Foto di Fabio Orsi.
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Su e giù per il grande nulla

A spasso in treno per la Russia, che se non lo sapete è un paese enorme (e vuoto).

 

La Russia è gigantesca. Dico: basta buttare un occhio a un planisfero per notare quanto la sua massa domini sull’intera superficie delle terre emerse. È tipo cinquantasei volte l’Italia e ha solo il triplo della popolazione, generalmente concentrata in città enormi. Il resto è vuoto, o almeno così crediamo fino a che non spunta qualcosa di cui nessuno sapeva niente, sperduto chissà dove. Roba come la spettacolare miniera di diamanti di Mirny in Siberia, per capirci.

 

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Le distanze tra diverse città in Russia assumono connotati ai quali non siamo granché abituati. Come musicista, ho avuto l’occasione di girarla in tour quattro volte, sempre accompagnato dalla mia fida macchina fotografica che negli anni è praticamente diventata un complemento del mio lavoro. Per andare in tour in Russia ci vuole un fisico bestiale: perché sono diversi i cibi, per via delle quantità di vodka bevuta, perché significa passare più tempo nei trasferimenti da un posto all’altro che nel posto in questione, per le interminabili ore passate in treno, e per i sensi bombardati da mille input anche quando, per ore, si attraversa solo il vuoto. E mica un vuoto qualsiasi: il vuoto della Russia.

 

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L’aeroporto di Mosca Domodedovo è una cosa immensa. Ci sono quasi sempre arrivato in pieno inverno. Le temperature molto al di sotto dello zero, la neve che si fa foschia, nebbia, alle prime luci dell’alba, finestroni giganti che si aprono su una megalopoli sempre viva. L’immensa hall degli arrivi, una casbah di lingue, culture, razze e tassisti abusivi che ti accerchiano e contrattano il prezzo migliore. L’ovest e l’est. Subito e a portata di mano.

 

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Il fascino di questo paese passa soprattutto attraverso i suoi treni. Lunghissime distanze da percorrere e pochissime fermate intermedie. Sigarette fumate tra i vagoni, tra nubi di fumo gelide, osservando distese bianche e alberi spogli. Non una casa, non una luce: nient’altro che il nulla, e mentre tutto sembra svanire in un loop che si avvolge in se stesso, gli odori del cibo tra i vagoni affollati. Pesce secco, pollo bollito, vodka, succo di pomodoro. La gente si fa cordiale, gentile, ospitale. Le mani di un ragazzo che squarcia un pesce intero e urla che in fondo “music brings people together“.

 

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Qui sopra una famiglia kazaka che dispensa cioccolata, pasta fritta, mille domande sull’Europa: per loro è un viaggio interminabile. Il piccolo Moahmmed che mi insegna in russo misto a kazako un gioco di carte, e dopo qualche ora capirne le regole e giocarci per ore e ore ancora. Gli abbracci alla stazione di Rostov, come se ci si conoscesse da una vita. Prima le lenzuola sporche da ripiegare, le coperte da arrotolare, il cuscino da sistemare sopra e in fondo a tutto.

 

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Qui credo fosse il 2012, una delle prime manifestazioni autorizzate contro il governo Putin. La polizia carica poche centinaia di studenti radunati nel centro di San Pietroburgo. L’immagine di una cornice squarciata di un ritratto scomodo di famiglia.

 

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Ancora San Pietroburgo. Sicuramente ci sarebbe molto da fotografare in strada: e io invece me ne sto dentro, in una casa di pochi metri quadri appena. Qui gli oggetti sembravano trovare da soli la loro naturale collocazione, gli spazi giusti in un arredamento spoglio, nudo come il bimbo che si avvolge sulla sedia di fronte mentre io mi riscaldavo con un tè. Fuori, giornata da meno due cifre.

 

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A Mangiare sushi sul balcone.

 

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Samara, città che adoro per le sue costruzioni in legno, le sue strade larghe che salgono e scendono al di qua dell’orizzonte, tra un cielo pallido e il Volga che sembra il mare. L’asfalto bruciato dal freddo, spaccato dal ghiaccio, la dignità immensa negli occhi di persone amiche. Il mio trolley che si inceppa tra le buche, ma non importa: il mare sembra sempre così vicino. A due passi dal nulla.

 

 Foto dell’autore.