Illustrazione: Federico Festival.
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Giro del mondo in punta di pennarello

Per fotografare ci vuole prontezza, colpo d'occhio, mano ferma. Per disegnare bastano un taccuino e una penna.

 

Da otto anni, quando parto per un viaggio, non mi separo mai dal mio taccuino.

Vorrei poter raccontare di essere un pittore aristocratico del nord Europa partito per il Grand Tour con la volontà di catturare la luce del Mediterraneo, oppure un naturalista salpato a bordo di un brigantino per ritrarre specie sconosciute di fringuelli tropicali, invece sono solo uno che non sa fare fotografie. La fotografia richiede prontezza, colpo d’occhio, capacità analitica e mano ferma, qualità essenziali di cui sono del tutto privo. Ho deciso così di sfruttare la mia antica passione per il disegno applicandola alla copia dal vero. E ha funzionato. Ho capito che l’unica cosa che mi serviva era il tempo. Tempo per osservare innanzitutto. E poi tempo per riprendere in mano gli schizzi, pensarci su, ricordare.

Disegnare con la parte destra del cervello, interessante manuale di disegno, insegna a scavalcare le sovrastrutture che ti impediscono di vedere bene e di disegnare bene svincolandosi dal lato razionale della mente. Include una citazione del pittore americano Robert Henri:

“Il fine di dipingere non è fare un dipinto, per quanto poco logico possa sembrare… Lo scopo che sta dietro ogni autentico lavoro artistico è il raggiungimento di uno stato d’essere, uno stato di elevata attività, più che un normale momento dell’esistenza. [Il dipinto] non è che un sottoprodotto, una traccia, l’impronta dello stato.”

Per una sorta di proprietà transitiva spero di riuscire, con i miei taccuini, a viaggiare con la parte destra del cervello, raggiungendo uno stato mentale di cui il viaggio è la causa e i disegni di viaggio ne sono un’impronta.

E così, a distanza di quasi otto anni, mi ritrovo tra le mani queste illustrazioni. Molte richiameranno solo vagamente i paesaggi originari, e gli appunti saranno frammentari, come si conviene alla dimensione del ricordo.

Lanzarote

 

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A Lanzarote approdo nel 2008. Cotto dal sole e schiaffeggiato dal vento costante inizio a disegnare, dandomi arie da artista d’avanguardia. Disegno le mie personali bagnanti. Subisco il fascino dei beoni buontemponi in un bar di Guatiza, circondati da colossali vasetti di cetrioli in salamoia. Poi, mi asciugo il sudore dalla fronte e mi scontro con il primo avversario del disegnatore: le cose in movimento. Sculture cinetiche; lo sguardo di un bagnante che schizza furtivamente su un topless. Lascio l’isola con una manciata di schizzi frammentari tracciati sulle prime pagine del mio taccuino.

 

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Ungheria
Szentendre è un paesino poco fuori Budapest. Qui trovarono ricovero i serbi di fronte all’invasione dei turchi, tre secoli fa. Oggi è rifugio di numerosi artisti, con gallerie d’arte che sbucano ad ogni angolo. Io e Davide raggiungiamo la città in agosto, a bordo di un treno locale, tra sedili sdruciti e signorine che gettano uno sguardo interessato dentro al finestrino. Un tentato ritratto si mescola con un viaggio notturno attraverso l’Ungheria, e gli Oi Va Voi che suonano sotto la pioggia.

 

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New York City
A New York avviene un corto circuito tra la mia mente, stipata di libri, fumetti e film che hanno popolato il mio immaginario e una città ricolma di cose da vedere e che non si possono non disegnare. La città è popolata di ricordi cinematografici, scampoli woodyalleniani, Broadway Boogie Woogie di Piet Mondrian. Sul ponte di Brooklyn credo di incrociare Jack Kerouac che riflette sul desolato stillicidio del diventar vecchi. Cerco di afferrarlo per una spalla, ma è già scomparso nella nebbia.

 

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Roma
Il viaggio a Roma a cui risalgono questi disegni precede di qualche mese le dimissioni di Berlusconi. Sembra un secolo fa, ma ricordo ancora il clima di profonda inquietudine che aleggiava attorno a Montecitorio quell’estate.

 

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Uno dei vantaggi del disegno rispetto alla fotografia è che non rischi mai che un passante ti rovini l’inquadratura, basta aspettare che si sposti. Talvolta, però, i disturbatori sono più interessanti del monumento (quando non cominciano a considerarti parte di un’installazione).

Piemonte

 

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Un sogno di tribù incontattate nel fondo della foresta Amazzonica scivola fluido verso un temporale che incombe sul castello di Grinzane Cavour.

Vicenza

 

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Parigi
Cosa fare se sbagli le misure e qualcosa che stai disegnando non ci sta nel taccuino? Semplice: invoca i santi patroni delle avanguardie del Novecento! Magicamente la Torre Eiffel si scomporrà in frammenti cubisti che riuscirai a stipare nella tua paginetta.

 

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Lubiana

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L’aroma di ćevapčići, passeggiando per Lubiana, riempie le  narici e sinesteticamente anche gli occhi.

Portogallo

 

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A Lisbona, vengo a sapere di questa strana cosa dei moltissimi eteronimi di Fernando Pessoa. Inizio a vederlo per le strade in tutte le sue varie manifestazioni: Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares… Lo seguo lungo le stradine del Bairro Alto fino all’Igreja do Carmo, una delle testimonianze del terremoto che colpì Lisbona nel 1755. Oggi il suo tetto è il cielo del Portogallo. Mi prendo tutto il tempo per ricopiare i mostri da bestiario medievale incisi su una tomba e proseguo verso l’Alfama, su fino al Monastero di São Vicente de Fora. In una piazza a ridosso del porto, al riparo dal traffico e dalle auto posteggiate, la tomba di José Saramago non è altro che un ulivo portato fin qui da Lanzarote.

Dal 2013 torno frequentemente in Portogallo, facendo base a Setúbal. Scorrendo le pagine del taccuino la ritrovo spesso, ritratta da diverse angolazioni. Mi affeziono alla sua atmosfera provinciale, ai quartieri malmessi da cui si vede il porto, al profumo di sardinhas assadas.

 

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Armenia
Uno degli aspetti che più colpiscono la mia fantasia in Armenia è la pietra. Le facciate delle chiese o le migliaia di croci sparse per le campagne sono decorate con complicatissimi intrecci di linee. Sulle pietre armene si può misurare il passaggio del tempo: scure di fuliggine, erose dall’acqua e dal vento, incrostate di licheni e concrezioni. Scopro che in Armenia si trova l’unico tempio classico di tutta l’ex URSS. Scopro anche che gli anziani armeni ingobbiti dall’età e dall’indigenza sono gobbi ed indigenti come altrove, ma forse un po’ di più.

Nel nord, camminando per i boschi, veniamo sorpresi da un temporale. Una giovane madre con due figli ci ospita sotto la tettoia di casa sua. Di fronte a noi, un camion dell’epoca sovietica esausto, su due blocchi di cemento.

 

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Alle pendici del monte Aragats sorgono le rovine della fortezza di Amberd, distrutta da Tamerlano. In questa zona vive anche una comunità di curdi Yazidi. Nelle settimane precedenti alla mia partenza, ascoltavo le notizie del genocidio di curdi Yazidi in corso in Iraq, ora in questa landa dispersa mi ritrovo inaspettatamente vicino a loro. La distanza che ci separa dalle sofferenze del mondo si può annullare semplicemente girando l’angolo. In fondo, viaggiare serve a questo, a misurare la grandezza del mondo.

 

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A oggi, conto 122 pagine disegnate su un taccuino di 9x14cm. Fanno 15.372 centimetri quadri disegnati. Considerando un pennarello di 0.1mm, risulta che per riempirle tutte ho percorso 1.537.200 cm totali, vale a dire poco più di 15 km a bordo del mio pennarello.

In effetti, quindici chilometri in otto anni scarsi sono circa 16 centimetri all’ora.  L’animale più lento di tutti, la lumaca, viaggia a ben 47 metri all’ora. Definirmi lento è un eufemismo.

In un’epoca così frenetica, fatta di instagrammate e dirette facebook, faccio la figura dello snob antitecnologico. Ma credo che almeno uno spazio per viaggiare a velocità ridotta, seguendo i nostri ritmi, dia la possibilità di misurare il mondo con la giusta ponderatezza.

Di questo passo finirò tra 28 mila anni.