Foto: Adriano Zanni.
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I resti della Nuova Belgrado

A Novi Beograd, la più grande periferia della capitale serba.

 

Molti dicono che il palazzo dello stato maggiore dell’esercito devastato dalle bombe deve restare così com’è, a mo’ di monumento. Qualcun altro – magari più sincero e meno legato all’invadente retorica nazionalista – ammette che, anche qualora si decidesse di sistemarlo, non ci sarebbero i soldi. Perché tuttora la Serbia continua a soffrire una situazione finanziaria ed economica difficile.

 

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Siamo a poche centinaia di chilometri da noi, nel cuore dell’Europa. A Belgrado il sogno della Grande Serbia si è infranto da tempo, e se da un lato la città dei mille negozi e della vivacissima vita notturna (ri)prova a gettare un ponte in direzione del resto del continente, dall’altro basta attraversare altri ponti per fare la conoscenza di una città diversa e “nuova”.

 

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Attraversata la Sava e oltre il Danubio, sorgono cicatrici (architettoniche e non) che raccontano un altro sogno infranto: quello della Jugoslavia di Tito. Novi Beograd, la “nuova Belgrado” progettata a partire dal secondo dopoguerra, si estende a perdita d’occhio confondendosi all’orizzonte. Il Blocco 23, costruito tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, è uno dei tanti che la compongono.

 

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A macchia di leopardo, timidi tentativi di sopravvivenza si mescolano a vere e proprie lotte giornaliere, e la povertà diffusa rimbalza tra la ricerca dell’espediente e aspirazioni alla “normalità”. Gli sguardi sono fieri ma stanchi, segnati dai ricordi, e forse dalla voglia di crederci ancora.

 

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Intorno adesso sorgono nuovi edifici e prove di modernizzazione: ma quella parola lì – “nuovo” – appare sinistramente vuota, svuotata dal significato che architetti e urbanisti le attribuivano negli anni della Jugoslavia socialista: l’ennesimo sogno tramontato sulla Sava. Queste foto sono una piccola parte di un molto più ampio reportage scattato a Belgrado sul finire del 2014.

 

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Foto dell’autore.