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Guida a Pepperland

Luoghi, flora e personaggi della mitica terra in cui si ambienta Yellow Submarine, il più psichedelico tra i film dei Beatles.

 

Quanto è bello il mondo della fantasia. A questo proposito, l’altra sera stavo smanettando su Google alla ricerca di alcune macchinine della Hot Wheels: sapete com’è, ogni tanto a uno gli viene la nostalgia della golden age dei modellini, di quando prendi e fai BRUM BRUM o ti immagini inseguimenti come se tu fossi dentro a queste riproduzioni in scala. E mentre sto lì che navigo a casaccio, ecco che vado a finire su una pagina dedicata a dei modellini per nulla vintage, e anzi recentissimi. Quelli ispirati a Yellow Submarine.

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Da notare lo sportello con Paul che saluta.

Urca, mi sono detto, che figata! E poi subito dopo mi sono chiesto: ok ma perché? Cioè, a cosa si deve questa serie così particolare? Ci penso un po’ su, e in effetti mi viene in mente che è il cinquantennale di Revolver, e quindi della canzone dei Beatles che da sempre allieta grandi e piccini col suo misto di filastrocca, infantilismo, ballata leggera e musique concrète per tutti: insomma della stessa Yellow Submarine, che su Revolver chiudeva il lato A subito prima dell’altrettanto psichedelica She Said She Said.

In realtà, i modellini di cui sopra sono le copie delle strane macchine che sfrecciano sulla superficie (o in cielo, come nel caso del famoso sottomarino giallo) della magica terra di Pepperland, a sua volta la vera protagonista del celebre film dei Beatles proprio intitolato a Yellow Submarine. È vero, l’anniversario della pellicola è ancora lontano (il film per l’esattezza uscì solo nel 1968): ma la terra del Sergente Pepe non ha età, giusto? Per la miseria, potrebbe essere stata creata oggi da qualche architetto particolarmente visionario. Diciamo anzi che è la terra su cui da sempre aspettiamo di mettere piede e che ahimé, ancora non arriva. Ma come è fatta veramente Pepperland?

 

Il trailer di Yellow Submarine.

 

Onestamente non mi sovviene nessuno che si sia messo lì a buttare giù una mappa del posto: anche perché nel film si viene totalmente ubriacati dagli sparafleshi psichedelici e dai colori assordanti, che è facile paragonare Pepperland al solito, sano trip da LSD. Possiamo però immaginare Pepperland come una landa tropicale proiettata nel futuro, una roba tipo “Australia meets Brasile”, anche se sarebbe comunque limitante. Certo, elementi di Sudamerica ce ne sono eccome: basti pensare a quella specie di tempio Azteco che sorregge il mitico sottomarino giallo, una costruzione imponente che ha un che di sacro, al punto che molti insinuano che i Beatles abbiano riempito il film di messaggi esoterici occulti.

Non sono però edifici e costruzioni a caratterizzare Pepperland. È più che altro una terra che trasuda una certa “atmosfera”: il sindaco ad esempio è un melomane che suona il violino, completamente rapito dai suoni che girano nell’aria. Tanto che non si accorge nemmeno di venire colpito dalle mele degli Applebonkers, i tiratori di mele dei biechi blu, né dalle armi di questi ultimi che rendono tutto grigio. Si respira un’aria sognante, dilatata, quasi un nirvana in cui regna la più solida architettura di tutte: la musica.

 

Eleanor Rigby.

 

Un altro modo in cui possiamo descrivere questo posto incredibile, è basarsi sulle parole degli stessi Beatles, e cioè di quelli che salveranno Pepperland dal grigiore dei malvagi biechi blu (che tra l’altro si fanno di malvagina, probabilmente un tipo di anfetamina scadente tagliata con il Vetril). I Beatles ci dicono innanzitutto che Pepperland è “un po’ sbocconcellata”. In effetti il territorio è scosceso, fra colline fucsia, pendii arancioni e pianure gialle, insomma un terreno dinamico e sicuramente non “flat”. Un po’ come una partitura classica, con piani e forte e via dicendo (non a caso George Martin comporrà la colonna sonora del film come una sinfonia in vari movimenti). Su questo i Beatles ci hanno preso.

Poi però i Beatles ci informano che Pepperland “sembra triste, tetra e silenziosa”. Questa constatazione è dovuta ovviamente al passaggio dei biechi blu, che hanno eliminato la musica perché non riescono a sopportarla (sono forse degli antesignani dell’ISIS?). In realtà, quando Pepperland è in buona salute, pullula di vegetazione lussureggiante, di musica soave e di un sole in technicolor che sembra un’esplosione nucleare “buona”, quasi un orgasmo tantrico. Quello di una coscienza in armonia con il cosmo è senza dubbio un concetto molto fricchettone, ma è chiaro che gli abitanti di Pepperland sono dei weirdo: felici di esserlo, ma sempre weirdo e fuori da ogni etichetta.

 

Pepperland goes Blue.

 

Vero è che tutto sommato Pepperland è anche un meraviglioso deserto colorato: la sua splendida vegetazione è rada e diciamo che punta più sulla qualità che sulla quantità. Ma nonostante tutto l’ossigeno non manca, anche se (come da intro del film) Pepperland si trova 20.000 leghe sotto i mari. Ecco quindi spiegato il sottomarino, il quale per uscire dalla landa da fiaba deve passare attraverso svariati mari: il mare verde, il mare dei buchi, il mare della scienza, il mare del niente, il mare delle teste, il mare dei mostri, ecc. Insomma, il suo cielo è un mare che confina col mare, come fosse una nuova Atlantide con quei “canali simili ad orbite celesti” cantati da Battiato. Per arrivare a Pepperland, i Beatles dovranno tra l’altro navigare quei mari incontrando innumerevoli ostacoli: perché per realizzare il sogno, bisogna un poco soffrire.

E in effetti la banda del Sergente Pepe ha sofferto eccome: dopo l’attacco dei biechi blu, è stata confinata in una palla di vetro piena di gas paralizzante, che i Beatles espugneranno con l’aiuto di un foro rubato nel mare dei buchi. Appena la banda rivede la luce del sole, si rende conto che loro e i Beatles sono come due gocce d’acqua, in egual misura eroi nazionali per la Pepperland patria. Questo viene amplificato dal fatto che i Beatles, prima di procedere alla liberazione, quatti quatti attraversano le guardie dei biechi blu e raggiungono la seconda e ultima architettura del paese: trattasi di una specie di pagoda, una sorta di tempio orientale non meglio identificato, che alla lontana assomiglia anche a una ludica giostra.

Anche qui non è chiaro se la struttura sia cinese, giapponese, thailandese o che so io: si sa unicamente che all’interno si trovano gli strumenti della banda del Sergente Pepe, le loro uniformi sequestrate, insomma il “proibito” dai cattivi. Proibito che nella terra di Pepperland è ovviamente la norma, con la gigantesca statua del Sergente Pepe che si erge a guardia e monito per il bene e la libertà di costumi di tutti. Tanto che anche i biechi blu, una volta arresisi all’amore, diventeranno degli agnellini decorati di fiori intenti a guardare due parole volanti, quasi delle installazioni di vetro: “know” e “love”. È praticamente la costituzione della terra di Pepperland, incisa non sulle tavole della legge ma direttamente in monumenti semoventi di stampo pop art.

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La locandina del film.

Non so se vi ricordate, ma Robert Zemeckis nel lontano 2009 aveva intenzione di fare un remake Disney di questo film: doveva essere pronto nel 2012 e ancora non se ne vede traccia. Se mai uscirà, difficile che riesca a eguagliare la sostanza della Pepperland evocata dal regista originale, George Dunning: un mandala coloratissimo come quello, non potrà mai essere riprodotto. E un po’ la stessa cosa vale per il modellino del Yellow Submarine targato How Wheels, che non vola e non ci possiamo entrare dentro. Ma meno male che nella terra della fantasia, tutto è possibile.