dei mori di al-Andalus è ormai alla fine, l’Alhambra arriva all’apice della sua grandiosità. E muore.

L’anno è il 1492, lo stesso in cui viene scoperta l’America, dove 300 anni dopo nascerà Washington Irving. Giusta coincidenza: quando i mori sono sconfitti e l’Alhambra passa in mani cattoliche, quel giorno tra i presenti c’è anche un certo Cristoforo Colombo, manco a farlo apposta. E poi dicono che la Storia non ha senso.

Ma quando la vede Irving, l’Alhambra è lontanissima dall’era grandiosa dei nasridi: il tramonto è passato da un pezzo; siamo ormai al crepuscolo, anzi, ormai è notte fonda. Ad abitarla sono vecchi e pezzenti, un pugno di invalidi di guerra e figli di famiglie nobili decadute. Sfigati per i quali lo scrittore americano prova simpatia, tanto da dedicare a loro lo stesso spazio che dedica ai grandi sultani del passato.

 

 

“Ho spesso notato che gli abitanti di una dimora” scrive, “quanto più superbi sono stati al tempo del suo splendore, tanto più sono umili nel tempo delle sua decadenza e che il palazzo del re finisce per essere di frequente il covo del mendicante. All’Alhambra la transizione si effettua allo stesso modo. Non appena una torre cade in rovina, diviene preda di una famiglia di pezzenti che occupano, assieme a civette e pipistrelli, le sue sale dorate e che appendono i loro stracci — bandiere della miseria — alle finestre e alle feritoie”.

A proposito di volatili, una scena su tutte fa capire l’atmosfera dell’Alhambra nella prima metà dell’Ottocento, quando Irving vi soggiorna: “Avevo ripetutamente osservato uno spilungone appollaiato sulla cima di una torre che pareva occupato a manovrare una o due canne da pesca, quasi volesse acciuffare le stelle. Le evoluzioni di questo pescatore aereo mi intrigavano da tempo, soprattutto perché ne avevo notati altri intenti alla stessa occupazione, in diversi punti delle mura e dei bastioni. […] Sembra che l’atmosfera pura e sottile della fortezza favorisca – come al castello di Macbeth – la proliferazione dei balestrucci e dei rondoni che girano a miriadi sopra le torri come sciami festosi di bimbi all’uscita della scuola. Acchiappare questi uccelli, storditi dal loro stesso vorticare, ecco il divertimento favorito dei nullatenenti figli dell’Alhambra che, con l’infallibile ingenuità dei bricconi matricolati, hanno inventato l’arte di pescar tra le nuvole.”

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Il Patio de Los Leones all’Alhambra/ Wikicommons.

Se ai poveri figli dell’Alhambra, privi di proprietà ma pieni di leggende da raccontare e vecchi stemmi di famiglia da mostrare, Irving si era senza dubbio affezionato, la sua stima e la sua ammirazione più totale vanno ai vecchi sultani nasridi dell’Alhambra. In particolare a due: il primo, il visionario Muhammad ibn Nasr (detto Il Rosso, per la barba rossiccia), l’ideatore della favolosa fortezza, per il quale Irving spende tutti gli aggettivi e superlativi possibili; e l’ultimo, Boabdil, detto el Zogoybi, “il re sfortunato”, colui che la perse per sempre, per il quale lo scrittore americano sembra provare l’empatia e la compassione che si prova per chi ha il cuore spezzato. In mezzo, tra Ibn Nasr e Boabdil, ci sono 250 anni di storia, di battaglie più perse che vinte, e di palazzi sempre più belli.

Oggi per visitare l’Alhambra bisogna prenotare i biglietti in anticipo, presentarsi in orario, aspettare in fila sotto il sole, sudare senza economia, e poi esplorare il complesso di palazzi e torri in mezzo ad altra centinaia di persone con macchine fotografiche, cellulari e videocamere, sgomitando per vedere da più vicino i raffinati dettagli e le magnifiche decorazioni.

Ma quando ci andò Irving scelse lui dove dormire, e sia il giorno sia la notte era libero di girare dove voleva, godendo appieno della bellezza del posto, senza altri turisti in mezzo. E da quello che scrive sembra che se la sia goduta davvero: “Solo quelli che conoscono l’ardente clima del sud potranno immaginare la delizia di una residenza ove le brezze della montagna si combinano con la verde freschezza dei giardini” scrive. “Mentre, in basso, la città soffre la canicola e la vega [la pianura di fronte a Granada], screpolata, sembra fluttuare nella calura, le lievi brezze della Sierra Nevada, giocando per le stanze spaziose, vi portano i profumi del giardino. Tutto invita al dolce far niente”.

Il dolce far niente: quell’ozio santo che i sultani coltivavano con nobile devozione, dedicandosi alla bellezza, all’arte, alla musica… E ogni tanto all’omicidio e al colpo di stato. Quando poi Irving sale sull’imponente Torre di Comares, lo scrittore americano si esalta e immagina di essere uno dei “fieri sovrani di Granada” che da lì contemplavano le battaglie, lontano dal caldo e dalle spade, in alto, al fresco e al sicuro.

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Le torri dell’Alhambra/ Wikicommons.

Anche noi miseri turisti possiamo salire sulla torre e sperimentare quella sensazione di avere la città intera ai nostri piedi. Circondati di giapponesi con macchine fotografiche, americani obesi con bastoni da selfie, vecchi con sandali e camicie hawaiane e italiani che urlano e si fanno in continuazione foto tra loro, la sensazione di essere un sultano dura ben poco. Ma è senza dubbio un buon punto per osservare la parte storica di Granada: il vecchio quartiere di Albayzìn e il centro storico della città, tra alberghi, negozi di stranieri, principalmente marocchini, strade calde e un po’ sporche, birre lasciate sui davanzali dalla sera prima, odori di spezie e kebab che si mescolano con la puzza di piscio tra un cassonetto e l’altro, la Alcaicería, l’asfissiante bazar con tessuti, vestiti, borse, souvenir per turisti… e perfino i punkabbestia, proprio in Plaza Nueva, ai piedi dell’Alhambra (è da lì che parte il viale di Cuesta de Gomerez), forse eredi dei pezzenti che abitavano le torri abbandonate al tempo di Irving, chissà.

Dall’alto della torre si capisce ancora meglio perché il primo sultano di Granada, Muhammad ibn Nasr, decise di costruire l’Alhambra proprio in quel punto. La sua intuizione era giusta. Ma Irving ammira Ibn Nasr non solo per il suo essere visionario, ma anche, più pragmaticamente (e qui viene fuori il ruolo di ambasciatore americano di Irving, ruolo che ricoprì per quattro anni in Spagna), anche per le sue astuzie in ambito diplomatico. Infatti, quando Ibn Nasr capisce che il re cattolico Ferdinando III di Castiglia sta ormai riconquistando quello che era l’impero moro in Spagna, diventa suo alleato e combatte nella battaglia per la conquista della musulmana Siviglia, contro altri musulmani. Una scelta non facile. Ma in cambio, Ferdinando l’avrebbe riconosciuto sovrano di Granada. In pratica: o perdere tutto, o allearsi e conservare un proprio regno.

Al ritorno da Siviglia, vittorioso sul campo ma sconfitto nell’animo, pare che alla folla che lo acclamava come “al-Ghālib”, il Vincitore, Ibn Nasr rispose “Wa lā gāliba illā-llāh”, non c’è altro vincitore a parte Dio. Sembra una risposta standard, ma forse Ibn Nasr voleva dire che qualsiasi cosa fosse successa, comunque era il volere di Dio e lui non poteva farci niente. Questo divenne il suo motto ed è presente praticamente su tutte le pareti dell’Alhambra, con rappresentazioni calligrafiche sublimi, stampate anche su cartoline e magliette in vendita per i turisti.

Ogni sultano aggiunse qualcosa, un tassello al grande mosaico, ma nessuno la vide mai completa. Tranne l’ultimo.

È a questo punto che Ibn Nasr si ritrova a essere un sultano senza un vero e proprio regno, ma solo una città: Granada. L’avanzata cattolica sarà lenta ma inarrestabile, e dopo aver perso Cordoba e Siviglia, Ibn Nasr fa di Granada la roccaforte dei nasridi, uno stato indipendente dove regneranno per due secoli e mezzo. Decide dunque di costruire una fortezza, che sia un monito per i cattolici, ma anche per i granatini, ma soprattutto un palazzo che esista prima di tutto nelle menti e nei cuori: immaginario, ancora una volta.

A Ibn Nasr spetta cominciare l’impresa, ma per completarla ci vorranno secoli. La grandiosa fortezza, una vera e propria città abitata da migliaia di persone, viene ampliata prima da Muhammad V (è sua la famosa Corte dei leoni) e poi soprattutto da Yusef I, a cui si deve il Palazzo de Comares, che rende l’Alhambra ancora più bella di come l’avesse sognata all’inizio Ibn Nasr. Come scrive Irving riprendendo uno scrittore arabo, “Granada era, al tempo di Yusef, un vaso d’argento ricolmo di smeraldi e giacinti”.

Grande architettura e arte ma anche grande ingegneria, come l’incredibile rete di acquedotti, dighe e gallerie per portare l’acqua sulla cittadella fortificata, o le cisterne nel Generalife, in arabo Jannat al-‘Arif, il giardino dell’architetto, ovvero la residenza estiva dei sultani (perché sì, nonostante vivessero all’Alhambra si erano fatti la casa delle vacanze sulla collina a fianco), dove si trovano quelli che sono probabilmente i giardini più belli in assoluto dell’impero di al-Andalus. Insomma ogni sultano aggiunse qualcosa, un tassello al grande mosaico, ma nessuno la vide mai completa. Tranne l’ultimo. L’ultimo sultano di Granada, il povero Boabdil el Zogoybi, ovvero lo sfortunato. Colui che perse l’Alhambra e il regno di al-Andalus.

 

 

Nel 1492, al culmine della Reconquista, cioè la riconquista dei cristiani dell’Andalusia dominata per quattro secoli dai mori, dopo un lungo ed estenuante assedio i re cattolici entrano a Granada con il crocifisso in mano, come rappresentato nel magnifico dipinto di Francisco Pradilla y Ortiz, La resa di Granada. È la fine. La fine dei nasridi, ma non dell’Alhambra, che diventerà il palazzo dei reali spagnoli, poi abbandonato e ridotto a magnifica rovina, come quando la visiterà Washington Irving.

La leggenda vuole che quando Boabdil ha lasciato Granada abbia osservato dall’alto per un’ultima volta il regno perduto e si sia messo a piangere. Di quell’ultimo sguardo verso la città perduta oggi resta una traccia poetica nella geografia andalusa: esiste infatti un passo, appena fuori Granada, chiamato “il sospiro del Moro”. Sempre secondo la leggenda, sua madre, vedendo il figlio in lacrime, l’avrebbe consolato con queste parole: “Non piangere come una donna ciò che non hai saputo difendere come un uomo”. Ecco, se è vero possiamo capire perché il povero Boabdil abbia commosso tanto Washington Irving, e non solo lui. Sono centinaia le opere, composizioni, poesie, romanzi e quadri dedicati a lui e alla perdita dell’Alhambra. E naturalmente, all’Alhambra stessa.

Artisti di ogni epoca si sono ispirati al palazzo delle meraviglie. Le perfette geometrie delle pareti ricoperte di mosaici ad esempio furono fondamentali per il grande artista olandese M.C. Escher. Ma anche per Salvador Dalì, che oltre a disegnare la fortezza moresca, si ispirò alla Corte dei Leoni per la sua stramba casa-museo-opera d’arte. E non fu il solo.

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Le tessellature che ispirarono Escher/ Wikicommons.

La voglia di riprodurre l’Alhambra venne anche un personaggio meno noto, il Conte Cesare Mattei, un letterato bolognese, fondatore dell’elettromeopatia, misteriosa teoria scientifica che ebbe grande successo per un certo periodo (viene citata anche da Dostoevskji nei Fratelli Karamazov) fino ad avviarsi al declino, lasciando il povero Conte tra debiti e dispute famigliari. Nel frattempo però aveva coronato il suo sogno: costruire una piccola copia dell’Alhambra, la Rocchetta Mattei, che si trova tuttora sull’Appennino emiliano, in località Savignano, a poco più di 50 chilometri da Bologna. Il Conte visse sempre là, nella sua Alhambra personale, e a differenza del povero Boabdil se la tenne stretta fino alla fine, tanto che morì tra le pareti del castello nel 1896, all’età di 87 anni. Pare che vivesse in stile medievale, con tanto di buffone di corte, tra feste e pozioni elettromeopatiche.

Anche Borges visitò l’Alhambra. Fra quelle di artisti e personaggi noti, la sua visita è forse la più interessante, dato che il grande scrittore argentino la vide quando era già completamente cieco. Era stato a Granada molti anni prima con i suoi genitori, piccolo e terribilmente miope, ma nel 1976 ci va con la sua segreteria e in futuro moglie María Kodama ansioso di vedere, proprio attraverso gli occhi della compagna, quel palazzo magnifico che era sempre rimasto vivo nella sua mente. E il risultato è una poesia dove è inevitabile il parallelo tra Boabdil, il “re dolente” e lo stesso Borges, consapevole che “la tarde que miras es la última”, la sera che vedi è l’ultima.

Una morale che in fondo l’Alhambra impone a tutti i suoi visitatori, vedenti e non vedenti. Come Ibn Nasr costruiamo case, abbiamo relazioni, facciamo figli, prendiamo lauree, apriamo mutui, coltiviamo fiori, ma come Boabdil viviamo in attesa dell’ultima sera, in attesa della fine del nostro piccolo impero. E se non abbiamo un palazzo, abbiamo un appartamento in affitto; se non abbiamo un magnifico giardino, forse abbiamo una terrazza o un balcone; e se non siamo in guerra con i re cattolici, magari ci accontentiamo di un divorzio, di una lite condominiale o di qualche inutile causa tra parenti per motivi di eredità. Ma in fondo anche noi, nel nostro piccolo, come i nasridi, costruiamo palazzi magnifici per imperi che muoiono.