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Capelloni a Brera

Quando il centralissimo quartiere a due passi dal Duomo era l'oasi hippie di Milano.

 

Fedele alla tradizione di non voltarsi mai indietro e di ritenere la propria storia una zavorra, la Milano del dopoguerra si stava reinventando per l’ennesima volta. E tirava dritto, cannibalizzando senza alcun rimpianto il proprio passato. Solo una questione di tempo e la sua ansia di progresso avrebbe travolto anche Brera, il centralissimo quartiere popolare miracolosamente risparmiato dalle speculazioni immobiliari del fascismo, dai bombardamenti alleati (almeno in parte), nonché dai disastrosi piani regolatori postbellici. Per fortuna – grazie a vari dissidi all’interno della giunta comunale e a problemi di budget – sarebbero occorsi ancora diversi decenni prima che termini come gentrification e bruxellisation venissero applicati con ferocia a quel boccone urbano così invitante, a pochi passi dal Duomo.

Equidistante dalla città dell’elegante borghesia delle prime alla Scala, così come da quella operaia in tuta blu, l’antico borgo si era conquistato nel tempo il pomposo titolo di “Quartiere Latino di Milano”. Seppur assediata dal traffico, ancora negli anni Sessanta Brera resisteva impavida alle sirene e ai bulldozer della modernità, confermando il suo ruolo di stravagante enclave di dissidenza sociale e deriva esistenziale: un’oasi di originalità nella callosa metropoli bottegaia e impiegatizia.

Sotto l’ala protettiva del nobile e polveroso parallelepipedo dell’Accademia di Belle Arti (lascito della buonanima di Maria Teresa d’Austria) si stendeva quindi un reticolo di strette viuzze, vecchie casette scalcinate, ammassate tra i palazzi nobiliari di via Borgonuovo e il frustrato sogno imperiale dei grandi viali di  Foro Bonaparte. L’aria che si respirava – umida, appiccicosa, olezzante di zuppa di verza e di sigarette Alfa senza filtro – era esattamente la stessa che un secolo prima aveva nutrito e intossicato gli stralunati Scapigliati, consumatori di assenzio e di sogni infranti nonché antenati dei più tardi beat.

Un labirinto di case di ringhiera con porte lasciate sempre aperte, niente riscaldamento, scarsa illuminazione, cessi in comune, botteghe artigiane e spaziosi atelier passati senza soluzione di continuità da un artista all’altro, come testimoniavano gli strati geologici di pittura sui pavimenti. Una lunga teoria di tripperie, latterie, trattorie unte da mezza porzione e conti mai saldati. Al centro dell’isolato, spiccavano i monconi grigiastri degli edifici bombardati, ingentiliti da intricati murali dedicati alle ultime vittorie dell’Inter. I bar nebbiosi offrivano bianchini, sambuca con la mosca, fette di panettone stantio tenute in vita ben oltre la durata delle Feste comandate, michette con la cotoletta e vezzosi cestini di uova sode nel loro candido guscio.

Il quartiere da sempre nutriva un rispetto commovente verso tutti gli artisti, stanziali o di passaggio, si trattasse di maestri riveriti come Marino Marini come di smunti ragazzetti nordeuropei venuti a bottega dai grandi nomi che insegnavano in Accademia.

Un elemento di arredo comune a tutti quegli esercizi commerciali erano le  pareti ricoperte da piastrelle bianche di ceramica che conferivano un vago aspetto ospedaliero. Ronde di prostitute agé presidiavano gli incroci già di prima mattina, con la sporta della spesa sotto braccio, e si vantavano con i clienti di aver servito il duce prima della Marcia su Roma. Ma sopra ogni cosa si percepiva il profumo pericoloso e invitante della classica bohème, dove artisti più o meno fortunati, tenaci individualisti o vispi esemplari borderline, uniti dal tasso alcolico assai elevato e da un’inesausta rabbia in corpo, avevano scelto di inseguire il loro progetto di vita, con le unghie sporche di colore  e la barba non fatta.

Il quartiere da sempre nutriva un rispetto commovente verso tutti gli artisti, stanziali o di passaggio, si trattasse di maestri riveriti come Marino Marini come di smunti ragazzetti nordeuropei venuti a bottega dai grandi nomi che insegnavano in Accademia. Nessuno si stupiva della presenza di scomplessate muse esistenzialiste truccate come regine del Nilo o di esotici giocatori di pelota che parlavano strani idiomi non indoeuropei. Tra gli abitanti vigeva una sana attitudine anarchica ben espressa da personaggi tipo “l’Enrichetta”, una donnina senza età, che campava vendendo in giro saponette e foto sexy. Quando i vigili le chiedevano i documenti, si sollevava la gonna sulle chiappe dicendo: “Tè, ciapa la targa!”.

Questo villaggio con usi e costumi propri, dove la lingua franca era il dialetto meneghino, si muoveva fuori-sincrono rispetto al ritmo di vita degli altri milanesi.  Dava asilo a una fauna composita, impegnata a “tirar mattina”: giornalisti del Corriere della Sera e questurini in borghese, anarchici in lavallière e modelle di nudo, omosessuali (ancora inconsapevoli dei radiosi giorni a venire del Gay Pride), barboni zavattiniani smistatori di cicche, ladri di biciclette, occultisti, profeti anticlericali che sbraitavano slogan criptici tipo “La Chiesa vi uccide con l’Onda!”. Non mancavano scandalose coppie irregolari e relative mogli venute a reclamare i propri mariti.

A Brera, Luciano Bianciardi cercava di rendersi la vita meno agra. Piero Manzoni inscatolava merda di artista e Lucio Fontana assassinava tele bianche a rasoiate. Umberto Simonetta raccontava barzellette crudeli, Umberto Eco ed Enzo Biagi prendevano appunti, mentre Camilla Cederna ammirava i ragazzi e Ugo Mulas scattava splendide foto. C’era persino un certo Carlos Castaneda che, prima di frequentare la scuola dello stregone, bazzicava case di appuntamento e studiava pittura  all’Accademia. Ai borghesi in cerca di sensazioni proibite erano riservati un paio di locali che scimmiottavano le caves parigine con “baby” allungati con l’acqua, musica jazz dal vivo ed entreneuse che in penombra facevano la loro bella figura.

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Genitori in ansia un po’ dappertutto: i beat sui giornali italiani tra 1966 e 1967 (via http://storicamente.org)

Non c’era insomma habitat migliore per accogliere anche l’ultima ondata di sognatori e ribelli, quella nata alla metà degli anni Sessanta. E così, gli abitanti di Brera non si scomposero più di tanto quando arrivarono i primi capelloni che andavano in giro a recitare poesie, disegnavano per terra coi gessetti e strimpellavano la chitarra.

L’Accademia continuava a esercitare un appeal eccezionale: vantava insegnanti di tutto rispetto e attirava così provos olandesi, beatnik americani e blouson noir francesi che, uniti ai nostri studenti, formavano una scena creativa niente male. Nel 1966 passava come un fantasma, completamente obnubilato dall’alcol, anche Jack Kerouac, prima della conferenza nella vicina Libreria Cavour. Nello stesso anno la Domenica del Corriere, l’amato giornale della piccola borghesia,  usciva con un drammatico servizio dedicato ai giovani che scappavano da casa – molti dei quali sceglievano proprio Brera come meta. La copertina era stata disegnata con grande sensibilità dall’illustratore Giorgio De Gaspari, uno dei re della Bohemia nostrana, che aveva un’empatia particolare con la nuova ondata, così come Salvatore Fiume che iniziò sul posto con verve e simpatia un progetto che poi si sviluppò nella serie “i Beats”.

Nel 1967 l’Equipe 84, il gruppo beat più illuminato del momento, inaugurava nei locali di una vecchia drogheria in via Solferino una fantasmagorica boutique psichedelica, con commesse yè-yè in minigonna, pareti con disegni crepaxiani, un banco di vendita ricavato da tre vagoncini da  miniera che scorrevano su un binario, e una cassa da Far West. Ines Curatolo, la bionda groupie della band, diventerà la ragazza più invidiata della scena, per aver flirtato  con Jimi Hendrix impegnato in un concerto leggendario al vicino Piper al Parco Sempione. La comune nomade del Living  Theatre, capitanata da Julian Beck e Judith Malina, dimostrava che l’anarchia “qui e ora” non era affatto un’utopia. Erano richiestissimi nelle tante case aperte che stavano sbocciando in zona, perché oltre a esser sempre provvisti di sostanze esotiche, offrivano corsi accelerati di trialismo attraverso lo spettacolo Paradise Now. Non poteva mancare nemmeno Allen Ginsberg, che mostrava agli stupiti capelloni incrociati per strada un mudra che aveva appreso in India.

Tra gli avventurosi pionieri della psichedelia locale le cose procedevano in fretta: qualcuno, prima di partire per l’Oriente, partecipò all’avventura della rivista Pianeta Fresco, amorevolmente accudito da Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass. Nel 1967 il Salone Annunciata organizzò, su un pavimento totalmente ricoperto di sabbia, la prima mostra italiana di “testimonianze psichedeliche” con freakout degli autori Marzo, Emma e Ramosa, tre beatnik locali.

 

 

Ciò che differenziava la nuova comunità artistica di Brera da quella che l’aveva preceduta, era il mood singolare: i suoi membri erano allegri, ottimisti e colorati, e non ci misero molto a spazzar via la depressione alcolica imperante. Se i loro predecessori amavano stare rintanati al chiuso, loro avevano una vera passione per la vita all’aria aperta: “Why don’t we do it in the road?”, come avrebbero cantato da lì a poco i Beatles. Stavano rispondendo a un invito a un party che nessuno capiva bene da che parte fosse arrivato e da chi fosse stato organizzato. Prima alla spicciolata, poi in  massa, occuparono la via principale che aveva un nome tanto bello da sembrare  inventato: Fiori Chiari, perfetto per descrivere il loro programma. Per la cronaca: attraversato l’incrocio con via Brera, laddove il sole non batte mai, la strada cambia alchemicamente nome in Fiori Scuri, dove ancora oggi si può trovare la Farmacia aperta nell’Ottocento dall’intraprendente Carlo Erba (nomen omen), che si era specializzato in preparati a base di cannabis egiziana.

Tra il 1970 e il 1972, Brera divenne quindi uno degli hub principali della transumanza hippie internazionale, il teatro di un’iniziazione collettiva dove tutti condividevano tutto: cibo, amori, droghe, sogni. C’era l’abitudine di sgattaiolare in Pinacoteca a salutare le signorine proto-flower power di Crivelli o le velate misteriose dei fratelli Bellini, rinsaldando i legami di una lunga cospirazione di devoti alla bellezza. Nella stagione invernale, locali come il bar Giamaica, il Gran Bar, Fiorino o Ragno, servivano egregiamente – oltre che per star seduti al caldo – come sale di lettura, palcoscenici per psicodrammi, luoghi di meditazione, uffici per le pubbliche relazioni di strani uomini d’affari e persino da scuole esoteriche. Si cucinavano progetti improbabili di rivoluzioni psichiche, contatti con forme di vita aliene, nuove tecniche per giocare a flipper. Si discutevano testi di psicopatia sessuale, buddismo tibetano e anche i diari di Carl Jung, davanti a magre consumazioni, il più delle volte offerte dagli stessi proprietari che avevano come sempre un occhio di riguardo per gli artisti e i matti. In questo si distingueva, tra gli altri, l’indimenticabile Mamma Lina, burbera ma generosa direttrice del bar Giamaica.

Lo storico locale, oltre che essere una palestra di sbronze epiche, era un caposaldo di progressismo eretico della città, stabilmente presidiato da intellettuali, cani sciolti, eruditi perditempo, squisiti maestri di dialettica applicata nel massacro verbale dei poveri avventori. Succedeva così che prima di accedere al bancone, i vari attori, politici, studenti, artisti e giornalisti più o meno famosi, dovevano passare sotto le forche caudine dei lazzi irrispettosi degli habitué: il livello degli insulti era mediato da coltissime citazioni e considerazioni su ogni ramo dello scibile umano, da Hegel a Edwige Fenech, da Walter Benjamin a Omar Sivori, da Adorno a Tex Willer. Qui si riuniva anche il comitato di direzione del velenoso foglio situazionista Robinud (stampato, come afferma il sottotitolo “da qualche parte della foresta di Sesto San Giovanni), accusato dalla concorrenza gauchiste di “sorseggiare champagne rimasticando immondizia filosofica per tutti gli usi”.

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Via Fiori Chiari, 1972.

Spesso i tavolini dei bar ospitavano interminabili jam di disegno collettive, dove ragazzetti alle prime armi lavoravano gomito a gomito con artisti già affermati. La faccenda richiamava un pubblico di tifosi e c’era sempre qualcuno che tornava da Crespi (lo storico negozio di belle arti di fronte all’Accademia) con provviste di colori per rifornire le esplosioni creative. Autori come Mizio Turchet, Enzo Jannuzzi, Max Capa, Caterina De Gaspari e il sottoscritto, si sono fatti le ossa in questo modo.

Come nelle fiabe sbucavano dal nulla vecchiette gentili, che portavano pentolini di minestrone a chi stava seduto sui gradini di Brera. I giovani scapestrati che appena fuori dal quartiere venivano apostrofati con violenza – “Va a laurà barbùn! Va a butega!” – derisi e magari attaccati fisicamente, all’interno del perimetro di sicurezza erano trattati come gatti randagi bisognosi di affetto. L’atmosfera era decisamente fatata, e la testimonianza più diretta non va cercata nelle cronache giornalistiche del tempo ma in quell’affascinante invenzione grafica che è il Poema a Fumetti dell’insospettabile Dino Buzzati, un essere della stessa genìa aliena di William Burroughs.

 

 

Redatto tra 1968 e 1968 giusto a pochi passi da Brera, e cioè nella redazione del Corriere della Sera, il libro di Buzzati vira il mito di Orfeo e Euridice in chiave beat, e tra le sue pagine aleggia un pungente aroma di stregoneria dopata, con un colpo narrativo magistrale nell’invenzione di via Saterna, una traversa fantasma di via Solferino. Tuttora il Poema a Fumetti è un volo nella fantasia tra erotismo birichino, bondage, allucinazioni, echi yè-yè e pop, Allen Jones e Dalì, che ha saputo ben cogliere le idee che rimbalzavano nel quartiere.

A Brera era poi fondamentale la presenza del gruppo di agit prop dei Palumbo, il cui portavoce era Sua Eccitabilità Gianni Scarpelli, un folletto con gli occhietti sorridenti che saltellava ovunque, pronto a buttarsi oltre le porte della percezione, magari al volante della sua ambulanza dipinta come un carrozzone da circo lisergico, con cui aveva anche istituito delle corse regolari per l’India. In Piazza Castello sostava regolarmente il Magic Bus che partito da Amsterdam caricava gli hippie verso Kathmandù. La sera poi si apriva un grande bazar con merci variegate e profumate, si stendevano tappeti e pellicce di lupo, si alzavano al cielo tridenti shivaiti e bandiere colorate, si accendevano incensi e chillum , le teiere borbottavano, si passavano vassoi di fette di torte di mele e uvetta. Iniziavano jam session infinite a cui partecipavano musicisti come Claudio Rocchi, gli Aktuala, Mauro Pagani, Alberto Camerini e Jonathan “occhiali da sole”. La world music nasceva sui marciapiedi tra sitar, sax, flauti, chitarre e bonghi.

 

 

Alla fine, sconvolti e felici, molti si fermavano a dormire sul posto con i loro sacchi a pelo (se il tempo era clemente) o andavano verso il Parco Sempione,  dove i giostrai li alloggiavano sotto i tendoni degli autoscontri. Da segnalare una presenza minoritaria ma problematica: quella degli anfetaminici, la cui crème si radunava sotto il vessillo del 7° Metedrina, un unicorno scalciante con una siringa al posto del corno. Erano afflitti da logorrea irrefrenabile e non dormivano mai, recitavano a memoria Nova Express e fungevano da sentinelle contro le invasioni dei Biechi Blu, reali e immaginari. L’Organico Fattorie Prealpine garantiva reading notturni e redigeva testi poetici sulle giacche dei presenti.

La solidarietà tra simili era totale e garantita: ragazzine spaurite, magari reduci da drammatiche situazioni familiari, potevano trovare rifugio e protezione disinteressata nella nuova famiglia allargata del quartiere. C’era anche il romano Angelo “Baby Face” Quattrocchi, appena arrivato dalla California che organizzava iniziative più o meno deliranti, dal partito ippi al giornale Fallo!, oltre a congressi carnali clandestini in comodi lettoni di case borghesi, gentilmente offerte dalle proprietarie con le mèches stregate dalla rivoluzione. Alla Galleria Diaframma in via Brera esponevano le loro foto Italo Bertolasi, di ritorno dai suoi viaggi in Laos, o Fabio De Leonardis, tra i primi a seguire il verbo en travesti di David Bowie.

Intanto, i vecchi pittori avevano ceduto un po’ alla volta i loro spazi che si erano trasformati in comuni, dove chiunque poteva srotolare il suo sacco a pelo per la notte. Appartamenti e stanzoni sgangherati, da Via Madonnina a  via Moscova, da Via San Marco a Via Pontaccio, da Via Solferino a Piazza San Carpoforo, ospitavano una popolazione creativa nomade sempre più ampia e difficile da gestire. In quei posti nascevano giornali underground (il mio Insekten Sekte, Puzz di Max Capa, Il Giornale Sotterraneo di Poppi Ranchetti e Mizio Turchet, Get Ready di Ines Curatolo e Barnaba Fornasetti, sagomato a forma di spinello) e si preparavano happening fantasiosi come quello organizzato proprio da Insekten Sekte, che consisteva nell’offrire 150 gelati a sconosciuti incrociati per strada. Una volta partì una spedizione, bloccata sul nascere, che voleva dipingere di viola il Castello Sforzesco. La contestazione studentesca, i gruppettari leninisti, gli slogan della sinistra extraparlamentare, arrivavano come un’eco ovattata: di tanto in tanto, gli hippie si infilavano di colpo nei cortei per lanciare slogan assurdi come “La Balena è forte e scodazza mica male!”, oppure per suonare le lunghe trombe tibetane dietro agli schieramenti dei poliziotti, per poi scappare inseguiti dal servizio d’ordine di turno. Vestiti come principi e principesse preraffaelliti, con i capelli tinti di henné e il kajal intorno agli occhi, questi “provocatori” non passavano certo inosservati.

Ancora: il Circo Tibetano colorava qualsiasi cosa gli venisse portata dai frigoriferi ai pullman; il Magic Delirium Circus proiettava light show sulle case; patiti della macrobiotica cercavano vanamente di trasformare la Crota Piemuntesa di via Pontaccio, specializzata in bolliti misti, in un ristorante vegetariano. Il problema ironicamente non veniva dai ristoratori rubizzi, ma dalle autorità allarmate da tanto dinamismo.

La polizia in tenuta antisommossa eseguiva retate un giorno sì e uno no, distribuendo legnate e centinaia di fogli di via. Molti furono gli arresti per fumo ma anche – ignoranza merceologica? – per semplice possesso di patchouli o di bidi.

Il potere ovviamente non poteva gradire tanta creativa turbolenza: cominciarono così a uscire sui giornali – a comando – i soliti articoli diffamatori a tema hippie. I titoli erano intercambiabili, ma usavano spesso espressioni del tipo “Sesso, minorenni, fumerie, sporcizia, rivoluzione”. La polizia in tenuta antisommossa eseguiva retate un giorno sì e uno no, distribuendo legnate e centinaia di fogli di via. Molti furono gli arresti per fumo ma anche – ignoranza merceologica? – per semplice possesso di patchouli o di bidi. A proposito della singolarità dei gestori dei locali, vanno ricordati numerosi episodi in cui gli stessi baristi, che normalmente si divertivano a buttar fuori a calci chi non consumava, si premurarono a nascondere i capelloni nelle cantine, per preservarli dalle noie con le forze dell’ordine.

La festa continuò sino al 1973, tra occupazioni di suolo pubblico per cacciare il traffico automobilistico dalla zona (missione compiuta), distribuzione gratuita di riso integrale (offerto dalla cupola geodesica del pittore brasiliano Antonio Peticov montata in piazza Formentini) e centinaia di vasetti di yogurt alla banana avanzati dai festival pop di Re Nudo. Le cose però precipitarono in fretta. Il segno più evidente furono i chiodi di metallo che trasformarono in tappeti da fachiro i gradini di alcuni negozi che avevano cambiato gestione, primi cenni di tutte le future Camden Bench. Verso la fine dei ’70, Brera si trasformò in un luogo “alla moda”: cominciò l’invasione di stilisti, fotografi, modelle, ovviamente pubblicitari. I ristoranti cominciarono a presentare nei loro menù cose tipo risotti alle fragole e insalate di rucola. I prezzi salivano, le case venivano svuotate e rivendute come pied-à-terre. I bar non erano più così disponibili verso chi non consumava. I capelloni ormai erano utili solo come elemento di intrattenimento scenografico, un po’ come i centurioni al Colosseo di Roma.

Un po’ alla volta, con le buone e con le cattive, la fauna singolare che aveva creato l’atmosfera maudit del quartiere venne cacciata via. Parte di quella scena finì stritolata dagli anni di piombo e dall’arrivo dell’eroina. Qualcuno si inserì brillantemente nella nascente industria della moda e del design, altri proseguirono la carriera nelle arti e nello spettacolo. E ci fu anche chi si perse felicemente nelle tante Shangri-La immaginate proprio sui gradini di Brera.

È così che si arriva alla Brera di oggi, totalmente disinfestata da ogni forma di vita e creatività, ridisegnata secondo i nuovi modelli di consumo e intrattenimento per turisti: locali seriali, filiali di negozi globalizzati, antiquari, studi notarili… È un cartonato, una scenografia consolatoria, in cui è oramai impossibile individuare le tracce del suo passato. Eppure Brera, prima dei risotti alle fragole, fu anche questo. Soprattutto questo.