Foto: Mario Tosti/Getty Images.
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How deep is your love?

La costa calabrese, il suo mare, le sue ombre.

 

Il menu è quello classico “a base di pesce”. Spaghetti con le vongole, pepata di cozze, frittura mista, spigola al cartoccio. Il nome del ristorante è ugualmente generico: Al Belvedere. L’invenzione della tradizione della cucina di mare italiana ci ricorda che potremmo essere a Grottammare (Ascoli Piceno) come a Capaccio (Salerno). Gli stessi piatti per vacanzieri e gitanti fuori porta lungo tutto il periplo della penisola. Le stesse pietanze, o quasi, spacciate per tipiche. Invece siamo a Paola, il paesone in provincia di Cosenza che funziona da anni come snodo ferroviario verso il capoluogo, che ospita il Santuario di Francesco e che rappresenta la prima stazione balneare per gli abitanti dell’entroterra. Se vieni in macchina dalla conca umida al di là del promontorio che sale alle spalle del mare, devi imboccare la lunga galleria della Crocetta.

Al Belvedere ci vieni per la grande terrazza sul mare. Oppure per mangiare nel posto che è anche il quartiere generale dei tre fratelli Egiziano, noti ai fan come Italian Bee Gees. Sono più di un gruppo di sosia della famosa band britannico-australiana della Febbre del sabato sera. Sono anche un gradino sopra il titolo di “cover band ufficiale”. Hanno fatto tour e calcato palchi internazionali assieme a Vince Melouney, membro del gruppo originale che ha scelto di benedire il tributo. Mentre aspetti che ti portino un’insalata di mare, sorseggi il bianco della casa e osservi questo spicchio di mare Tirreno.

A sinistra, verso sud, segui la costa con lo sguardo. A cominciare dalle “T” che affondano al mare dalla spiaggia di San Lucido, barriere frangiflutti erette allo scopo di arginare l’erosione della costa. Nelle giornate nitide puoi scorgere le acque di Amantea, dove nel 1990 si arenò la nave Jolly Rosso, carretta del mare sospettata di trasportare fusti di rifiuti tossici, scorie delle produzioni industriali del nord. Wim Wenders arrivò in Calabria qualche anno fa, ingaggiato dalla giunta regionale, per girare un film sulla storia dei migranti curdi che sbarcarono sulla costa ionica catanzarese e furono accolti nel bellissimo centro storico di Badolato abbandonato dagli autoctoni, a loro volta emigranti in cerca di fortuna. Licenza poetica, Wenders scelse di girare la scena dello sbarco sulle spiagge tirreniche di Briatico, che si affacciano sulle acqua cristalline di Tropea. Nel frattempo, sull’altra costa della punta dello stivale, quella senza riflettori del regista del cielo sopra Berlino, sbarcavano i migranti. Quelli veri.

A destra, verso nord si individuano i paesi delle seconde case al mare che si succedono senza soluzione di continuità. Poco più in giù la spiaggia a margine del Torrente Regina, che venne interdetta al pubblico per contaminazione di cobalto e vanadio. Stando alle inchieste della procura e alle denunce degli ambientalisti, alcune di queste zone sono una vera e propria bomba ecologica. La percentuale di giovani ammalati di tumore a Paola sarebbe di quattro volte superiore alla media nazionale. Il picco di malattie si è registrato negli ultimi dieci anni.

Stando alle inchieste della procura e alle denunce degli ambientalisti, alcune di queste zone sono una vera e propria bomba ecologica.

Bisogna ricorrere al gioco di specchi tra realtà e rappresentazione, tra il vero e il falso della disco music del Belvedere e tra il vero e il falso della narrazione di Wenders, per comprendere come mai le notizie sui mari avvelenati da fusti tossici non siano sfociati in ribellione generalizzata ma in mugugni rassegnati, quando non in rimozione vera e propria. Se fossimo antropologi ricaveremmo la soluzione dalla storia di questa terra: i calabresi non hanno mai percepito il mare come una “risorsa”. Già nel passato il mare era visto come una minaccia. La cultura dei calabresi è cultura di terra – come dimostrano le tradizioni gastronomiche a base di carni e peperoncino invece che di pesce e di menu preconfezionati. Lo indicano chiaramente anche gli insediamenti arroccati sulla difensiva.

È una storia che continua, quella dell’inquinamento a cavallo tra legale e illegale di queste zone: secondo l’inchiesta della Procura di Potenza sull’estrazione petrolifera che ha costretto alle dimissioni il ministro dello sviluppo Federica Guidi emerge che, soltanto tra il 2013 e il 2014, Eni avrebbe smaltito illecitamente circa 30 mila tonnellate di rifiuti pericolosi in Calabria, risparmiando così circa 37 milioni di euro. I panni sporchi si lavano grazie alle famiglie giuste. Ma non c’è da stupirsi se il fatalismo degli indigeni consente di smaltire persino le scorie nucleari.

Quando la vicenda dei rifiuti tossici esplose, dopo anni di controinchieste e denunce degli ambientalisti, contribuì a mettere in luce la materialità dei rapporti di potere più che le diffidenze ataviche della tradizione. Nel 2009, il pentito Francesco Fonti condusse gli inquirenti fino a un mercantile affondato al largo di Cetraro. Disse che l’uomo che negli anni Ottanta aveva fatto da tramite tra la ‘ndrangheta e lo Stato per lo smaltimento illegale delle scorie era Riccardo Misasi, potente democristiano cosentino che aveva dato un lavoro a migliaia di cittadini. I calabresi trovavano la sicurezza del posto fisso. Orde di bidelli, impiegati, infermieri, uscieri, funzionari e dirigenti comunali trovavano il modo di investire, ognuno secondo le proprie disponibilità e secondo il proprio grado nella catena della clientela. Allegre gestioni dei mutui delle Casse di risparmio lottizzate dai politici rendevano accessibile il credito per costruttori e acquirenti, all’insegna di un keynesismo clientelare che pareva la quadratura del cerchio.

Perché il Tirreno e non lo Ionio? Perché qui a nord e non verso sud, da Lamezia in giù? Forse per mafie territoriali, magari perché il mare qui è subito a ridosso della montagna, ed ecco che il calabrese dell’entroterra appena ha un attimo di spaesamento può voltare lo sguardo e ritrovare gli appennini. Più semplicemente, perché questi posti erano belli. Bellissimi come forse solo alcuni luoghi ancora sconosciuti alle grandi rotte turistiche della Grecia possono essere. L’acqua verde che rifletteva la macchia mediterranea. Veniva voglia di andarci, di superare la paura dell’orizzonte.

Il ciclo del cemento lungo l’alto Tirreno Sunset Boulevard si è accompagnato, fin dagli anni del boom economico del secondo dopoguerra, all’industria della casa al mare, sogno piccolo-borghese di tantissimi calabresi.

Nacquero condomini supereconomici e magioni sontuose, villette a schiera a due passi dal bagnasciuga e palazzi anonimi appena al di qua della spiaggia. Il ciclo del cemento faceva parte del riciclaggio di denaro. Esiste una precisa gerarchia della località del tirreno cosentino, una geopolitica della seconda casa. I benestanti a Sangineto, la piccola borghesia a Torremezzo. Era un meccanismo che pareva inarrestabile. Posti meravigliosi e incontaminati divennero una specie di (brutta) periferia metropolitana con vista mare. Il ministro cosentino dei lavoratori pubblici e leader socialista Giacomo Mancini dava cene luculliane. Balli memorabili, casse di champagne e camioncini frigoriferi di nocciole imbottite arrivavano da Pizzo Calabro. Quando gli bruciarono la casa si spostò lungo l’asse del mare cosentino, prima a Diamante e poi a Cittadella del Capo.

Il ciclo del cemento lungo l’alto Tirreno Sunset Boulevard si è accompagnato, fin dagli anni del boom economico del secondo dopoguerra, all’industria della casa al mare, sogno piccolo-borghese dei tantissimi calabresi che andavano alla scoperta delle coste dopo secoli di ostilità verso il mare e le sue minacce. Dunque, quell’industria devastante, fatta di pilastri di cemento e piani regolatori inesistenti, si è nutrita anche dell’umana spinta al benessere, segnata dal ritorno sulle coste dei calabresi che finalmente vedevano a portata di mano la fine della miseria. La ricerca spasmodica della casa delle vacanze – abitazioni che ancora fino agli anni Ottanta erano occupate da famiglie incredule e ostentatamente spensierate, per almeno tre mesi all’anno – nascondeva la pacificazione dei calabresi dell’entroterra con la geografia. Per esprimere la condizione di isolamento terragno dei calabresi, Predrag Matvejević ha scritto che la Calabria è “un’isola senza mare”. Dentro i paradossi di questo ossimoro s’è mossa la corsa al cemento della costa tirrenica calabrese.

I fatti risalgono all’inizio dell’estate in cui i Bee Gees (quelli veri) dopo aver superato la soglia dei 20 milioni di copie vendute dell’album “Spirits Having Flown” e aver piazzato il singolo Love You Inside Out in vetta alla classifica dei singoli statunitensi per la sesta volta consecutiva, provavano invano ad emanciparsi dal falsetto e dalla disco music, il genere che aveva avuto il compito di seppellire il funk, renderlo bianco, depotenziarne la carica erotica e rivoluzionaria.. I fatti, dicevamo, si svolsero il 21 giugno 1980, proprio a Cetraro. Sembrano usciti da un romanzo di Leonardo Sciascia.

Quel giorno, mentre usciva dal consiglio comunale, venne ucciso Giovanni Losardo, amministratore locale comunista e funzionario alla procura di Paola. Era sera, Losardo veniva dal municipio per raggiungere la sua Fiat 126, arrivare fino alla sua casa di Fuscaldo, qualche chilometro più a sud sulla costa, e assistere con la sua famiglia alla partita tra Italia e Cecoslovacchia. I killer a bordo di una motocicletta lo freddarono mentre era in macchina. Spararono diversi colpi, ma Losardo non morì subito. Ebbe il tempo di dire queste parole: “A Cetraro tutti sanno chi è l’assassino”.

Gli inquirenti passarono al setaccio l’attività in consiglio comunale dell’assessore cinquantaquattrenne. Le carte relative a certe licenze edilizie non concesse divennero indizi preziosi. Si ricostruì una rete di malaffare che coinvolgeva il boss locale Franco Muto, che sarebbe stato tirato in ballo anche nella storia dei fusti tossici trent’anni dopo. Ma anche politici e notabili locali. Tra di essi l’ex sindaco socialista Carlo Cesareo e l’ex presidente dell’ospedale di Cetraro Giuseppe Caldiero, democristiano. Le indagini sulla criminalità organizzata cetrarese coinvolsero anche la magistratura. I giudici di Bari inviarono un mandato di comparizione anche al procuratore capo della Repubblica di Paola e a un suo sostituto.

Paese Sera, giornale vicino al Pci, scrisse che in Calabria si stava verificando il grande salto: la ‘ndrangheta non era più collusa con la politica ma sceglieva di fare politica direttamente.

Paese Sera, giornale vicino al Pci, scrisse che in Calabria si stava verificando il grande salto: la ‘ndrangheta non era più collusa con la politica ma sceglieva di fare politica direttamente. Il processo si celebrò a Bari. “Losardo manifestò, nelle sedi più diverse, la sua costante volontà di opporsi alle attività illecite della malavita locale e di operare contro ogni forma di malgoverno e di collusione tra il potere locale e i gruppi delinquenziali”, spiegò nel corso della sua requisitoria il pubblico ministero Leonardo Rinella; “Combatté a lungo da solo, rischiando di persona, denunciando durante i consigli comunali il malaffare e le connivenze. Il suo coraggio fece paura”. In corte d’assise  ci furono alcune condanne, ma nei gradi successivi del processo gli imputati furono tutti assolti.

How deep is your love, Quanto è profondo il tuo amore cantavano i Bee Gees (sempre quelli veri). L’odio del boss Franco Muto si è arenato nelle profondità del mare. Di fronte all’accusa infamante di aver avvelenato il mare, Muto ha ritrovato la parola e ha sentito il bisogno di presentare un esposto nel quale assicurava di non aver nulla a che fare con “l’affondamento di navi nel Mediterraneo e nello specchio d’acqua antistante le coste calabresi e nello specifico quelle cetraresi”. L’uomo che venne accusato dell’omicidio Losardo e di aver fornito assistenza logistica alle navi dei veleni si spinge oltre: sottolinea come quella costa gli appartenga, evidenzia il legame che lo unisce a quelle acque, “in prossimità delle quali da sempre vivono i miei figli ed i miei nipoti e dalle quali da anni la mia famiglia ha tratto dalla pesca i mezzi di sostentamento attraverso la commercializzazione del pesce”.

Il relitto inabissato di fronte alla spiaggia di Cetraro venne riconosciuto dai periti come la nave passeggeri Catania, affondata durante la prima guerra mondiale. In molti hanno tirato un respiro di sollievo quando i sommozzatori presentarono all’allora ministro dell’ambiente Stefania Prestigiamo il risultato rassicurante dei sondaggi. Fonti non mollò: “Hanno cercato di insabbiare tutto”, disse nel settembre del 2011. “La nave indicata da me era un’altra, a non più di un chilometro di distanza. La nave passeggeri Catania è il coniglio che il ministro Prestigiacomo ha tirato fuori dal cilindro. Doveva darla in pasto all’opinione pubblica. Serviva per tranquillizzare tutti. C’erano i servizi segreti sulla nave incaricata delle ricerche. Hanno trovato il relitto che volevano trovare”.

Non è tutto veleni e neppure tutta rassegnazione. Adesso che l’Egitto è entrato nelle black list del turismo internazionale, una parte dei milioni di bagnanti che compravano pacchetti all inclusive per Sharm, crociere sul Nilo, suggestive albe sul Sinai e avventurose immersioni nella black hole di Dahab potrebbe arrivare su questo pezzo di Mediterraneo. Potrebbe rinunciare ad una vacanza tutta organizzata e scoprire le meraviglie del Tirreno calabrese. Se avrete la fortuna di farlo, di muovervi lungo la statale 18 che da Praia conduce giù fino alla punta dello stivale, non perdete l’occasione di fermarvi Al Belvedere e ordinare uno spaghetto allo scoglio. Arriverà servito da uno degli Italian Bee Gees, avvolto in un cartoccio di stagnola chiuso a forma di cigno. Una eredità del kitsch anni Settanta, quando la costa era il sogno della seconda casa e delle vacanze tre mesi all’anno del pubblico impiego. Un posto fuori dal tempo per cantare Nobody gets too much heaven no more, con gli occhiali da sole a goccia e il vento in faccia.

 

Foto del 2009 di ‘Oceano Mare’, una nave-laboratorio che ispeziona le coste al largo della Calabria alla ricerca della Kunsky, una nave sospettata di trasportare rifiuti tossici e radioattivi.