Commenti

Go West Virginia

D’J Pancake tra elegia e lower class.

 

Il cimitero di Milton è adagiato su una collina sopra la città. Le lapidi spuntano nel verde come funghi, sparpagliate irregolarmente tra i contorni ondulati; cedri secolari stagliano le proprie chiome vistose contro il cielo blu. Volgendo lo sguardo a Sud-Est si scorgono Company Hill e i binari che attraversano questo centro di duemila e cinquecento anime. Siamo nella contea di Cabell, West Virginia. Qui giace il corpo di Breece D’J Pancake: la sua è una lapide scura, orizzontale al terreno e sopra ci sono una piccola croce di bronzo, il nome, la data di nascita e di morte.

Più a Nord scorre la Interstate 64, autostrada che 20 miglia a Ovest conduce a Huntington e alla Marshall University, a Est occorrono invece 4 ore buone di macchina per raggiungere Charlottesville, sede di uno dei campus universitari più antichi degli Stati Uniti d’America, l’University Of Virginia (UVA). Al numero 1 di Blue Ridge Lane, l’8 aprile del 1979 Breece D’J Pancake si spara una fucilata in testa. Doveva ancora compiere 27 anni ed era uno scrittore formidabile.

Le coordinate geografiche entro le quali si muove una delle voci più autentiche della narrativa americana del secolo scorso, costituiscono la materia prima della sua opera. Un corpus che si esaurisce in dodici racconti pubblicati nel 1983 da Little Brown, quattro anni dopo quella maledetta domenica delle Palme in cui il professor John Casey scoprì il corpo dell’allievo, ricurvo sopra una sedia da giardino con in mano una doppietta e alle spalle un muro intonacato sul quale si mostravano evidenti le esplosioni a raggiera di macchie rosso scuro.

Nelle pagine di Pancake c’è l’America più inquieta, autentica, crudele: una fetta di America geograficamente e temporalmente collocabile nel West Virginia a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, talmente nitida da assurgere però a paradigma universale. Figlio di Clarence, ex impiegato della Union Carbide e di Helen Frazier, Breece nasce il 29 giugno del 1952 nella minuscola South Charleston ma trascorre l’infanzia a Milton, tra boschi di aceri, cervi e colline che con l’alternarsi delle stagioni cambiano colore, virando come da copione dal verde smeraldo al rosso melograno.

Pancake è alto, biondo e ama la caccia, il suo cantante preferito è Phil Ochs, morto suicida nel ’76. Inizia a scrivere a Charlottesville, dove si trasferisce una volta laureato, per seguire un corso di James Alan McPherson. Gli uffici claustrofobici della Wilson Hall, la struttura in mattoncini tradizionali che allora ospitava il dipartimento di inglese, e l’entusiasmo alcolico delle orde di giovani radunati alla Madison Bowl sono i luoghi del campus fondato nel 1819 da Thomas Jefferson nei quali il giovane venuto dalla campagna trascorre gli ultimi anni della propria vita.

Nelle pagine di Pancake c’è l’America più inquieta, autentica, crudele: una fetta di America geograficamente e temporalmente collocabile nel West Virginia a cavallo tra i Sessanta e i Settanta.

L’Atlantic Monthly gli pubblica i primi tre racconti, cogliendo le qualità di uno scrittore che ricorda Faulkner ma è ancora più spietato ed essenziale. Dopo la morte se ne alimenta il culto, prima underground poi più di massa. Joyce Carol Oates lo paragona a Hemingway e Tom Waits lo cita come proprio autore preferito.

Pancake è la voce della Virginia Occidentale, uno degli stati meno popolosi della Federazione: un milione e ottocentomila abitanti per una superficie di poco più di sessantamila chilometri quadrati. Un paese dove oggi vince Bernie Sanders e le attività un tempo produttive annaspano in una spirale recessiva. Una terra di gente umile che ha imparato a soffrire e in cui la morfologia, aspra e selvaggia, coglie in pieno lo spirito di una lower-class ferita ma fiera. In Breece D’J Pancake c’è il West Virginia più elegiaco, l’Almost Heaven di scenari mozzafiato e biodiversità (definizione che si deve al noto brano di John Denver), ma anche il West Virginia di giacimenti industriali, ghost town abbandonate, sperequazioni economiche e lotte sindacali.

Racconti come Trilobiti, Cacciatori di volpi, Cava e Una Stanza Per Sempre offrono lo spaccato estremamente realistico di un mondo fatto di minatori, carrozzieri, agricoltori, benzinai, scaricatori di porto, ex pugili in cerca di gloria, prostitute e galeotti. I luoghi di ambientazione – colline, corsi d’acqua e foreste – sono percorsi da una luce intensa, innaturale quasi; e a confronto con questa natura ancestrale, la presenza dell’uomo è pura casualità, un fuori programma nell’ordine delle cose.

L’universo di Pancake è desolato e desolante, riproducibile nelle coal town oggi abbandonate dell’Appalachia più profonda, luoghi in cui emigrarono in cerca di fortuna anche parecchi italiani, distese di polvere e lamiere, cottage isolati e stabilimenti in disuso che sono il marchio di fabbrica di quello che in tanti sono soliti chiamare “Cog State” (coal-oil-and-gas).

Non soltanto industria e minerali però. L’immagine che Pancake dà della Virginia Occidentale è anche quella, inseparabile dalla prima, del “Mountain State” (altra definizione cara ai west-virginians), territorio indomabile incastrato tra Allegani e Appalachi, piccola Svizzera d’America, mèta irrinunciabile per backpacker e amanti degli sport all’aria aperta. Pazienza poi se il Paese ha il triste primato di stato con il secondo maggior tasso di obesità: la (post)modernità ha evidentemente corrotto anche quei territori mitici che un tempo erano appannaggio esclusivo di indiani Irochesi e Shawnee.

Luoghi, persone ma anche animali: Pancake è un osservatore della realtà a 360 gradi. Cervi, volpi, opossum, scoiattoli, serpenti, cani, tartarughe, api, uccelli, linci, cavedani: lo spettro faunistico è ricco ed eterogeneo. Animali a volte antropizzati, su cui l’autore non esita a zoomare per produrre immagini realistiche e dal forte impatto emotivo: un padre che frusta il figlio con un serpente nero, un cervo femmina appena ucciso dalle cui viscere viene partorito un cerbiatto, le ossa sparse di un capriolo alle cui costole è ancora attaccata della pelle divenuta cuoio.

In linea con questa duplice natura di “stato-paradiso” e “stato-giacimento”, i racconti di Breece D’J Pancake offrono un’immagine della Virginia Occidentale in cui la realtà empirica sembra indifferente allo scorrere del tempo, una natura fatta di colline sinuose, sicomori, aceri, paludi, cieli striati di luci fantasmagoriche e fiumi ancestrali che oggi non esistono più, come il Teays, un corso d’acqua risalente all’era glaciale e di cui oggi restano soltanto indizi per esperti di geologia.

I racconti di Breece D’J Pancake offrono un’immagine della Virginia Occidentale in cui la realtà empirica sembra indifferente allo scorrere del tempo, una natura fatta di colline sinuose, sicomori, aceri, paludi.

L’incipit di Trilobiti – il racconto che dà il titolo alla raccolta da poco ripubblicata dai tipi di Minimum Fax – è in questo senso paradigmatico.

Apro la porta del camioncino, scendo sulla stradina di mattoni. Guardo ancora una volta Company Hill, tutta consumata e logora. Molto tempo fa era davvero scoscesa e stava come un’isola sul fiume Teays. C’è voluto più di un milione di anni per fare questa piccola collina liscia e ho cercato dappertutto trilobiti. Penso a com’è sempre stata lì e a come ci starà sempre, almeno per tutto il tempo che importerà qualcosa. Quando arriva l’estate, l’aria si fa afosa. Un branco di storni fluttua sopra di me. Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero. Ricordo gli occhi di papà morto che mi guardavano. Erano molto secchi e mi portarono via qualcosa. Chiudo la porta, vado verso il caffè”.

Trilobiti è la storia di un giovane, Colly, che vuole impedire che la madre venda la fattoria in cui è cresciuto. Non sapremo mai se riuscirà nel suo intento; quel che resta sono le pennellate con cui l’autore tratteggia un luogo di cui ha memoria, la casa a due piani di legno e mattoni costruita nel 1948 lungo la Route 60 su un terreno destinato a pascolo: una fattoria immersa tra filari di canne da zucchero macchiati di rugiada violacea, corsi d’acqua secchi e paludi destinate a essere inghiottite dalla furia edificatrice dell’uomo, l’agonia di una tartaruga trafitta da un amo, colline giallognole oltre le quali risiede il mondo delle possibilità.

“Butto la testa all’indietro, provo a dimenticare questi campi e le colline attorno. Molto prima di me e di questi arnesi, il Teays scorreva qui. Posso quasi sentire le acque fredde e il solletico che fanno i trilobiti quando strisciano. Tutta l’acqua che veniva dalle vecchie montagne scorreva verso ovest. Ma la terra si è sollevata. Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more su per il crinale”.

La vita è sempre stata dura nel West Virginia, persino per i nativi, prima che arrivasse l’uomo bianco. Chi si muoveva in quei territori incastonati tra Ohio, Kentucky, Pennsylvania e Maryland sapeva bene che sarebbe andato incontro a un’esistenza faticosa e difficile: l’aratro affondava male nella terra, il commercio del carbone e del legname erano rischiosi e costosi (e lo sono tuttora).

“La ruggine prenderà quello che non si porta via la siccità”, si legge in un passaggio. Ma la forza catalizzatrice di quei luoghi prevale sul desiderio di lasciarseli alle spalle. Come se quello di Breece D’J Pancake fosse un omaggio alla storia degli Stati Uniti d’America. Una fase stoica di eroi silenziosi che hanno combattuto la fame e la povertà per dare un futuro ai propri figli.

Le pagine di queste brevi narrazioni sono istantanee di un Paese ferito che non si piega, e coltiva costantemente la forza per espiare i propri peccati. La cornice è il West Virginia ma la superficie del quadro è l’universo grandioso e totalizzante in cui continua a destreggiarsi, da sempre e per sempre, ovunque, l’essere umano.