Foto: Yuri Cortez/ Getty Images.
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Il turno di notte

A caccia di crimini con i reporter notturni di Città del Messico.

 

Con il vento freddo che entra dal finestrino della macchina, David Alvarado sterza a destra, schivando per un pelo la barriera che ci sorprende in un punto buio della strada, e continua la corsa attraverso la rete intricata di strade e viali di Città del Messico. Uscendo dalla macchina qualche ora più tardi per comprare dei tacos, David mi sorride malizioso: “Per poco non ci finivamo noi in copertina”, dice, sciogliendo con una risata l’adrenalina che gli è rimasta in corpo. Ingannare la morte, realizzo presto, può essere eccitante quanto inseguirla.

David, 58 anni, ha passato gli ultimi due decenni a fotografare tutto il mistero, sangue e tragedia che la capitale messicana può offrire. Lui e il suo collega Antonio Aranda – un vecchio giornalista di 35 anni, alto, che di giorno scrive di diritti umani per un giornale online – compongono la squadra che si occupa di cronaca nera per il quotidiano Pasala, un mix selvaggio e spesso crudo di crimini, notizie sportive e donne in abiti succinti. In metropolitana e nei minibus della città, i passeggeri stringono le copie di giornali sensazionalisti come Pasala o i suoi principali rivali Metro, La Prensa o El Grafico. Di questi tempi vendono tantissimo, e per un buon motivo: in una manciata di pagine e per pochi pesos, rivoltano le viscere della città e le mettono sotto gli occhi di tutti.

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Ogni sera, i giornalisti che coprono il turno di notte si ritrovano nell’Ufficio del Procuratore Generale della città, un edificio che occupa un intero isolato a Colonia Doctores, quartiere di bassa reputazione al centro di Città del Messico. Oltre al receptionist – che siede a una scrivania in quasi completa oscurità, se non fosse per la luce che arriva dalla macchinetta alla sua sinistra – una dozzina di giornalisti siede su un pugno di divani scomodi e dall’aria dozzinale. Lì fumano e bevono caffè, aspettando che arrivi la notizia di un altro omicidio; un gruppo motivato, con un insolito mix di cameratismo e rivalità.

Un tempo si affidavano alle radio per sintonizzarsi sulle frequenze della polizia. Oggi usano app come WhatsApp e Zello (che simula un walkie-talkie) per condividere le informazioni in tempo reale. Entrando in una sera qualsiasi, li si trova intenti a controllare una serie di chat di gruppo per scoprire dove succedono le cose; alcuni gruppi includono soccorritori dell’ambulanza e agenti di polizia, che danno delle dritte ai giornalisti, a volte in cambio di un compenso da parte dei direttori dei giornali. Le radio se ne sono andate da tempo, ma il loro linguaggio in codice rimane, sia nei nickname dei giornalisti sia nelle descrizioni dei fatti. Uno Z1 da X13, ad esempio, significa che c’è stato un incidente fatale con arma da fuoco. È una frase che risuona diverse volte al giorno, seguita dal nome di un luogo specifico, il più delle volte nel corpo colossale delle periferie.

Le ultime notti sono state tranquille. Martedì, nulla. Mercoledì, nulla. I due giorni di calma hanno reso alcuni reporter ansiosi. Vector, che lavora per il gruppo media Milenio, e Carlos, un presentatore televisivo di TV Azteca, stanno discutendo di alcune immagini che sono arrivate dal turno di giorno. “Hai visto quella donna a cui hanno sparato sei volte oggi pomeriggio a Ecatepec?” chiede Carlos.

“Dev’essere stato un suicidio”, dice Vector sarcastico. Ridono entrambi e Carlos mima una pistola con la mano e fa finta di spararsi in diverse parti del corpo: “Non sto morendo, non sto morendo!”. L’umore cambia rapidamente, però, quando arriva un altro giornalista con la notizia di una sparatoria in centro città.

È un tratto breve per arrivare all’angolo tra Bucarelli e Articulo 123. Lì, accanto al chiosco di tacos dove stava mangiando, c’è il corpo di un uomo steso a faccia in giù sul marciapiede, vicino a un muro bianco e giallo che riflette la luce rossa e blu delle pattuglie. I venditori dicono che due uomini su una moto sono passati e hanno sparato alla vittima sei volte. Una donna inizia a urlare contro la troupe della TV Azteca: “Basta registrare, basta registrare!” e El Negro, il cameraman, filma un paio di secondi prima di essere costretto a ritirarsi. Si allontana per catturare la scena nel suo insieme, con un numero maggiore di poliziotti a segnare il perimetro – un’inquadratura ampia per raccontare ai cittadini quello che già sanno: la città non è sicura. I venditori di tacos stanno chiudendo il negozio, i poliziotti stanno bloccando l’area, ma i giornalisti continuano a spintonare per avvicinarsi.

Mentre Antonio parla con alcuni testimoni, appuntando le informazioni su un quaderno, uno degli agenti di polizia allontana David. Lui fa il giro dell’isolato e ricompare dall’altro lato del perimetro della polizia, scattando ancora qualche foto. Risaliamo in macchina e mentre proviamo a fare inversione, un pullman ci blocca la strada. L’autista sembra affascinato dalla presenza della polizia, cerca di capire la fonte di tutto quel trambusto. “Dì a quel coglione di spostarsi”, dice David. Non è arrabbiato o aggressivo. Sembra non esserlo mai. Dopo due giorni senza notizie, la città ha portato qualcosa di nuovo, come al solito.

Tornato all’Ufficio del Procuratore Generale, verso le due del mattino, Antonio approfitta dell’attesa per scrivere un pezzo sulla sparatoria. Poco dopo chiede: “Quella donna che diceva di non filmare doveva essere la moglie o la fidanzata, no?” David è seduto su uno dei divani a controllare i suoi gruppi WhatsApp.

“Metti ‘amica’, non mettere ‘moglie’”, risponde. “Non sappiamo se era la moglie o solo un’amica. Magari era un’amante”.

Arrivano poche altre notizie per quella notte – a parte un doppio omicidio a Iztapalapa, che però è descritto come un de Negro (in nero), cioè un crimine avvenuto in casa, dove la polizia bloccherà sicuramente i giornalisti all’ingresso. Ci sono nuovi limiti, mi spiega un altro giornalista; dieci anni fa, alcuni poliziotti avrebbero persino scoperto un corpo per lasciargli fare una foto migliore.

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La notte seguente, mentre aspetta all’ufficio del Procuratore, Vector discute dell’omicidio di Bucarelli. “Pensaci: un momento stai mangiando dei tacos, poi all’improvviso qualcuno inizia a spararti. Tacos di sangue sarebbe un bel titolo per l’articolo”, dice sorridendo. El Negro, il cameraman, s’inserisce suggerendo L’Ultima Cena, che li fa ridere entrambi.

All’inizio di ogni turno di notte, nei gruppi WhatsApp si accumulano fotografie. Sono i soliti corpi maciullati, tentati suicidi in metropolitana, omicidi legati allo spaccio con la loro tendenza alla vendetta spettacolare, risse tra ubriachi o liti amorose che finiscono sulla lama di un coltello, senza contare i soliti incidenti stradali. Tutto questo degrado è digerito dai giornalisti e va a sfamare gli abitanti della città.

Non ci mette molto a sembrarmi una routine: quando arriva una chiamata salto in macchina con David e Antonio. Corriamo per la città come matti, cercando la strada migliore attraverso la distesa urbana, andando a tutta velocità su ponti di cemento e lungo strade dai negozi chiusi. Le strade sono vuote, illuminate da altari con statue della Vergine Maria di Guadalupe – ce n’è un numero infinito, chiuse dietro vetri e circondate da lampadine luccicanti.

David plana su incroci e semafori rossi con un misto di cautela e spavalderia. Tutte le notti guardiamo la città passare dal finestrino della macchina in corsa: le sue chiese sbilenche appoggiate su un terreno instabile, i chioschetti di tacos aperti fino a notte fonda, gli onnipresenti hotel drive-in, dall’aria squallida e temporanea, che custodiscono i segreti della città. La velocità permette ai giornalisti notturni di fare il loro lavoro, perché il lasso di tempo tra la sparatoria e l’arrivo della polizia scientifica concede solo un’opportunità limitata. Un caporedattore che venisse a sapere di un crimine spettacolare da una rivista rivale se la prenderebbe con la sua squadra di notte.

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Ci sono sempre candele vicino ai corpi. Vengono messe lì da vicini di casa o curiosi, accese per facilitare il passaggio dell’anima, come mi ha spiegato una volta David. Un gesto così discreto da passare facilmente inosservato; guardi e c’è un corpo, poi guardi da un’altra parte, scrivi qualcosa sul quaderno, provi a studiare i curiosi, torni a guardare il corpo e la delicata fiamma di una candela gli ondeggia a fianco. Oltre le piramidi di Tenayuca, in una stradina chiamata Ensino, steso per terra con due candele ai piedi, c’è il corpo coperto di un uomo a cui hanno sparato otto colpi. Una pioggia leggera inizia a scendere. Diluisce il sangue della vittima, riempie i buchi nell’asfalto. Otto bicchieri di plastica sul terreno coprono ognuno un proiettile, un modo della polizia per marcare le prove prima dell’arrivo della scientifica.

La vittima, che ha perso una delle scarpe cadendo in avanti, probabilmente non è di questo quartiere. Non ci sono parenti in lacrime che si consolano a vicenda, niente urla disperate d’incredulità. Ci sono, però, una manciata di vicini curiosi, che chiacchierano tranquillamente lì vicino. Uno di loro, un ragazzo in tuta, ha dovuto consolare la madre in preda a un attacco isterico, dopo che qualcuno l’aveva erroneamente avvisata che avevano sparato e ucciso suo figlio. Lui e la vittima indossavano le stesse sneaker.

Questo è l’ambiente di lavoro perfetto per i giornalisti: niente astanti aggressivi che guardano le macchine fotografiche con sospetto, niente genitori in lutto che chiedono privacy, nessuna minaccia di violenza. Oltre a David e Antonio, sulla scena del crimine c’è anche un fotografo amichevole e dalle spalle larghe. Fa il turno di notte per il quotidiano La Prensa, un tabloid. La notte prima, su un’altra scena del crimine, Verde mi ha detto che tra le morti più raccapriccianti che ha visto per lavoro ci sono quelle legate ai cartelli della droga. Come la volta in cui ha documentato i corpi di 24 persone legate e giustiziate vicino a La Marquesa, nello Stato di Città del Messico, nel settembre 2008.

Ha smesso di piovere. Il flash della macchina fotografica di Verde illumina ripetutamente la via buia. Gli chiedo se abbia mai incubi. “No”, dice, “ma a volte la morte ti rimane addosso. Quando succede ti porti in giro una pesantezza angosciante”, mi spiega mentre la pioggia ricomincia a scendere sull’angolo ormai vuoto, facendo tremare le candele. “Mi è successo una volta. Mia figlia neonata iniziava a piangere appena mettevo piede in casa. Mia moglie diceva che portavo una brutta sensazione con me”.

C’è un modo però per affrontare le morti che ti si attaccano, perché siamo in Messico e ogni malattia ha la sua cura. “Metti dello zucchero in una padella e accendi il fornello, fai bruciare lo zucchero finché non esce del fumo bianco” mi ha detto un paio di notti più tardi. “Poi lasci che il fumo ti avvolga e ti ricopra”. È stata sua suocera a insegnargli il trucco. “Viene dalla campagna. Io non credo in queste cose, ma ha funzionato”.

David ha sentito di giornalisti a cui è rimasta attaccata la morte, ma a lui non è mai successo. Non fa nemmeno sogni sanguinosi o violenti. “Sogno soltanto di fare foto, mi vedo camminare intorno alla scena del crimine”.

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È una vista a cui ho assistito diverse volte, nei pressi di incidenti d’auto e vittime di omicidi, tra folle di professori in protesta, durante un tentativo di linciaggio nelle periferie della Città: la magra figura di David, silenzioso e paziente, che si aggira come uno spettro. Sembra calmo e raccolto, sempre in attesa dell’opportunità giusta per scattare una foto. Il suo scatto, dice, è quello che vogliono i lettori e quindi quello che i caporedattori esigono: zoom sanguinolenti, illustrazioni insolite della tragedia umana. Per i lettori, le immagini comunicano due idee fondamentali. Primo, questo potresti essere tu. Ma soprattutto: almeno per ora, questo non sei tu.

David mi racconta che viene spesso messo davanti alla natura violenta del suo lavoro. “La mia famiglia e i miei amici mi dicono spesso che mi piace la morte. Non è vero. Non mi piace che queste cose terribili succedano, ma la verità è che succedono, questo è il mondo in cui viviamo. Senza di noi, la gente non saprebbe quello che succede in città. Siamo gli occhi della notte”.

Un venerdì sera ci dirigiamo verso Paseo de la Reforma, una delle arterie principali della città. Tre ragazzi su un motorino hanno tagliato il rosso e sono stati investiti da un furgone. Due di loro sono stati portati in ospedale, ma la quattordicenne Melany Zamora è morta sul colpo. Il suo corpo è steso sull’erba di una grande rotonda. È coperta da un telo bianco, ad eccezione dei piedi, i brillantini delle sneaker che luccicano. La polizia ha delimitato l’area e il solito gruppo di curiosi osserva in un silenzio cupo. Poi un taxi frena all’improvviso ed esce una donna sulla sessantina, seguita da due donne più giovani e da un uomo corpulento con un cappellino e una canotta. Si avvicina e sembra riconoscere la ragazza morta, inizia a urlare: “No! No! No!” mentre corre verso di lei. Passa sotto il nastro giallo che segna il perimetro e l’uomo dietro di lei la afferra, la abbraccia e cerca di calmarla.

Iniziano ad arrivare altre macchine e anche un gruppo di ragazzi appollaiati sui loro scooter. Antonio si toglie velocemente la giacca da giornalista e la piega con cura prima di darmela. “Tienila e non farla vedere”, dice. La donna, che si rivela essere la nonna della ragazza, lancia delle urla penetranti, la voce carica di perdita e di smarrimento, la dura incredulità che accompagna la tragedia. “Alzati, forza, andiamo a casa” urla, e poi ancora: “Mi porto la mia ragazza con me”. Antonio e David si confondono con gli astanti, silenziosi e rispettosi in mezzo al rumore del lutto. Altri membri della famiglia arrivano a bordo di Camaro gialle e nere.

Antonio si aggira cercando di raccogliere informazioni sulla vittima e sugli altri due feriti. Parla con un poliziotto e con il personale dell’ambulanza, origlia dei potenziali testimoni, cercando lentamente di dare una forma alla scena nella sua testa. David, invece, è rimasto perfettamente immobile, praticamente nello stesso posto in cui è arrivato. Scatta furtivamente un paio di foto dal fianco, prima di nascondere di nuovo la macchina fotografica vicino al corpo. È una scena che comprende fin troppo bene, avendo perso non molto tempo fa uno dei suoi figli per un attacco di cuore. Inizio a notare quanto sia colpito. Ogni volta che l’urlo di una madre o di un padre o di un fratello riempiono la scena, diventa distante e introspettivo, come se stesse rivivendo la sua perdita.

Degenera velocemente. Arrivano altri giovani, e uno di loro, visibilmente sconvolto, inizia a spingere con aggressività uno degli agenti di polizia che proteggono la scena. Un altro agente, vicino a noi, chiede dei rinforzi dalla sua radiolina: “Esto se está poniendo cabron!”. Improvvisamente, la folla inizia a correre verso un altro incrocio sulla destra. Lì, un perito dell’assicurazione che sta valutando i danni sul furgoncino che ha colpito i giovani in motorino, diventa oggetto di rappresaglia. Inseguito e colpito da un gruppetto di astanti, corre in un lungo arco attorno alla scena del crimine, inciampando a un certo punto. Raggiunge la sicurezza delle auto di pattuglia, un agente di polizia lo fa salire e viene rapidamente portato via. Considerando come la situazione potrebbe sfuggire di mano se la folla in lutto notasse David, inizio a chiedermi cosa ci facciamo ancora lì. Scruto la scena e lo trovo allo stesso identico posto. Sta ancora aspettando per la sua occasione. Si presenta poco dopo. Arriva la scientifica, che dopo aver sollevato il lenzuolo bianco, inizia a fotografare il corpo. David scatta ancora qualche foto prima che noi tre ce ne andiamo.

In macchina, parcheggiati lontano dalla scena del crimine, mostrale immagini a me e ad Antonio. “La famiglia stava abbracciando il corpo e l’hanno girata, così sono riuscito a scattare una foto della faccia”, dice.

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Quando fai il turno di notte per troppo tempo, gli omicidi iniziano a legarsi l’uno all’altro, causa ed effetto si mischiano in una forza centrifuga che attanaglia la città. I veterani del mestiere iniziano a notarlo: l’uomo ucciso a colpi di pistola una notte è legato a una lotta tra gang rivali, che a sua volta è iniziata per via di un altro omicidio della settimana precedente, e così via. I crimini costellano la loro mappa personale. Guidando per via Mosqueta, David indica un certo edificio e ricorda la notte in cui ha fotografato un uomo ferito che era stato investito da una macchina. Solo in un secondo momento il suo caporedattore gli ha detto che la vittima, in effetti, era José Luis Calva Zepeda, anche conosciuto come Guerrero Cannibal, uno dei serial killer più famosi del Messico, accusato di mangiare parti del corpo delle sue vittime, tutte giovani donne. Quando la polizia lo ha individuato, è scappato dalla finestra del suo appartamento ed è saltato in strada, dove è stato colpito da una macchina e arrestato.

Come tutti i giornalisti che si trovano ogni sera all’ufficio del Procuratore Generale, David sa bene che la violenza che perseguita la città potrebbe infine avere la meglio su di lui, trasformandolo da colui che racconta a colui che viene raccontato. Tutti loro ci sono andati vicino: minacce con armi da fuoco, pestaggi, attrezzatura rubata o distrutta dalla folla infuriata, cacciati con pietre o machete. “Una volta stavamo coprendo un omicidio di gang, siamo dovuti saltare in macchina e scappare. Dei tizi ci hanno inseguito con una mitragliatrice, ma andavamo veloci e non sono riusciti a prendere la mira”, ricorda.

Di ritorno all’Ufficio del Procuratore, mi spiega che il lavoro è diventato più pericoloso, che al giorno d’oggi la gente si ammazza praticamente per nulla. Stiamo mangiando guacamole fatta in casa, preparata da Antonio prima del turno. Ha portato anche una bottiglia di pulque, una bevanda viscosa dal colore latteo fatta di linfa di agave fermentata. Pochi minuti dopo, arriva un messaggio vocale WhatsApp sul cellulare di Vector. Una squadra dell’ambulanza che stava lavorando a Ecatepec è appena stata rapinata a mano armata. “Fortunatamente stiamo bene”, aggiunge la voce tremante. David mi lancia uno sguardo autoritario: “Visto? Non rispettano più nessuno!”.

Ecco perché la moglie di David gli raccomanda di fare attenzione tutte le sere prima di uscire. Gli ha dato il suo pieno supporto quando ha deciso di studiare giornalismo a trent’anni, anziché continuare a fare lavori saltuari. Ha frequentato un corso tecnico in giornalismo e poi un altro in fotografia, arrotondando le entrate come taxista. L’ultimo rito di passaggio prima di finire il corso, che includeva un approfondimento in criminologia e scienza forense, era assistere a un’autopsia. “Ci hanno detto di portarci da mangiare e il giorno successivo ci hanno fatto sedere di fronte al tavolo dell’autopsia alle 9 di mattina per fare colazione mentre guardavamo”, ricorda. “In tanti hanno vomitato, io no. Riesco a sopportare la morte meglio della maggior parte delle persone”. Sembra anche essere sceso a patti con la sua, di morte, che sia per vecchiaia, per diabete, per una svolta sbagliata in strada, o una visita sfortunata in una delle aree più pericolose di Città del Messico. “Tutti abbiamo una candela, non sappiamo quanto a lungo durerà. Ma quando la candela si spegne, è fatta”.

Molte settimane dopo, le nostre candele rischiano di spegnersi. Sotto un diluvio, la strada illuminata da lampi, David schiaccia sull’acceleratore per passare prima del rosso. Evitiamo il traffico che arriva dalla sinistra dell’incrocio, per poi essere quasi schiacciati da una macchina che arriva da destra. Antonio è il primo a vederlo, questo disastroso futuro alternativo. David sta guardando a sinistra, pensando di avercela fatta, ma vede la macchina che arriva dall’altra parte e sterza con forza. Entrambi i veicoli slittano sulla strada bagnata, mancandosi solo per qualche centimetro. Un altro rischio scampato da David e Antonio: la loro vita notturna ad alta velocità può continuare.

 

Traduzione di Alessandra Castellazzi.