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Giambellino Story

La Milano che non esiste più, la Milano che potrebbe essere.

 

Quando sbarcai a Milano, nell’autunno del 2006, mi sembrò subito claustrofobica: piccola, stretta, ordinata e umidiccia, aveva un aspetto severo e raccolto, che vedevo riflettersi nei cappotti delle persone, lungo i viali senza alberi, e sui palazzi che custodivano banche e uffici. Insomma: era una città piatta. Non solo in senso metaforico, ma fisico: la si poteva percorrere in bici da nord a sud senza incontrare una salita. Una cosa incredibile, per una romana abituata alle distanze siderali e al traffico ipertrofico.

Dopo qualche coabitazione a San Siro e a Lambrate (900 euro per un bilocale: si dormiva anche in cucina!), decisi di trasferirmi al Giambellino, un quartiere popolare nel quadrante sud-ovest della città. I soldi scarseggiavano, e lì avevo trovato un monolocale supereconomico: 500 euro per un grosso stanzone con cucinetta (abitabile), bagno e disimpegno; l’avrei condiviso con Alen, un gigantesco amico serbo appassionato di viral marketing e di slivovica. “Ma davvero vai a vivere laggiù? Non hai paura a muoverti in bici, di notte, in periferia?”, mi sobillava qualche milanese dal passo svelto. In quel periodo studiavo ancora, e al tempo stesso lavoravo come cameriera in un paio di bar sui Navigli. Di conseguenza, rientravo a casa alle tre di notte; sempre, rigorosamente sulle due ruote. Una pedalata di quindici, venti minuti, ed ero già sotto le coperte. Davvero, davvero non riuscivo a capacitarmi di come il Giambellino potesse essere considerato periferia. Bici a parte, con il 14 – il tram che dal cimitero Maggiore percorre tutta via del Giambellino, fino a Molinetto di Lorenteggio – in meno di venti minuti arrivavo in piazza Duomo. Che razza di periferia è un posto che dista venti minuti dal centro città?

Col tempo, però, mi si chiarì meglio il concetto di periferia che metteva in allarme gli amici autoctoni, irrimediabilmente perduti tra la cultura dell’apericena e lo struscio urticante di Corso Como. Il Giambellino è un quartiere di case popolari, abitato soprattutto da anziani e immigrati; la via che gli dà il nome – un lungo rettilineo solcato dalle rotaie del tram e scandito da kebabbari, macellerie halal e vecchie trattorie stropicciate  – era un degradare di casette basse, tre o quattro piani al massimo: quelle più vicine a piazza Napoli, quindi al centro, con una grazia umile e a tratti signorile; quelle verso piazza  Tirana (ventre e cuore del Giambellino profondo), meno che essenziali: grigie, spoglie, sbrecciate e interrotte da cortili pieni di erbacce e mondezza.

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Piazza Tirana.

Decisi di perderci del tempo e la domenica, anziché naufragare in centro o nei soliti posti da terroni milanesizzati, iniziai a frequentare il quartiere. Cominciai dal baretto di fronte al mio balcone, in via dei Tulipani; spesso, con l’arrivo della bella stagione, venivo svegliata dagli schiamazzi di un gruppo di anziani – sempre gli stessi – seduti all’unico tavolino sul marciapiede. Alle dieci del mattino erano già lì con il loro bianchetto: in cinque o sei, litigavano per le partite di calcio della sera prima e si sfottevano sonoramente giocando a carte. Fu lì che, per la prima volta, ascoltai espressioni come damm-atrà, se femm, la và inscì, te ghe de lauràa.

Il bar era gestito da un omone sulla sessantina, baffi spessi e camicia di flanella; doveva essere appassionato di pesca e calcio, visto che il suo locale era tappezzato di poster dell’Inter, e di foto che lo immortalavano fiero con enormi bestie di fiume all’amo. Del gruppetto di avventori, poi, faceva parte anche un femminiello: un uomo esile dall’età indefinibile, con un caschetto cotonato biondo platino, enormi occhiali da sole e un delicato foulard a fiori intorno al collo. Stava lì, col suo Campari tra le dita e un accento impastato di Napoli e Milano, dal timbro sornione e femminile. Difficile, ancora oggi, dimenticarlo. Girato l’angolo, poi, c’era il “Bar Sincero”, in largo Giambellino; l’aperitivo, in posti come quello, era il classico Campari col bianco accompagnato da uova sode, noccioline, sottaceti e qualche fetta di salame. Il proprietario era un signore panciuto e claudicante, che faceva volentieri quattro chiacchiere appoggiato al bancone: “Eh, una volta sì che era bello il Giambellino. Oggi invece, con tutti questi immigrati…”.

Inizialmente ero convinta che fosse quello il famoso “Bar del Giambellino” cantato da Gaber nella Ballata del Cerutti. Poi invece, scoprii che si trattava di un posto al civico 50, vicino piazza Napoli: ai tempi della canzone si chiamava Bar Gino, dal nome del fondatore, Gino Galli; oggi si chiama Bar Masuri: il nuovo proprietario, Nando (nipote del Gino) gestisce anche la salumeria accanto. Un giorno andai lì con un amico, per farmi raccontare un po’ di storie. Trovai i vecchi habitué, impegnati a giocare a carte o a carambola, intorno al biliardo nel retro del locale; poi Nino, l’ex barista del Bar Gino, e Anna, l’anziana moglie dello storico proprietario, una novantenne sorridente ed elegantissima che mangiava una coppa di gelato.

“Cerutti era un nome inventato da Gaber”, raccontò Nando; “Invece Gino esisteva davvero…Il bar era suo. È morto il 7 marzo del 1981. Per capire che personaggio fosse mio zio, avresti dovuto vedere il suo funerale. C’erano centinaia di persone, arrivate da tutte le parti. Qui venivano Gaber, Celentano, Ricky Gianco, Gino Bramieri…”. Celentano abitava in largo Gelsomini, Gianco in via Savona, mentre Bramieri andava a trovare sua madre, che stava da quelle parti: in un modo o nell’altro si trovavano tutti da Gino, spesso con la chitarra, per farsi una cantata. “La ligera erano semplicemente i ragazzi del quartiere… Venivano dalla Casbah, così ciamaven la zona laggiù, vicino piazza Tirana. Sì, rubavano qualche Lambretta… Ma così, per farsi un bicchiere in compagnia. E poi venivano gli operai e i padroni delle fabbriche qui vicino. Erano tanti. Quando arrivavano al bancone, però, non sentivi la differenza. Diventavano tutti amici”.

Il cuore del Giambellino era proletario, operaio: dalle fabbriche metalmeccaniche del Dazio, spesso durante gli scioperi partivano cortei spontanei che, bandiere rosse al vento, arrivavano in piazza Tirana per fermarsi in trattoria.

Nando e Nino mi mostrarono decine di foto del vecchio locale, quasi tutte in bianco e nero: il bar era un gioiellino, il bancone sembrava fiammante, e vedere Nino ragazzo e in divisa da barman, mentre ce l’avevo davanti in carne e ossa con la sua giacca di panno e i suoi settant’anni, mi mise addosso una tenerezza struggente. Alcune foto, poi, raccontavano luoghi che faticavo a immaginare: in una, al posto della via Giambellino piena d’auto che conoscevo, c’erano cinque ragazzi in giacca e cravatta con il vento tra i capelli e un enorme prato aperto alle spalle. Negli anni Sessanta, infatti, il quartiere era costruito solo in parte: qualche casa popolare (le prime, vicino piazza Napoli, risalivano agli anni Venti), diverse fabbriche (la Osram e la Loro Parisini di via Savona, e poi la Tallero e la Ferrotubi) e campagna a perdita d’occhio, puntellata da qualche cascina e ricamata dall’acqua del Naviglio Grande e delle sue mille rogge, piene di zanzare e cavedani. Insomma: quei bar, quelle storie, quelle foto mi suggerivano di scavare, di scoprire. Forse Milano non era poi così piatta; forse c’era della brace, sotto le macerie lasciate al mattino dalla movida straziante dei Navigli.

Proprio sui Navigli, un pomeriggio mi capitò di imbattermi nella Calusca, piccola e straordinaria libreria dell’archivio Primo Moroni. La porticina su via Conchetta era aperta, e quello spazio un po’ sghembo, rivestito da un bellissimo graffito di Blu e Bad Trip, mi aveva attratto come un magnete. Mentre mi perdevo a contemplare titoli su Marx, sui Weather Underground e sulla cultura punk, il libraio – che in quell’occasione era Rino, ma di solito c’è Totò – mi suggerì un libro, che allora era appena uscito: La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore. Iniziai a sfogliarlo, e l’occhio cadde subito sul terzo capitolo, dal nome familiare e decisivo: Giambellino. Ringraziai Rino e acquistai il libro. La sera stessa iniziai a leggerlo, immergendomi in una Milano sconosciuta, evidentemente trascorsa eppure così viva, fresca per me.

L’autore, Manolo Morlacchi, raccontava la storia della sua famiglia, dai suoi nonni – Remo e Gina – ai loro tredici figli, tra cui il padre dello stesso Manolo, Pierino Morlacchi, e la madre, Heidi Peusch, una tedesca arrivata a Milano dalla Germania Orientale. Erano “figli del popolo, proletari che mantenevano un forte spirito di ribellione antisistema”, e avevano attraversato il Novecento e la storia del movimento operaio senza scendere a patti con nessuno: né col Fascismo, né con la Repubblica che aveva tradito gli ideali della Resistenza – cui i Morlacchi contribuirono da partigiani – lasciando i padroni al loro posto, e i lavoratori alla loro miseria. Buona parte della saga familiare si svolgeva proprio al Giambellino, il rione popolare dove i Morlacchi si erano trasferiti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel quartiere la presenza comunista era palpabile, e visti i tempi – negli anni Cinquanta i “rossi” non erano amati dalle nascenti istituzioni – i militanti si incontravano negli ex rifugi antiaerei delle case popolari, ribattezzati “catacombe”. Le pareti venivano abbattute, e i locali allargati e resi adatti non solo alle riunioni politiche, ma anche alle serate danzanti e alle altre forme di socialità viva, fervida dell’epoca.

Di lì nacque la sezione “Battaglia” del Pci, dal nome del partigiano Giancarlo Battaglia fucilato a Milano durante l’occupazione nazifascista. I Morlacchi erano iscritti, ma nel 1960 parteciparono a una storica scissione dal partito, che secondo i “dissidenti” aveva assunto posizioni revisioniste: nacque così Luglio ‘60, un gruppo politico vicino al maoismo che portò uno dei fratelli, il Dino, a fare addirittura un viaggio in Cina, ricevuto nientemeno che dal Grande Timoniere in persona. I “cinesi” riempivano i muri del quartiere di ideogrammi orientali, mentre i “fazzoletti” (così venivano chiamati i fascisti) e la polizia erano scacciati non solo dai comunisti e dalla piccola delinquenza locale, ma anche dalla varia umanità del quartiere, che li proteggeva come il fiume fa con i suoi pesci.

 

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D’altronde, il cuore del Giambellino era proletario, operaio: dalle fabbriche metalmeccaniche del Dazio (in fondo al Lorenteggio, al confine tra Milano e Corsico), spesso durante gli scioperi partivano cortei spontanei che, bandiere rosse al vento, arrivavano in piazza Tirana per fermarsi in trattoria. Immagini, queste, che affioravano nella mia testa come tappi di sughero, anche se in realtà non potevo averne memoria; e che mi lasciavano addosso la nostalgia di qualcosa che non avevo vissuto, ma che sentivo comunque appartenermi, in qualche modo.

Le pagine più sorprendenti del libro, però, dovevano ancora venire. Lo spostamento dei Morlacchi a sinistra continuò per tutti gli anni Sessanta, finché, dopo il ’68 e l’autunno caldo del ’69, la rottura con il Pci divenne definitiva. Si era aperta una stagione rivoluzionaria, gli operai entravano in contatto con gli studenti, e Pierino e Heidi, i genitori di Manolo, fecero conoscenza con alcuni compagni dell’Università di Trento: Margherita “Mara” Cagol, Renato Curcio e Giorgio Semeria. Con loro, all’inizio degli anni Settanta, fondarono il nucleo storico delle Brigate Rosse, che proprio al Giambellino iniziarono a incontrarsi e a  compiere le prime azioni di propaganda armata: “gli obbiettivi erano le auto dei fascisti, dei dirigenti più invisi ai lavoratori delle fabbriche milanesi, dei sindacalisti più o meno prezzolati […]. A queste azioni seguiva la distribuzione di volantini […] che descrivevano le ragioni dell’azione ed elencavano le informazioni in possesso della ‘ditta’”. Scrive Manolo: “Al Giambellino, in piazza Tirana, le Brigate Rosse tenevano comizi pubblici. Quando Curcio parlava, i compagni presidiavano la piazza armati. […] In più di una occasione, su numerosi tetti delle case tra piazza Tirana e via Lorenteggio comparvero scritte e bandiere dell’Organizzazione”.

Insomma: avevo scoperto che il Giambellino era stato la culla della lotta armata in Italia. E quelle case un po’ tristi, cui soltanto il sole restituiva un po’ di splendore, avevano ospitato le riunioni di giovani che volevano fare la rivoluzione, eredi dei partigiani (e delle loro armi) come delle bombe di piazza Fontana e di piazza della Loggia. Iniziai così a gironzolare per piazza Tirana, via Inganni e via Segneri con il naso per aria, in cerca di tracce che mi portassero agli occhi i racconti che avevo letto. Non ne trovai alcuna, salvo qualche targa commemorativa dedicata ai partigiani, e un paio di corone di fiori depositate il 25 aprile. La cosa che più mi colpì, però, era il contrasto tra quanto letto su libri e manuali e i ricordi di Manolo al Giambellino.

Quegli anni, storicamente rappresentati come cupi, pesanti, iper-ideologizzati (“di Piombo”, appunto), facevano a pugni con l’affresco vivace e umanissimo tratteggiato ne La fuga in avanti: gli zii di Manolo frequentavano posti come il Pinuccia Folk, sotto il ponte di via Carlo Troya, o la Bersagliera, trattoria di riferimento di piazza Tirana; locali pieni di vita, dove Jannacci beveva e cantava insieme a Renato Vallanzasca – altro personaggio cresciuto al Giambellino –, a qualche prostituta dall’ugola d’oro e a normalissimi abitanti del quartiere. La ligera, quella della Casbah di cui parlava Nando, si mescolava ai compagni del rione, e nessuno aveva niente da ridire: “Nelle vecchie osterie popolari, frequentate da proletari e sottoproletari, con la chitarra, i Mariet, i Rinun, i Pinza cantavano le vecchie patetiche e qualche volta struggenti canzoni popolari, come la bellissima Addio Lugano bella, Gli scariolanti del Po, Le mondine, L’uomo della ferriera, Lo spazzacamino, Profumi e balocchi mescolate a quelle tipiche della malavita: Porta Romana, Ma mi e tante altre”, raccontava Gino Montemezzani, compagno e amico di famiglia citato da Manolo. La solidarietà aveva la forma dura, tangibile dei legami tra uguali, e la paura sembrava essere l’ultimo dei sentimenti, lungo le strade dove gli zanza concludevano alla svelta i loro affari.

Ecco che al posto della Bersagliera, dove si cantava in milanese davanti a un piatto di brasato, c’era un ristorante marocchino: specialità di pesce e cous-cous; dove c’era il prestiné (il fornaio, in milanese) sorgeva un piccolo phone center con insegne in arabo e romeno.

Dopo gli anni Settanta, la storia dei Morlacchi sarebbe diventata amara e drammatica, proprio come la vita del quartiere. I genitori di Manolo furono arrestati più volte, come gli zii e tanti altri compagni, mentre l’eroina conquistò le strade del Giambellino, bruciando come calce viva intere generazioni di giovani. Via Odazio, che costeggia il Mercato comunale del Lorenteggio, divenne un cimitero di morti viventi; la criminalità si fece cattiva, stracciando i codici di umanità della ligera, e le case popolari entrarono nel tunnel del degrado e dell’abbandono da cui non sono ancora uscite.

Il Giambellino che conoscevo io aveva un vecchio cuore esausto, che ormai batteva a fatica. Se nel rione abitato dai Morlacchi la paura non esisteva, in quello dove mi trovavo era invece presente, strisciante; un’ombra incombente, assieme alla diffidenza e all’enorme distanza che separava le persone.

Almeno, nel 2008 era questa la sensazione che mi lasciavano addosso certe conversazioni: nei bar, nelle trattorie, in qualche vecchio negozio. “Non lo vedi come vivono, questi immigrati? Chissà che cosa fanno, nelle loro macellerie, aperte fino a tarda sera…”; oppure: “Eh, questi cinesi…Chissà chi glieli dà i soldi per comprarsi tutti i bar del quartiere”; e, ancora: “Con tutti questi zingari non si può più vivere. Non vedi come riducono i cortili dei palazzi? Non vedi tutta la sporcizia che lasciano?”. E via dicendo. Il fatto è che al Giambellino erano rimasti solo gli anziani, abbandonati, di fatto, alla contemplazione della loro vecchiaia. Dopo gli anni Ottanta, con il riflusso e l’aggressione spietata della droga, i giovani erano andati via, scavando nel quartiere una voragine generazionale spaventosa. Gli unici a colmarla, con l’inizio del nuovo millennio, furono i temutissimi immigrati: famiglie arabe, sudamericane e dell’est Europa che però, in assenza di mediatori con cui confrontarsi, riuscirono appena a trapiantare i loro usi e costumi sulla nuova realtà che andavano a popolare, creando un sistema di bolle impermeabili che si limitavano a sfiorarsi o a rimbalzare l’una contro l’altra, senza mai comunicare.

Ed ecco che al posto della Bersagliera, dove si cantava in milanese davanti a un piatto di brasato, c’era un ristorante marocchino: specialità di pesce e cous-cous; dove c’era il prestiné (il fornaio, in milanese) sorgeva un piccolo phone center con insegne in arabo e romeno, mentre lungo i marciapiedi sporchi e i parchetti incolti erano sempre più frequenti i passeggini spinti da capi dolcemente velati: donne robuste dal passo morbido che camminavano a testa bassa, sotto lo sguardo severo di vecchie milanesi affacciate ai davanzali.

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La Bersagliera.

D’altronde, l’immigrazione si saldava a un territorio stravolto, una piccola frontiera spazzata dal vento dell’incuria e dell’oblio. Bastava fare una passeggiata vicino alla stazione di San Cristoforo, in piazza Tirana, per constatare come gli unici frequentatori fossero le famiglie di Rom, che almeno portavano i loro bambini a giocare sulle altalene. E dire che il Giambellino era stato un vivaio di esperienze spesso avanguardistiche: basti pensare al convitto di Rinascita, nato dai partigiani della Decima Brigata Garibaldi e trapiantato in via del Giambellino 115, vicino alla fabbrica di vagoni ferroviari Tallero (il Fabricun). Qui la mensa era accessibile a tutti e alimentata dalle cooperative dell’Emilia Romagna, dopo le lezioni le strutture erano aperte anche ad attività sportive e politiche (soprattutto dopo il ’68), le gite se le pagavano gli stessi ragazzi con le loro mance, e per la prima volta si sperimentarono iniziative come le assemblee e il consiglio degli studenti; oppure la chiesa del Murialdo, in largo Fatima, dove negli anni Sessanta nacque la “contestazione ecclesiale”, che portò alcuni cattolici del quartiere prima a riunirsi nelle solite “catacombe” per leggere collettivamente il Vangelo, e poi a intervenire durante la messa (perfino in Duomo!) per chiedere la parola e aprire un confronto con le autorità di Roma. Insomma: di quel vasto patrimonio popolare, corale, orizzontale, non era rimasto più nulla.

Nel 2009 lasciai il quartiere per andare in Ticinese. Per molto tempo non misi più piede al Giambellino: un po’ perché non incrociava le mie nuove traiettorie, un po’ perché mi sembrava di veder crollare, pezzo dopo pezzo, un monumento di umanità e coraggio, forse il più bello che avessi visto a Milano.

Nell’autunno del 2014, però, in città accadde qualcosa che mi riportò su quelle strade sgangherate. Improvvisamente, su giornali e tv esplose una campagna martellante contro le occupazioni abitative, additate come una delle cause principali del dissesto economico di Aler, l’ente regionale che cura l’edilizia popolare. Il governatore lombardo, Roberto Maroni, aveva promesso “duecento sgomberi a settimana”, e a cadenza quasi quotidiana si veniva a sapere di famiglie buttate fuori dall’appartamento occupato, con bambini, materassi e panni in mezzo alla strada. Un giorno lessi su internet che era in corso uno sgombero al Giambellino, in via del Vespri Siciliani: si trattava di una madre e dei suoi bambini (due o tre, non ricordo). Decisi di andare a vedere.

La scena che mi si parò davanti era simile a quella che avevo visto altre volte, a San Siro come nello stesso Ticinese: da un lato, decine di poliziotti in tenuta antisommossa; dall’altro, altrettanti abitanti in rivolta, che dopo essere stati manganellati avevano iniziato a gridare e a lanciare contro gli agenti quanto fosse a portata di mano. Gli agenti avevano risposto con i gas lacrimogeni, e gli abitanti avevano bloccato la linea del tram, erigendo delle barricate con i cassonetti. Il bilancio, alla fine, fu di otto feriti. Tra i manifestanti, con mia sorpresa, c’erano tante donne – per lo più italiane – e un gruppo di giovani che non avevo mai visto. Erano i ragazzi della “Base di solidarietà popolare del Giambellino”, una realtà nata dall’occupazione di una palazzina vuota in piazza Napoli (l’ “Ardita pizzeria”) e cresciuta tra le vie del rione, attraverso una serie di occupazioni e sgomberi davvero interminabile.

A distanza di decenni, però, proprio quando giovani, immigrati e associazioni hanno iniziato a riappropriarsi del territorio (comprese le case abbandonate) il Comune ha deciso di riprendere in mano la situazione.

Evidentemente, qualcosa stava cambiando nel mio vecchio quartiere. Qualche sasso era stato lanciato, e le acque di quello che sembrava uno stagno avevano ripreso a circolare, comunque la si volesse vedere. Ritornai nel bar di fronte a quella che era stata casa mia, qualche tempo dopo. L’omone dai baffi spessi con la camicia di flanella non c’era più: al suo posto, un cinese dall’età indefinibile, che aveva già fatto amicizia con il gruppo di avventori, gli stessi di sempre. Anche al bar Sincero non c’era più il vecchio gestore: l’attività era passata a suo figlio, che mi disse che il padre era morto qualche anno prima. Nella Casbah, poi, sembrava soffiare un’aria rinnovata, quasi primaverile: il parchetto di via Odazio era curato, e da qualche anno ospitava la Casetta verde, un laboratorio di quartiere dove operano diverse associazioni, con tanto di orto comunitario puntellato da girasoli, zucchine, pomodori e insalate varie.

Nella biblioteca di via Odazio, che sorge sempre in mezzo ai giardini, mi capitò di sfogliare un altro bel libro, interamente dedicato al quartiere: Nella tana del drago, curato dal collettivo immaginariesplorazioni e pieno di testimonianze sulla storia del Giambellino e dei suoi abitanti: “[…] per tana s’intende un luogo accogliente che crea appartenenza e il drago rappresenta invece l’anomalia di una popolazione capace di trasformare i disagi collegati allo sviluppo urbano in nuove pratiche e poetiche di coesione sociale”, spiegava Marco Philopat, editore, scrittore ed ex-abitante del quartiere. Ed ecco che quel groviglio di case basse, di cortili poveri, di madonnine votive e giardini spelacchiati, dove tanti percorsi erano stati avviati, stroncati, sconfitti o abbandonati, riprendeva ad appassionare qualcuno.

Sono tornata al Giambellino qualche settimana fa, per capire se i germogli che avevo scorto nel 2014 fossero fioriti. Al nuovo indirizzo della “Base popolare”, in via Manzano, divenuta Comitato degli abitanti Giambellino-Lorenteggio, ho trovato una decina di giovani impegnati a sistemare un cortile e ad allestire un pranzo di quartiere, fatto di pollo, riso, cous-cous e humus, preparati da sorridenti signore arabe e sudamericane. La “Base”, sgomberata prima da via Segneri e poi da via Odazio, si è installata nell’ennesimo spazio abbandonato, che i ragazzi hanno risistemato da cima a fondo per ospitare un doposcuola e riunirsi con il comitato, nato proprio durante la campagna contro le occupazioni abitative. Era una giornata bellissima, piena di sole, e nei locali occupati – puliti, colorati e pieni di foto – diversi bambini, sia italiani che non, giocavano accanto agli adulti impegnati a cucinare, apparecchiare la tavola e chiacchierare. “Qui è pieno di case vuote, lasciate cadere a pezzi”, mi spiegò una ragazza della Base; “Eppure gli sgomberi continuano, così come i distacchi del gas di chi non riesce a pagare la bolletta. Quando cacciano gli occupanti da una casa, questa viene chiusa con una lastra metallica e tenuta vuota, senza essere assegnata”.

 

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In effetti, dal punto di vista abitativo, il Giambellino ha vissuto un abbandono trentennale, durante il quale molte case popolari sono state vendute (a prezzi irrisori) o lasciate al loro destino, senza manutenzione né pulizia. Al punto che in alcuni stabili, come il civico 146 di via del Giambellino, i condomini si sono organizzati per ristrutturare e autogestire il palazzo, visto il totale disinteresse di Aler e del Comune. Il risultato di questa lunga latitanza istituzionale è stato un quartiere popolato da anziani soli e pieno di spazi vuoti, inutilizzati e lasciati a marcire.

A distanza di decenni, però, proprio quando giovani, immigrati e associazioni hanno iniziato a riappropriarsi del territorio (comprese le case abbandonate) il Comune ha deciso di riprendere in mano la situazione. Il Giambellino, infatti, sarà attraversato dalla nuova linea blu della metropolitana, che prevede ben tre stazioni nel quartiere: Gelsomini, Segneri e San Cristoforo, la stazione ferroviaria oggi sottoutilizzata che farà anche da capolinea, in piazza Tirana. Non solo: pochi mesi fa, Comune, Regione e Aler hanno firmato un’intesa per riqualificare la zona, che prevede un investimento di 80 milioni di euro non solo per ristrutturare il patrimonio di edilizia popolare, ma anche per ridisegnare il quartiere nelle sue componenti sociali, con una “estensione dell’offerta abitativa ad una platea più ampia e diversificata”, con conseguente “riduzione della morosità”, e con un’“economia di prossimità” che punti ad “aumentare e migliorare la capacità di spesa nel quartiere allargando l’utenza a soggetti più numerosi (e anche più solvibili)”. Così, almeno, recita il masterplan dell’accordo, che secondo i ragazzi della “Base” minaccia di gentrificare il quartiere, sbriciolandone il cuore popolare. “Non sappiamo ancora dove saranno collocati gli abitanti degli edifici da abbattere; mentre le case dove abitano gli anziani soli, che rappresentano oltre il 60 per cento degli alloggi, verranno liberate per destinatari più danarosi”, spiegano i ragazzi.

Tra l’altro, il Giambellino è sotto la lente prestigiosa dell’archistar (e senatore a vita) Renzo Piano, che con il gruppo di giovani architetti G124 (dal numero della stanza da senatore assegnata a Piano) ha lanciato, quasi in concomitanza con il masterplan di Comune e Regione, il progetto Giambellino Calling, che punta a riqualificare il quartiere attraverso piccoli interventi di recupero e “ricucitura”: cortili, stabili e spazi pubblici saranno ridisegnati, aperti e collegati da pedane, passerelle e altri lavori di abbellimento. Un’“agopuntura urbana” – così l’hanno definita gli architetti di G124 – finanziata dallo stesso Piano grazie al suo stipendio da senatore. Un primo intervento è stato realizzato presso il Mercato comunale di via Odazio,  luogo semivuoto che tre anni fa rischiò di trasformarsi nell’ennesimo supermercato. Qui, dove l’unico banco pienamente funzionante è la macelleria “da Vito”, che vende carne e la prepara al momento, è stata costruita una piccola pedana di legno e sono state inserite delle fioriere. Una volta al mese, di sera, il mercato resta aperto per aperitivi e concerti, su iniziativa dell’associazione Dynamoscopio.

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Via degli Apuli.

L’ultima volta che ho passeggiato in via Segneri c’erano transenne sormontate da un’enorme gru, per gli scavi della metropolitana. Una coppia di anziani camminava stretta stretta in via degli Apuli, mentre un grappolo di ragazzini – quasi tutti arabi – li sfiorava correndo, come gatti impazziti. Alla fine della strada, verso piazza Tirana, da una gabbietta di fronte a un phone center avevo sentito parlare un merlo, messo al sole dal proprietario del negozio. Era impressionante: sembrava avesse ingoiato un registratore. “Visto come chiacchiera? È bellissimo, il padrone l’ha addestrato proprio bene”, aveva detto un anziano signore, mentre tirava una tenda davanti all’ingresso della sua merceria, una delle più antiche di Milano. “Allora vi trovate bene con gli stranieri, no? Perché il proprietario del merlo è un arabo”, avevo risposto, cogliendo l’apprezzamento. “Che le devo dire… Questo quartiere non si riconosce più, da tanti anni ormai”.

Mi mostrò il suo negozio, pieno di tessuti, bottoni e fili colorati. Sapeva di legni scricchiolanti, di vecchie cementine e di stoffe infeltrite, con un’insegna che probabilmente campeggiava lì dal 1950 insieme all’attestato di “bottega storica”, rilasciato dal Comune. Entrò una signora, anche lei anziana, per chiedere una toppa marrone, senza scritte né disegni. Aveva un accento vagamente pugliese, e mi disse: “Eh, meno male che almeno questa merceria esiste ancora. Io abito qui sopra dagli anni Sessanta, e qui si trova ancora tutto. È uno dei pochi negozi rimasti”. Il sole era altissimo, e i suoi raggi asciugavano ogni tristezza dai muri delle case, dai panni stesi e dalle automobili parcheggiate.

In piazza Tirana, una delle poche realtà sopravvissute al tempo è la Cooperativa, una specie di circolo ricreativo dove i vecchi giambellinesi si riuniscono per giocare a carte, a carambola o a stecca sul velluto dei biliardi. Nata nel 1945, all’inizio era un campo da bocce all’aperto, con annesso bar; poi, grazie ai finanziamenti di qualche imprenditore del posto, è stato costruito l’edificio che si vede oggi, con i biliardi, la sala carte, il ristorante e tutto il resto. “Il quartiere è cambiato in maniera terribile”, sorride Giancarlo, il segretario della Cooperativa; “Adesso di milanesi ce ne sono pochi, sono tutti zingari e immigrati. Ci è capitato che qualche marocchino comprasse la birra da noi e poi si mettesse a fare casino. Allora, per evitare che disturbino gli anziani, che vengono qui per star tranquilli, alle otto di sera chiudiamo e lasciamo entrare solo i soci”. Evidentemente – pensavo tra me e me – i tempi in cui alla Bersagliera, proprio qui accanto, si beveva e si cantava fino a tardi sono evaporati anche dall’orizzonte della memoria. E dire che questo quartiere pullulava di zanza, di giovani che discutevano di politica, di ragazzi che quando arrivava la polizia venivano nascosti dalle sciure nei portoni dei palazzi. Cosa restava di tutto questo?

 

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Prima di andar via vidi una specie di robivecchi, tra la cooperativa e la vecchia Bersagliera, che nel frattempo si era trasformata in un ristorante peruviano. Nel cortile erano ammassate montagne di chincaglieria: bulloni, chiodi, tappeti, madonnine, vecchie scarpe, giocattoli sbiaditi e ferraglia di ogni tipo. Due ragazze dell’Est Europa brigavano tra le stoffe e le reti dei letti, mentre un operaio dalla faccia cotta saldava due cavi elettrici. Mi avventurai all’interno del capannone, dov’erano stipati mobili di ogni sorta ed epoca: ai piedi di una credenza, dove stavano appoggiate tele brutte dalle cornici sgargianti, vidi un quadretto con la foto in bianco e nero di una bambina: aveva un grembiule con il fiocco candido, una biro tra le dita e un’enorme carta geografica dell’Italia alle spalle. Guardava dritta nell’obbiettivo, con i capelli legati e l’aria attenta, molto seria. Era una di quelle foto che si facevano un tempo, in posa e con il fotografo, quando mandare i figli a scuola era motivo di orgoglio, per le famiglie più umili. Mi diede una sensazione di trapasso così profonda, così irrimediabile, che dovetti uscire subito fuori, al sole, all’aria. E piazza Tirana stava ancora lì, con i suoi zingari a giocare sulle altalene e il suo traffico, il suo tram, e le sue case basse e brutte, e tutta la sua enorme storia da raccontare.

 

Foto dell’autrice.