Foto: Matteo Paciotti/ CC.
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Ghostbusters a Limbiate

Mombello, Greenland, Snia: breve viaggio nella Brianza fantasma.

 

Le finestre dell’ex manicomio di Mombello non ridono. Tutt’al più, prendono in giro urban explorer e aspiranti fotografi che ogni weekend arrivano a Limbiate per catturare immagini terrificanti da condividere su Facebook o YouTube e, soprattutto, compatiscono quegli indagatori dell’incubo attratti da orrori del passato che infesterebbero il presente. All’ospedale psichiatrico Antonini, tra chissà quante persone rinchiuse nel secolo scorso, sono infatti morte tante persone in modo atroce, compreso il protagonista del film di Marco Bellocchio, Vincere: Benito Albino Dalser, figlio di Mussolini.

Io, invece, a Limbiate ho vissuto infanzia, adolescenza e buona parte della non tanto beata gioventù e, proprio all’interno dell’ex manicomio, sono andato a scuola. L’istituto che ho frequentato, il ‘Perito aziendale corrispondente in lingue estere Elsa Morante’, occupava e occupa tuttora, insieme all’Agraria, un’area del fu manicomio nella frazione di Mombello e, stando a leggende metropolitane piuttosto plausibili, la palestra sotterranea dove facevamo educazione fisica altro non era che un obitorio. Insomma: cose da matti.

Venti, quindici, dieci anni fa, mai avrei immaginato che il mio paese, un comune che prima di finire sotto la provincia di Monza e Brianza era riconosciuto come parte dell’hinterland milanese, sarebbe stato riposizionato su una qualche mappa diversa da quella di polizia e carabinieri. Negli anni Settanta e Ottanta, infatti, Limbiate, era una cittadina nota esclusivamente per la criminalità ogni tanto organizzata. Ricordo il blitz con gli elicotteri a Pinzano, che tra tutti i quartieri è sicuramente il più difficile, e almeno un omicidio: stavamo giocando a pallone, abbiamo sentito i colpi di pistola, avevano ucciso Michelone.

 

 

In realtà, a Limbiate, all’inizio dei Duemila, c’era anche un bel locale – il Palomar Cafè – che attirava pubblico dagli immediati dintorni ma non solo. In quel posto, io stesso, ho contribuito all’organizzazione di raffinati concerti: Cocknoose – pesi massimi di quella compagnia di bovari che era la Confederacy of Scum, e Leighton Koizumi, leggenda del garage punk americano, morto e risorto dopo un po’ più di tre giorni e infine i Gutter Queens, un gruppo di travestiti svizzeri.

Che fine ha fatto il Palomar Cafè? Bruciato. E dove si trovava esattamente? All’interno dell’ex manicomio di Mombello, sulle colline senza occhi di Limbiate. Incidente? Incendio doloso? Non si sa, ma sappiamo con certezza che l’unico fantasma che girava all’epoca era quello di Silvio Berlusconi. “Dicono che Berlusconi vuole costruirci un centro residenziale”. “Dicono che Berlusconi vuole farci un centro commerciale”. “Dicono che Berlusconi vuole girarci un nuovo telefilm, I morti viventi”.

A distanza di quindici anni e nonostante quel polmone verde ospiti ancora le scuole citate poc’anzi, una sede della ASL, un paio di centri per disabili e anziani, una chiesa ortodossa e, sì, Villa Pusterla-Crivelli-Arconati che alla fine del Settecento fu residenza di Napoleone, gli unici che dimostrano una qualche forma di sincero interesse nei confronti di questo posto sono ghostbusters e ultras dell’aperifoto. Quindi, se andate all’ex manicomio di Mombello, state attenti soprattutto ai flussi incrociati di Canon, Nikon e Proton Pack.

“La vecchietta che rubava la marmellata e ce la portava la mattina. Quello che suonava il piano. E quelli col caschetto e la camicia di forza”. In effetti, dopo la legge Basaglia del 1978, ci sono voluti anni, decenni, affinché tutte le persone ricoverate venissero accolte altrove; così, noi studenti e loro pazienti condividevamo alcuni spazi. Una mia ex compagna di classe li ricorda tutti, io mi limito a osservare molto divertito, le scritte sui muri dei padiglioni dell’ospedale ormai divorati dall’umidità: + Rum – Rom, Gabber Mafia, Die 666, W la droga.

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Foto: asbruff/ CC.

Certo, di luoghi abbandonati che eccitano fotografi della domenica e investigatori dell’ignoto la Lombardia è piena, basti pensare a Consonno e Villa De Vecchi in provincia di Lecco; periodicamente i giornali raccontano, denunciano, caricano e sparano foto-gallery, tuttavia, passi pure per campanilismo che tale non è, da questo punto di vista Limbiate è eccezionale perché non offre solo l’ex manicomio di Mombello, ma anche l’ex parco giochi Greenland, altrimenti noto come Città Satellite. Houston, abbiamo un problema perché, anche qui, le comunicazioni sono saltate all’inizio del XXI secolo.

Da bambino andavo a Città Satellite prima che diventasse Greenland, ero un habitué del sabato mattina. C’erano lo zoo con gli orsi e le scimmie, scivoli e altalene di ferro arrugginito, la sala giochi presa d’assalto dai più spietati bulli del paese, i laghetti per pescare trote e catturare mostri degli abissi, il kartodromo, il villaggio dei cowboy e il luna-park con montagne russe, tunnel dell’orrore e la calciinculo. Un parco giochi nato negli anni Sessanta che qualcuno, nel bel mezzo degli Ottanta, pensava di poter trasformare in un’altra Gardaland nonostante fosse chiarissimo che tra lo scoiattolone mascotte di Città Satellite e Prezzemolo non ci sarebbe stata partita.

Oggi regna la desolazione. Lo scenario è spettrale, non so se anche da queste parti bazzichino cultori del paranormale e sensitivi, però quando una quindicina di anni fa la giungla del Parco delle Groane ha cominciato a inghiottire tutta la Città Satellite, lo spettro che si aggirava era lo stesso dell’ex manicomio di Mombello: Silvio Berlusconi. “Dicono che Berlusconi vuole costruirci un centro residenziale”. “Dicono che Berlusconi vuole farci un centro commerciale”. “Dicono che Berlusconi vuole girarci un nuovo telefilm, I morti viventi”.

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Foto: Zombies in Greenland.

Et voilà, all’ingresso del parco giochi deserto ora c’è un manifesto che pubblicizza un evento, a quanto pare organizzato da un’associazione che si chiama “I luoghi dell’abbandono” : Zombie in Greenland. Trucchiamoci, armiamoci di soft air gun e giochiamo a The Walking Dead. Divertimento paura.

Non è finita: a Varedo c’è infatti un altro tempio in rovina venerato da film-maker, fotografi ed emarginati di varia natura: la Snia, fabbrica dismessa nel 2003, tanto vasta da toccare anche Paderno Dugnano e Limbiate e quindi inevitabile terza tappa di questa via crucis della tristezza. Vetrate infrante e tetti sfondati: sembra una città bombardata, ma l’unico conflitto che negli ultimi anni ha animato il cielo che la sovrasta è quello domenicale che si attiva generalmente tra droni armati di macchine fotografiche e videocamere, fatti volare per arrivare là dove osano solo corvi e piccioni.

La Snia produceva viscosa e nylon, dando lavoro a migliaia di persone: dalla finestra di casa vedevo il fumo delle ciminiere che, pur senza aver reso tanto famosa questa fabbrica quanto l’Icmesa al confine tra Seveso e Meda, e senza essere mai finite sulla copertina di un disco come quelle di Battersea, restano tuttora in piedi a mo’ di monumento alla disgrazia.

Foto: fede/ CC.

Foto: fede/ CC.

Zero due contro zero tre sei due: da queste parti abbiamo sempre dovuto affrontare un’altra questione, quella, annosissima, del prefisso telefonico. Il comune di Limbiate, i cui numeri di telefono sono tutti preceduti dal milanese 02, non è mai stato considerato parte vera della Brianza, almeno fino al 2004, quando è stata istituita la provincia MB, Monza & Brianza, che lo ha inglobato costringendolo a dire addio al vecchio CAP – 20051 – e alla sigla MI sulle targhe delle auto. Dunque, arrivando da Milano lungo la Comasina o la Milano-Meda il primo comune brianzolo è Varedo, il cui prefisso è – come quello di Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Seveso… – 0362.

Il 179 è il tram che collega Milano e Limbiate/Mombello, ossia una delle ultime due tranvie interurbane sopravvissute in Italia, (per la cronaca, l’altra è la Trieste-Opicina). Viaggia lungo la Comasina per poco più di 11 km e, considerando che la linea è stata inaugurata nel 1915, merita anch’essa lo status altra bizzarra attrazione locale. L’ultima volta che sono stato a Mombello ho incrociato ben due feticisti del trasporto su rotaia; tedeschi, sembravano classicamente usciti da un episodio dell’Ispettore Derrick: hanno fotografato i tre vagoni arancioni ignorando l’ex manicomio alle loro spalle e sono saliti per quattro fermate, sedendosi dietro al conducente per studiare e fotografare le sue mosse al comando di quella che, per quanto mi riguarda, è una scatoletta del tonno in marcia sui binari. Poi Horst e Fritz sono scesi al deposito di Varedo e hanno scattato altre foto al trenino ignorando, con serenità, la Snia alle loro spalle.

La decadenza è galoppante: conflitti di competenza territoriale, fallimenti, sequestri giudiziari, irregolarità tutti frutti e menefreghismo, hanno castigato per sempre questi luoghi. Forse, allora, è il caso di fare sistema: manicomio infestato, parco giochi abbandonato, fabbrica dismessa e viaggio della speranza sulla tratta tranviaria Milano-Mombello. L’ex ospedale psichiatrico dista da Greenland meno di quattro chilometri e Greenland dista dalla vecchia Snia poco più di cinque. Le iscrizioni sono aperte: sto organizzando un bel safari fotografico di questo triangolo dell’abbandono, ma vi assicuro che, tutto quello che scorre tra una tappa e l’altra, fa molta più paura.