Immagine per gentile concessione di Igort.
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Igort il giapponese

Intervista a un gigante del fumetto italiano, vagabondo del manga e fondatore di Coconino Press.

 

Autore classico vivente del fumetto non solo italiano e cofondatore di Coconino Press, Igort è, a monte, soprattutto un viaggiatore. Il suo ultimo libro, meraviglioso, è Quaderni giapponesi. Sta per pubblicare con Einaudi le illustrazioni di due racconti di Murakami, e intanto prepara un nuovo volume dedicato ai suoi viaggi in Giappone.

The Towner: Parlami di Gli assalti alle panetterie, il libro con Haruki Murakami previsto per quest’anno.
Igort: È un libro illustrato per Einaudi. C’è un lavoro che bisogna fare per cercare di illustrare senza essere “illustrativi” nel senso piatto e didascalico. La fatica, la ginnastica di questo tipo di lavoro è questa: io sono interessato al disegno in una chiave narrativa quindi sto inventando una serie di approcci diciamo al racconto in cui si vedono delle cose che io immagino, intuisco delle pieghe del racconto stesso.

È stato concepito come una collaborazione?
No, no, è una cosa editoriale. Murakami ha visto il mio book, ha approvato l’idea dell’Einaudi di farmi illustrare il racconto e io ci sto lavorando. Sono due piccoli racconti abbastanza surrealisti nel taglio, nel senso che si tratta di una rapina reiterata nei due racconti: però a una panetteria, non a una banca… Quindi c’è un’idea molto ironica di lavoro sul genere. Io sto rafforzando questa idea con atmosfere noir di tipo giapponese, che sono poi le cose che io amo molto: i film della Nikkatsu degli anni Cinquanta, Sessanta… Tra l’altro, Einaudi mi ha chiamato poco prima che partissi per il Giappone. Stavo partendo per raccogliere nuove storie da raccontare in un altro libro che sto preparando a fumetti. Conservo questo approccio un po’ aperto di Quaderni Giapponesi, una cosa un po’ spuria, l’idea che si possa raccontare un documentario che contemporaneamente è anche un memoir, un libro di viaggio. A me interessa che la forma del fumetto, che il linguaggio del fumetto si apra…

In Quaderni Giapponesi c’è tantissimo testo e ovviamente mi veniva da pensare a Sebald. Tu che altri riferimenti letterari hai per questo tipo di lavoro? Anche i saggi di Tanizaki per esempio, lo stesso Libro d’ombra, non so…
Certo. Sì, be’, quelle cose sono state molto importanti. Io devo continuamente fare riferimento anche a Roland Barthes…

Certo, certo l’Impero dei segni.
Più che un’ispirazione diretta, diciamo, mi è piaciuto il suo metodo. Perché è il metodo dell’abbandono, in qualche modo. Cioè, Eugen Herrigel ne parla nel suo saggio Lo Zen e il tiro con l’arco: quando incontra un monaco che dovrebbe più o meno spiegare i rudimenti dello zen, il monaco gli offre un tè. Versa il tè nella tazza e poi quando la tazza è colma lui continua a versare. Herrigel lo guarda e gli dice: “Ma cosa stai facendo?”; e il monaco gli risponde: “Non si può riempire una tazza che è già piena.” Intendendo con questo che Herrigel è un professore di filosofia, e quindi lui crede di poter approcciare lo zen come una delle tante visioni dell’intelletto e dell’elaborazione culturale. E invece lo zen è proprio lo svuotamento, l’abbandono di tutte queste cose. Con questa pratica che poi in qualche modo Roland Barthes mette in atto: essendo lui un grande semiologo e studioso, va in Giappone come un bambino. Questa cosa mi è sembrata la ragione per cui è stato anche attaccato, all’epoca, da vari nippologi. Invece è la ragione per cui è stato per me proprio come un grado zero. È chiaro che era un bambino estremamente sensibile, quindi era disposto ad abbandonarsi completamente a questa fascinazione, a questo stordimento che l’occidentale ha quando approccia la cultura giapponese. Questo per me è il segreto. Poi tu mi pare che hai fatto una recensione sul mio libro…

Per loro c’è una cosa ancora più affine al mondo del fumetto: il verbo scrivere kakimasu è lo stesso per disegnare, perché per loro la scrittura disegna.

Sì, ne avevo parlato, probabilmente l’avevo anche citato, Barthes.
Se ricordo bene mi sembra che proprio in quell’articolo tu abbia raccontato come io mi sia fatto attraversare da tutta la loro tradizione grafica. Che era esattamente lo scopo del mio lavoro. Io volevo fare questo, che è quello che noi rimproveriamo ai giapponesi…

Sì, la calligrafia.
È esattamente la cosa che bisogna fare se ci sia vuole imbevere di cultura giapponese. Per me esiste un unico grande fiume che attraversa i secoli, che va dagli ukiyo-e, le stampe, fino ai menko, che sono queste carte da gioco dei primi degli anni Venti-Trenta, fino agli anime, fino ai manga. E tutto questo è un unico grande disegno, molto molto ampio, che attraversa i secoli e che è un approccio specifico all’apertura al mondo.

Io sono stato per la prima volta in Giappone l’aprile scorso, nel 2015, e ho avuto questa illuminazione. La cultura modernista in Europa e in America si è sviluppata a inizio ‘900. Che è proprio il periodo in cui il Giappone è diventato una nazione importante a livello mondiale. A un certo punto del viaggio sono finito in una casa-museo di produttori di sakè, sulle alpi giapponesi. E questa casa era esattamente il modernismo, tutto funzionale ed elegantissimo. In casa erano esposte le opere di una pittrice che era parte di questa famiglia e che era stata scoperta in occidente da uno degli Art Ensemble of Chicago. E lei era passata dal fare calligrafia tradizionale al dipingere opere di simbolismo astratto all’occidentale e ho pensato: ci fissiamo tanto sull’influenza dell’occidente sul Giappone e non diciamo mai che il modernismo è il Giappone portato in occidente. E quando sono tornato a New York dopo aver visto il Giappone ho pensato: ammazza, quanto Giappone c’è a New York, e un po’ ovunque in occidente.
Loro non hanno questo mito dell’avanguardia, loro non rivendicano le loro invenzioni. Il termine manga per esempio è di Hokusai ed è a cavallo tra ‘700 e ‘800. Cioè noi parliamo dell’illustrazione e del fumetto come arte riprodotta dei primi fumetti americani del 1907-8. Ma se tu vai a un secolo prima, Hokusai pubblicava le sue storie in piccoli libri, e nessuno ha mai riconosciuto ai giapponesi che sono loro che hanno inventato il fumetto.

Tanizaki, nel suo libro Sulla maestria, dice che alla fine per i giapponesi la maestria è una forma di umiltà, cioè il vero artista giapponese è quello che sta per conto suo ripetendo, meditando, copiando, e fa la sua strada non necessariamente per sfondare, diciamo.
Io sono andato a fare un timbro, che è il modo in cui firmavano i vecchi disegnatori giapponesi. Il signore che mi ha fatto il timbro mi ha detto: “Sa, anticamente avevano diritto al nome soltanto i nobili e gli artisti”. E in realtà nella tradizione dei monaci russi questo poi ha un significato anche per l’identità che abbiamo noi: i monaci russi delle icone ripetono delle forme, e sono anonimi, noi conosciamo soltanto Andrei Rublev e pochissimi altri, ma in realtà l’anonimato era parte della disciplina mistica del disegno. E se tu pensi anche ai più grandi disegnatori delle stampe giapponesi, c’è Toyokuni primo, Toyokuni secondo, terzo, quarto: praticamente attraversano dei secoli. È chiaro che si tratta di una scuola, no? Un po’ come il pitagorismo che è durato quattro secoli, e non è che Pitagora è vissuto quattrocento anni. Voglio dire che in realtà il mito, l’ego, il culto della personalità non è proprio tipico della cultura giapponese. Ed è questo anche che mi affascina, che mi interessa, il fatto che per una disciplina mistica venga utilizzato uno strumento pratico: la mano, la calligrafia, lo shutō [nel karate], oppure il tiro con l’arco, la disposizione dei fiori nell’ikebana. Questa cosa è la mano che serve per ingannare la mente. Poi per loro c’è una cosa ancora più affine al mondo del fumetto: il verbo scrivere kakimasu è lo stesso per disegnare, perché per loro la scrittura disegna. Se scrivono “shito” è una y rovesciata che vuol dire uomo, ed è un uomo: cioè sono le due gambe con il busto. Se scrivono “hara”, è un quadrato, è un campo. Quindi questa cosa, ovviamente, nella mente di un disegnatore è un concetto che entra sempre di più: ti misuri con un linguaggio in cui scrittura e disegno si confondono.

Sì e infatti poi la cosa stranissima di stare in Giappone non conoscendo il giapponese è che non ci sono immagini. Ovunque vai c’è scrittura.
Ma le icone ci sono, se tu guardi la metropolitana è piena di icone, c’è la silhouette del bambino che deve recuperare il cappellino con l’addetto alla metropolitana che glielo recupera col bastone, oppure se tu guardi i cartelli con le istruzioni per i lavori in corso sono disegnati in stile Tezuka. Oppure alla Tokyo Ginko, la banca di Tokyo, l’impiegato che tu ti trovi davanti ha un disegno in stile fumetto, il nome scritto in caratteri occidentali. Cioè loro convivono con una rappresentazione del mondo che è molto grafica, le insegne. Quando c’è il tramonto e si accendono le insegne a Shinjuku e Shibuya è proprio… diventa davvero un impero dei segni, veramente come diceva Barthes.

E poi anche il modo in cui loro si comportano fisicamente è molto più evidentemente un segno di come ci comportiamo noi.
Be’ anche come loro fanno i pacchi, ad esempio. C’è un’arte specifica, addirittura avvolgere il pacco in un certo modo e confezionare il pacco è più importante del regalo stesso. È un simbolo anche di cura, di rispetto. E diciamo che il Giappone è un luogo che mi affascina molto anche proprio per i rituali, il peso che viene dato a una cosa che tu svolgi, a un’azione, a un compito che tu svolgi e ha sempre un aspetto rituale molto forte. Che forse è quello che avveniva nella nostra Magna Grecia. Noi l’abbiamo un po’ perso, nei rituali greci antichi…

Come fai a conciliare questo mondo così ordinato, così ritualizzato, con la vita in Italia?
Io viaggio continuamente e quindi sono tra Parigi, la Sardegna e il resto del mondo. Sono molto spesso in viaggio, infatti il prossimo libro si chiama Il vagabondo del manga perché ho iniziato ormai da anni a trovare un modo di raccontare le storie mentre viaggio, già da quando ho abitato quasi due anni nei paesi dell’ex Unione Sovietica, in Ucraina, in Siberia eccetera. Sai, le radici dopo un po’ scopri che te le porti dentro e quindi…

Quindi in Italia ci stai poco, a parte la Sardegna?
In Italia passo una parte del mio tempo, ma disegno ovunque. 

E come ti organizzi? Come lavori? Hai studi ovunque o ti appoggi?
Ho due studi, uno in Francia a Parigi e uno in Sardegna. E poi i miei ultimi libri si chiamano quaderni perché sono dei veri e propri quaderni che mi porto dietro: disegno in albergo, in treno, in aereo, di solito quando abito nei luoghi, per esempio quando vado in Giappone o in Russia o in Ucraina, affitto una casa, non voglio vivere nella vita neutra degli alberghi che sono uguali in tutto il mondo. A me interessano i luoghi. Poi mi divertono anche i non-luoghi come gli aeroporti, o gli alberghi, ma quella è una vita artificiale. Quindi affitto una casa e comincio a fare le cose che fanno le persone che abitano in quel luogo, vado a fare la spesa, capire come ci si muove in una città. È attraverso questo che penetri nella vita quotidiana e nell’essenza di un posto.

I miei ultimi libri si chiamano quaderni perché sono dei veri e propri quaderni che mi porto dietro: disegno in albergo, in treno, in aereo.

Sì sì anche a me succede quando viaggio e vado tanto in dei posti. La ripetizione, il rapporto col supermercato, è già una cosa fortissima.
Quando ho preso casa a New York, c’erano questi bidoni di latte da quattro litri. Quello ti dice già moltissimo di un approccio al vivere, no? Gli spazi giapponesi sono minuscoli, gli americani invece hanno il gigantismo. Le macchine americane sono una volta e mezzo le macchine nostre, e c’è questa idea anche di una vita molto semplificata, molto divertente.

Sì, di grana grossa.
L’uomo è semplicissimo in America, sembra tutto molto semplice. Poi dopo, magari, si comprano delle pistole e iniziano a sparare, però diciamo che l’idea dominante è che la vita è semplice.

Questo libro nuovo quindi, Il vagabondo del manga, sono storie di vari paesi o solo giapponesi?
No no, l’idea era vagabondare nei luoghi dell’antico Giappone come Basho e i poeti di haiku oppure i disegnatori di riso… Di andare a immergersi nella natura per contemplarla attraverso la scrittura. Ho organizzato un viaggio insieme a un amico fotografo, e poi c’è anche un regista che sta facendo un documentario sul mio lavoro, che mi ha seguito. Praticamente noi viaggiavamo in una serie di luoghi scelti e abbiamo usato tutti i mezzi, automobile, treno, aereo, macchina… Abbiamo attraversato tutte le campagne, siamo andati nella penisola del Kii, luoghi rituali della cultura antica giapponese dove per esempio fabbricano la carta dal gelso e non dal cotone, che è una tecnica che praticamente è utilizzata da duemila anni, e questa carta loro la fabbricano artigianalmente, a mano, in laboratori che sono dietro la casa. Mi hanno fabbricato la carta davanti agli occhi ed è stato molto emozionante perché era la prima volta che vedevo come facevano la carta su cui poi avrei disegnato. Ho preso la carta di Izumo, che veniva utilizzata per gli editti imperiali, per i precetti buddhisti e questo signore che la fabbricava sotto i miei occhi ha detto che questa carta di Izumo (che vuol dire “nuvole in viaggio”) è praticamente la responsabile della diffusione della cultura scritta in Giappone, quindi è un pezzo della storia giapponese. Perché prima, anticamente, i precetti buddhisti venivano scritti su tavolette, quindi per spostare l’equivalente di un testo ci voleva una nave. Duemila anni fa è cominciato questo uso importato dalla Cina del gelso, che è leggerissimo, praticamente un monaco si poteva portare dietro un intero sutra…

Quando esce?
A fine anno o ai primi dell’anno prossimo, ci sto lavorando.

E il documentario?
Il documentario uscirà contemporaneamente al libro e si chiamerà Manga Do, “la via del manga”. Lo fa Domenico Distilo, un italiano che ha base a Berlino. Bravo. Lui mi ha seguito, filmato… perché l’idea era di decidere delle rotte, e poi trovare degli incontri, non cercarli o creare degli appuntamenti. E quindi si sono verificate delle cose un po’ magiche, incontri bellissimi che sono frutto di questo vagabondare, anche alla ricerca di luoghi particolarmente belli, importanti da disegnare. Poi il fotografo che era con me è un fotografo di paesaggi, Giovanni Piliarvu. Praticamente vive il paesaggio come un pittore romantico poteva fare alla fine dell’Ottocento, viene proprio folgorato, ha quell’ossessione per la luce per cui bisogna alzarsi alle quattro e mezza di mattina, quando comincia l’aurora e poi l’alba, con questa cosa quasi da posseduti, alla ricerca dell’immagine perfetta. Era molto interessante per lo scambio tra me che disegno, che è un lavoro lungo, e lui che scatta e cerca la sintesi: siamo antitetici. Ma cercavamo luoghi simili, quindi è stato molto bello.