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Gipo oltre la Barriera

Dalla Torino più malfamata a Bossi e ritorno: in un film, la vita e le contraddizioni di Gipo Farassino.

 

Inutile girarci intorno: nel Piemonte degli anni ’80, se crescevi in una famiglia non autoctona, le possibilità di appassionarti a Gipo Farassino erano pari allo zero. Quel signore con i baffoni poteva sì entrare nel tuo campo visivo, e anzi era assai probabile che prima o poi lo facesse, vista la sua enorme popolarità. Tramite l’amichetto della parrocchia che recitava La predica a memoria, per l’ilarità compiaciuta dei presenti più adulti, e quando arrivava al punto in cui il prete dice “…a la fame mangé Nos S’gnur én carpiun!” tutti si univano in coro come a un concerto rock. Tramite canzoni con titoli barotti a 24 carati come Montagne dël mè Piemont, Serenata Ciocatona, Matilde Pellissero, Veuj compreme na cassina e via di seguito, che entravano a far parte delle cose che sapevi senza che tu te ne accorgessi. Poteva succedere, quello sì, ma cambiava poco: Gipo era cosa da piemontesi, e per tanti anche un po’ da popolino.

Fategli pure fondare la Lega Nord (nel 1989, quando il movimento Piemont Autonomista da lui fondato due anni prima è una delle componenti che danno vita al nuovo partito) e capirete che insomma, non è che Giuseppe Farassino detto Gipo fosse proprio un beniamino, per noi giovani alternativi un po’ meticci della provincia torinese. Tante cose non le sapevamo per motivi anagrafici o non le intuivamo, certo. La sua passata vicinanza al Partito Comunista Italiano, ad esempio, mai esplicitata oltre la partecipazione a tante feste de l’Unità, ma comunque nota. Le sue rivendicate origini zingare. Il suo non riconoscersi nei panni del cantante dialettale puro e semplice, della macchietta regionale. Il suo essere artista e uomo di popolo nel senso più nobile del termine.

Gipo Farassino è morto nel 2013, ma tante di queste cose le abbiamo scoperte oggi grazie a Gipo, lo zingaro di Barriera, lungometraggio presentato con successo all’ultima edizione del Torino Film Festival. Una docufiction che racconta la vita del cantante e attore torinese e il suo legame indissolubile con la realtà locale, dal quartiere malfamato di Barriera di Milano dove era nato e cresciuto al Piemonte tutto. Ma anche le sue vicissitudini famigliari e il suo talento, le sue contraddizioni e la sua umanità. E quei dieci anni di leghismo militante, naturalmente. Ne abbiamo parlato con il regista e co-autore del film, Alessandro Castelletto.

 

Il teaser del film.

 

The Towner: Come viene l’idea, a un piemontese figlio di non piemontesi, formatosi nei centri sociali torinesi degli anni ’90, di fare un film proprio su Gipo Farassino?
Alessandro Castelletto: L’idea è di un mio amico, Federico Voria, che poi ha scritto il film con me. Non conoscevo minimamente Gipo Farassino se non come “quello della Lega”, non me lo ero mai filato. Ma mi hanno incuriosito il suo invito e quello di un altro amico, Johnson Righeira, che avrebbe suonato dal vivo di lì a poco con Gipo in uno spettacolo organizzato proprio da Federico. Ci sono andato, ho fatto qualche ripresa e sono entrato in questo mondo, divertendomi tantissimo. Una serata fantastica in cui ho scoperto il personaggio Gipo Farassino, innanzitutto un grandissimo intrattenitore. Con lui sul palco ridevi veramente, aveva una capacità incredibile di intrattenere il pubblico, coinvolgendolo da vero uomo di teatro. Quella sera la platea era soprattutto over 60, ma c’era anche il pubblico abituale dello Spazio 211, che è un locale rock, ed era bella questa contaminazione.

La stessa sua band di quella sera era fatta di musicisti dei giri alternativi torinesi, gli El Tres e altri…
Gipo ha vissuto un grande dramma: la morte nel 2005, in un incidente stradale, della figlia ventottenne Caterina. Da quel momento è come se si fosse avvicinato a quel mondo per conoscere di più sua figlia, che lo frequentava non solo per la sua professione di fotografa. Non me lo ha mai detto, ma è abbastanza palese. La collaborazione con gli El Tres è frutto di un contatto che Max Casacci, anche lui amico di Caterina, aveva dato a Gipo, che voleva rimettersi in pista in maniera un po’ nuova dopo questa tragedia. Si sono trovati, si sono piaciuti e hanno cominciato a suonare insieme.

Come procedi, dunque?
Mi metto ad ascoltare Gipo con attenzione, cerco in rete i suoi pezzi e leggo i suoi testi. Non essendo piemontese, faccio anche un po’ di fatica a entrare nel mondo farassiniano, ma piano piano me ne innamoro. Non tanto dell’aspetto musicale, che comunque è meraviglioso, quanto del suo descrivere in quasi tutte le sue canzoni più belle, affascinanti e dirette un mondo molto definito, sia geograficamente sia nella fauna e nella flora. I suoi personaggi sono interessanti perché sono personaggi di Barriera. Anche per questo il film si intitola così: pur avendone fatte tante nella vita, pur avendo avuto successo e anche un certo ritorno economico, Farassino è stato un barrierante fino alla fine. Se c’era una cosa per cui lo si poteva identificare era proprio quella: lui era un truzzo di Barriera. Ho trovato la cosa affascinante. Anche io sono un truzzo, di Mirafiori e non di Barriera, ma le barriere sono universali. Sono quelle zone che stanno ai limiti delle città e fanno appunto da barriera, con le campagne o con i comuni limitrofi. Le trame, i link, sono più o meno uguali ovunque.

La definizione è interessante, perché a Torino siamo abituati ad associare il termine “truzzo” con le origini meridionali, mentre Gipo era piemontesissimo. Si può essere piemontesi e truzzi insieme dunque, in Barriera…
Ci sono situazioni non spiegabili solo dal punto di vista geografico. È quella linea di confine che sta fra vita regolare e piccola malavita. Se fai una ricerca su come si è vissuto in Barriera fra gli anni ’40 e gli anni ’60, ci sei in pieno. Lasciamo perdere la Banda Cavallero, ma la microcriminalità e il vivere di espedienti sono una cosa che Gipo ha vissuto almeno fino ai 30 anni. Furtarelli anche, ma per campare, per portare a casa qualcosa da mangiare la sera. La vita che cantava la conosceva benissimo perché l’aveva fatta, era cresciuto in Barriera senza il padre, ucciso in maniera drammatica quando lui era bambino, e in qualche maniera la famiglia doveva campare. La cosa gli è rimasta dentro fino alla fine, e i suoi personaggi sono quelli: la puttana, l’avvinazzato, quello che aveva la piola, lo spaccone, il bulletto. Per questo il concetto di truzzo non è necessariamente meridionale, ma può tranquillamente essere piemontese, o veneto.

 

“L’han beccato in un bar di Vanchiglia…”

 

Penso sia giunto il momento di spiegare cosa sia Barriera, tecnicamente e come luogo dell’anima. Il termine nasce a metà ‘800 dalle barriere doganali della cinta daziaria cittadina. A Torino Barriera è sinonimo di Barriera di Milano, quartiere settentrionale che prende il nome dall’antica barriera di piazza Crispi, sulla via che porta appunto a Milano. Zona sulla carta abbastanza circoscritta, ma allargatasi nella consuetudine cittadina a tutto ciò che sta a nord di corso Novara…
Fai anche di corso San Maurizio.

Addirittura?
Beh, adesso magari no. Diciamo corso Regina Margherita. Gipo ad esempio è nato in via Cuneo, a cui ha dedicato anche una canzone, ma ha vissuto gran parte della sua vita a Porta Palazzo, che non è strettamente Barriera, però la vita lì negli anni ’50 possiamo immaginare quale fosse. Non molto diversa, la stessa che vediamo adesso anzi, solo che i borderline allora non erano gli stranieri ma gli immigrati italiani, dal sud o dalle altre province piemontesi, come lui che veniva dal vercellese. Cos’è Barriera come luogo dell’anima? Un luogo fondamentalmente non centrale nelle dinamiche cittadine, che ha la sfortuna di non essere immediatamente visto dalla politica, ma proprio per questo anche la fortuna di essere più libero, volendo un po’ esagerare. La peculiarità di Barriera rispetto agli altri quartieri periferici è che ha una storia più lunga. Lo si vede anche dall’architettura, con case datate fine ‘800/inizio ‘900. E la storia rimane nel proprio albero genealogico, persone che sono nate in Barriera da genitori di Barriera e nonni di Barriera sentono la zona come cosa propria, è nei muri, rimane appiccicata. L’altra cosa importante è il concetto di borgo. Se vai al mercato di piazza Cerignola…

Che formalmente non esiste, ricordiamo, ma viene chiamata così per la concentrazione di immigrati cerignolani nelle vie limitrofe (e per il quadro della Madonna di Ripalta, patrona della cittadina pugliese, che dal 1945 sta al centro del mercato, portato proprio da una famiglia del posto)…
Esatto, si chiama piazza Foroni in realtà. Se sei lì, sei nella piazza di un paese. Devi essere sensibile a quello che vedi e annusi, perché in realtà è una piazza come qualsiasi altra, ma se stai attento lo vedi, lo percepisci. Ti trovi in un borgo all’interno di un borgo più grande, con i propri codici e le proprie regole.

Ho sempre pensato che il documentario classico, impostato su archivio e interviste a ripetizione, rompa fondamentalmente i coglioni.

Nel film lo dicono i tre anziani al bar, Barriera era malfamata prima e lo è adesso. Forse perché da sempre è uno dei punti in cui converge chi arriva in città: è come se il quartiere fosse fatto a strati di immigrazione, prima dalle campagne alla città, poi dal sud al nord Italia, poi dai paesi poveri del mondo a quelli ricchi. Una critica che mi sento di muovere al film, anche se è un lavoro su Gipo e non sul quartiere, è che questo aspetto non esce come meriterebbe.
Bisognerebbe parlare con uno storico. Personalmente, credo che alcuni quartieri abbiano determinate cose nel proprio DNA, e questo DNA è immodificabile. Una delle costanti di Barriera, piaccia o meno, è che i palazzi e le case sono comunque malridotti e malfamati, ed è impossibile farci speculazioni di alcun tipo. È stato fatto nel Quadrilatero Romano e in parte a San Salvario, ma a Barriera è oggettivamente molto difficile. Quando uno non ha una lira e arriva dal sud, qualunque sud, dove va? Va dove trova degli agganci, dove magari c’è qualche compaesano arrivato prima, che già sta lì e può dargli una mano.

Perché il discorso nel film è solo sfiorato?
Non volevo essere didascalico, fare la storia di Barriera o fare la storia di Farassino. Mi interessava ricostruire un profumo, o forse è meglio dire un odore.

Da qui la scelta di non fare un documentario biografico canonico, ma una sorta di fiction in cui Luca Morino, cantante dei Mau Mau, si mette alla ricerca di tracce di Gipo?
Ho sempre pensato che il documentario classico, impostato su archivio e interviste a ripetizione, rompa fondamentalmente i coglioni. Dopo 20 minuti inizi a guardare l’orologio. Sono cose che ho già fatto, e volevo evitarle. Così ci siamo inventati questo escamotage. Certo, quando dichiari che è un documentario ma poi ci sono elementi non tipici del genere ti esponi a critiche…

Penso a elementi quasi surreali, come la gag dei barbieri o i Perturbazione che suonano sul tetto…
Sì, anche se tutto riconduce comunque a quel mondo. I Perturbazione non suonano su un tetto qualsiasi, ma alle spalle hanno le Officine Grandi Motori FIAT, che danno proprio su via Cuneo. Una cosa che non conoscevo, e che ho scoperto lavorando al film, è che la Barriera fra gli anni ’50 e ’70 era una zona con una concentrazione di fabbriche enorme. Pensavo fosse una zona malfamata e basta, e invece c’erano Officine Grandi Motori, Lavazza, CEAT, Wamar, INCET, Nebiolo… tutte ditte che impiegavano dal migliaio di operai in su. Quando i Perturbazione cantano La mia città di Gipo, “Un mare di fredde ciminiere/Un fiume di soldatini blu”, è tutto vero. La mattina le strade di Barriera erano davvero tanti fiumi di “soldatini blu”. Tutti i vecchi del quartiere raccontano come ogni cortile fosse un pullulare di officine e attività, un mondo in totale fermento che adesso non c’è più.

 

“Un mare di fredde ciminiere/Un fiume di soldatini blu”

 

La Barriera preferita di Gipo restava però quella di strada, come dice anche a Gigi Marzullo in uno spezzone Rai d’archivio che hai recuperato.
Il mondo borderline alla fine è molto più interessante di quello dell’impiegato. Il suo fascino è inimitabile. E lui, ripeto, era veramente cresciuto così.

È strano come tutto succeda a Torino, che nell’immaginario italiano non è proprio una città associata a questo genere di storie e di vite. Napoli, Roma, anche Milano magari, ma non Torino, che lo stereotipo vuole austera e controllata. Farassino ne diventa un simbolo, fra l’altro, raccontandone un lato circoscritto, sia topograficamente sia umanamente. Il suo non è il torinese tipico. O meglio, è un altro tipo di torinese.
La sua bravura è stata quella di centrare il punto. Non era una persona colta in senso tradizionale, aveva studiato ragioneria se non sbaglio, non aveva studi universitari umanistici, ma aveva questa grandissima capacità. In molte sue canzoni azzecca situazioni che sono archetipi universali, non solo torinesi. Côr nen va pian, ad esempio, con l’immagine nostalgica del bambino che a un certo punto passa sotto casa e la mamma dal balcone gli grida “Non correre, vai piano”. Detto così può sembrare melenso, ma ti suggerisco di ascoltare il pezzo: chi è che non ha avuto la mamma che dal balcone gli ha detto “Non correre, vai piano”? Molti sono cresciuti in situazioni magari un po’ al limite, che ti vergogni a raccontare: “sono di periferia, mio padre è povero, ha la terza elementare”. Lui lo dice, ha il coraggio di tirarlo fuori, e non è per niente scontato.

Lo stesso discorso di ‘L 6 ‘d via Cuni, indirizzo della casa dove è nato e cresciuto e testo ancora più struggente.
Esatto. È riuscito a beccare quelle due o tre cose, o forse anche più, che… pam! Il motivo principale del suo successo penso sia questo. Io l’ho conosciuto nel suo ultimo anno di vita ed era abbastanza provato, ma da giovane doveva essere uno tosto, uno che ti mandava a cagare, diffidente… ma anche uno buono, che se prometteva manteneva, non scompariva. Una persona vecchio stampo, stretta di mano e via.

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Luca Morino in una delle scene del film.

Perché hai scelto Luca Morino come protagonista?
Volevamo smitizzare alcuni stereotipi, tipo quello della Lega. Serviva un personaggio che avesse delle affinità e allo stesso tempo delle diversità. Le prime sono abbastanza evidenti: Luca e Gipo sono i due che più di tutti a Torino hanno usato il dialetto elevandolo. Non hanno fatto l’operazione che fa la Littizzetto ad esempio, o faceva Macario, il “Ti piace la meeenta?” che fa ridere tutti quanti e bon. Luca e Gipo hanno preso il piemontese e hanno detto “Ragazzi, guardate che è un dialetto con le stesse potenzialità del napoletano o del romano, ci si può tranquillamente fare musica, lo si può tranquillamente usare per raccontare senza necessariamente fare la figura dei piciu o delle macchiette”.

Proprio su Macario, in un’altra scena del film, Gipo va giù piuttosto duro.
Anche l’aspetto teatrale di Gipo era molto piemontese, non solo quello musicale. Avrebbe potuto avere successo ben oltre i confini del Piemonte, se avesse forzato il suo modo di agire, se avesse lavorato di più sull’italiano. Ma lui diceva: “Io voglio comunicare così. Quando De Filippo viene qui non traduce in italiano, io lo vado a sentire in napoletano e mi piace così. Per quale motivo invece io devo andare da un’altra parte e italianizzarmi? Lui usa il napoletano per parlare a me, io uso il piemontese per parlare a lui”.

Discorso rischioso, che forse gli è costato una carriera migliore. Il talento c’era e poteva essere nazionale.
Non scordiamoci che Torino è sempre Torino, nel bene e nel male. Fosse stato milanese se la sarebbe potuta giocare con Jannacci o Gaber.

Sui radar Torino non c’è mai troppo…
Fa parte della nostra maniera di agire e pensare, e non è necessariamente un aspetto negativo. Però ogni tanto è cosi.

Con Morino affinità e divergenze, dunque.
Esatto. Mi piace il fatto che lui all’inizio del film sia titubante, ma allo stesso tempo attratto. Ok, Farassino è quello della Lega, quello delle canzoni delle piole, però andiamo a vedere cos’altro c’è. E scopre un mondo che non si aspettava.

 

Luca Morino in piemontese pre-Mau Mau

 

Gipo pativa l’essere visto da molti solo come una macchietta locale?
Non credo. Fra gli anni ’60 e ’70 ha avuto un certo successo nazionale, come si vede anche dal materiale di archivio Rai. Poi, credo che abbia deciso di essere il numero uno qui piuttosto che uno dei tanti in giro per l’Italia. Non penso sia stato un ripiego, quanto una sua condizione di vita. Lui era così. Quando fai quel mestiere il successo pungola, fa piacere, ma non credo abbia avuto grossi rammarichi. Avrebbe dovuto fare cose che probabilmente erano troppo violente per la sua natura.

A proposito di stereotipi: nel film è definita come tale anche la sua militanza leghista. Gipo non è stato solo quello, e lo sappiamo, ma resta comunque un passaggio difficile da cancellare, e che fatico a pensare esclusivamente come stereotipo: che lui sia stato uno dei fondatori della Lega Nord è un fatto. Approfondendo si capisce come in realtà avesse un’idea piuttosto diversa da quella di chi la Lega l’ha portata dove è ora, più romantica se vogliamo…
Farassino ha avuto veramente un’idea romantica della faccenda, che partiva da un punto: l’identità, soprattutto linguistica. Una cosa che lo accomunava profondamente con il concetto di Lega Nord, e che tutti i fondatori della Lega hanno. L’idea che a un certo punto lo stato centralista, mussoliniano prima e dei partiti tradizionali poi, abbia distrutto da un punto di vista culturale e linguistico le identità locali, imponendo l’italiano a scuola, per rafforzare lo stato a discapito delle specificità locali. Per Gipo la lingua era importante, ma non perché ci faceva gli spettacoli: perché la lingua è la base, la radice che racconta un’identità. Nel momento in cui tiri fuori un discorso di questo tipo è facile cadere nel leghismo, cosa che non mi riguarda minimamente. Ma in questo lui era profondamente leghista, si identificava fortemente con la sua lingua perché la sua lingua era la sua terra. Avere un dialetto, possederlo, vuol dire far parte di quella specificità. Come distruggere questo humus? Imponendo l’italiano a scuola, anche Bossi lo dice nel film.

Gipo non è stato invece leghista dal punto di vista politico. Bossi in parte l’ha utilizzato, perché per creare un movimento ci vogliono i nomi, e Farassino in Piemonte lo era. Ma intanto non era uno che si faceva comandare, e in secondo luogo all’asse lombardo, o lombardo/veneto, del Piemonte non fregava un cazzo, non era il bacino elettorale più importante. Nel ’96, al momento di votare il referente piemontese del partito, Bossi appoggia Comino e non lui, e lo pugnala alle spalle. A quel punto Gipo manda tutti affanculo, quando se fosse stato un politico, per rispondere alla domanda, avrebbe potuto starsene tranquillamente zitto e fino a ieri sarebbe stato un Senatore della Repubblica come i vari Calderoli e compagnia. In questo senso non è stato un politico, ma sotto l’aspetto identitario e linguistico è stato un leghista al 100%. Un leghista anomalo, peraltro, e nel film lo si vede ad esempio in quella trasmissione televisiva in cui parla degli Scritti corsari di Pasolini. Anche il concetto di razzismo, sia verso le persone del sud sia verso gli stranieri, era una cosa che proprio non lo riguardava.

Sono interessanti le vite contraddittorie, di chi fa cose diametralmente opposte rispetto a quello che ci si aspetta.

Raccontaci del tuo incontro con Bossi per il film.
Molto deludente, per quel che mi riguarda. Al di là delle totali divergenze politiche, intendo.

L’ho pensato anch’io quando è finita la scena girata nel suo studio: tutto qui? Se è il meglio che avete potuto ricavare, chissà il resto…
Mi è spiaciuto. Pensavo che una persona di una certa età, parlando di un’altra persona con cui ha condiviso una fetta di vita piccola ma molto importante, facesse qualche riflessione non necessariamente politica, ma umana. “Gli ho fatto delle carognate ma alla fine gli volevo bene”, cose così. Invece mi è parso una persona che ha vissuto di politica tutta la vita, e che ti può parlare solo di quello, senza raccontarti niente di sé.

Chiuderei con il titolo del film: la parola “zingaro” mi pare usata nel senso più nobile del termine, come talvolta capita da queste parti. Non tanto denigratorio, quanto quasi ammirato. Lo zingaro come la persona che sa vivere, il galantuomo che gira il mondo. Calza a pennello con la sua vita e la sua personalità, ma nel film si scopre di più: Gipo Farassino aveva davvero origini Sinti!
Il titolo ci è venuto in mente subito. Lui lo ripeteva sempre: “Io sono uno zingaro”. Uno degli aspetti più interessanti del personaggio, su cui ho pensato valesse la pena di investire un paio di anni della mia vita, è che era un uomo pieno di contraddizioni. Fonda la Lega ma ha radici zingare, fa il comizio ma poi va al campo nomadi perché gli prende bene, lui tutto tatuato e con le dita piene di anellazzi. Sono contraddizioni difficilmente spiegabili, ma è anche questo il bello dell’andare a scoprire un essere umano. Sono interessanti le vite contraddittorie, di chi fa cose diametralmente opposte rispetto a quello che ci si aspetta. Gipo è stato un uomo di sinistra per certi aspetti, non un comunista da picchetti ma comunque uno che si identificava in quei valori. Per questo molta sinistra in seguito ha smesso di accettarlo nel suo pantheon culturale. Uno che era di sinistra ed è finito con i leghisti non andava bene.

È curioso, se ci pensi, che i due nomi più grossi espressi da Torino per quanto riguarda la canzone del ‘900 siano Fred Buscaglione e Gipo Farassino, entrambi assai poco aderenti al luogo comune che si ha del torinese.
Forse sono diventati famosi proprio per quello, ti aspetti una cosa e invece ne arriva una opposta. Gipo si agganciava molto anche alla tradizione degli chansonnier francofoni, Brassens e Brel su tutti.

Con una vena comica in più.
Quello sì, gli veniva naturale. Era uno che faceva molto ridere. Era un personaggio, quando parlava lo ascoltavi. Lo ricordo in uno dei nostri ultimi incontri, a casa sua. Magrissimo e malato, apriva il giornale e si faceva la mista di tabacco sopra le pagine, in canottiera e tatuaggi. Ha girato col tirapugni fino alla fine. Soffiavi e lo buttavi a terra, ma il tirapugni ce l’aveva. Con cappello da cowboy e stivali. Non era il piemontesotto classico, andavi in giro con lui e ti rendevi conto di avere accanto un tipo particolare.