Foto: Daniele Belleri.
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Geopolitica in città

Tappa a Mosca, dove a ogni angolo respiri tensioni internazionali.

 

Le graduatorie sulla “vivibilità urbana” hanno un problema: puzzano di conformismo. L’idea che trasmettono, quasi sempre, è quella che ad avere diritto di domicilio in città ci sia un’unica categoria sociale – un incrocio tra giovani creativi e ricchi expat. Così, quando per l’ennesima volta lo scorso ottobre è risultato che Mosca, il luogo in cui ho abitato più a lungo negli ultimi tre anni, fosse afflitta da una reputazione disastrosa (ad avere peggiore considerazione, in quel ranking, c’erano soltanto Baghdad e Teheran), ho iniziato a pensare a una categoria diversa per rendere giustizia a quella metropoli trascinante.

Ci sono città che indicano al mondo le direzioni della vita artistica, letteraria e architettonica. Oppure della sperimentazione politica. Mosca, che a fasi alterne durante il XIX e XX secolo ha primeggiato in questi settori, oggi ha perso i suoi scettri. Eppure c’è un altro campo nel quale potrebbe imporsi come una delle capitali: chiamiamolo quello della vita geopolitica.

 

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In altre parole, l’esistenza quotidiana a Mosca è esposta in modo straordinario alle tensioni internazionali. Se vado a Copenaghen o Zurigo, Toronto o San Francisco, una parte di me si può persino illudere che la storia e la civiltà siano arrivate a un culmine, che i miglioramenti fondamentali siano ormai a portata di app (non è poi così vero). Invece Mosca, che soltanto di recente ha messo a punto una propria dimensione spensierata, agisce come una potenza rivelatrice, ricordandoci che i centri urbani sono anche questo: universi instabili, in cui le forze della demografia e dei territori rappresentano sfide e condizionamenti continui.

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Certo, i miei diciotto mesi consecutivi a Mosca hanno coinciso con un periodo intensissimo della storia russa recente. Dall’autunno 2013 alla primavera 2015 si sono accumulati le rivolte di Euromaidan, l’annessione della Crimea, le sanzioni dall’Europa, l’abbattimento del volo MH17, l’embargo delle forniture alimentari occidentali, il crollo del rublo e del prezzo del petrolio.

 

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Era facile accorgersene. Tornando a casa alla sera sui sedili sfondati di un taxi abusivo, bastava guardare fuori dai finestrini. Ovunque vedevi luci al neon con file di numeri a coppie, e accanto quei simboli sottratti al cirillico: $, €, £. I negozi di cambio valuta sono forse la singola tipologia commerciale più diffusa a Mosca (a rivaleggiare i chioschi di fiori aperti fino all’alba sulla cui misteriosa natura circolano infinite leggende). In quelle luci fredde, disposte su viali, piazze e cortili, non soltanto si legge lo stato dei rapporti del Cremlino con le altre nazioni. In quelle cifre, aggiornate in leggera differita, si scandisce un parallelo codice del tempo. Una cronologia instabile e infida.

Nelle prime settimane del mio soggiorno circa 40 rubli valevano un euro. Ma un anno dopo, mentre le tensioni internazionali crescevano e l’embargo sul cibo occidentale aveva trasformato persino i formaggi in una questione strategica, il panorama era mutato: nell’autunno 2014 ci si aggirava sui 70 rubli per un euro. Finché un giorno di dicembre il panico si impossessò delle borse.

 

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Con il cambio in poche ore in impennata sopra i 100 rubli, le strade fremevano di gente. Nelle code agli sportelli di cambio si condividevano previsioni d’apocalisse (“Presto arriveremo a 200”, “A 250!”). Altri si affrettavano a convertire i propri contanti nel bene rifugio più a portata di tasca: cellulari, gioielli, fino ad auto sportive e appartamenti a sei stanze. La settimana successiva, molti tra i miei conoscenti sfoggiavano un iPhone nuovo, acquistato in dollari a metà prezzo. D’accordo, altri erano meno felici. Ad esempio quelle famiglie che di corsa avevano scelto di ritirare e convertire in euro tutti i loro depositi. La mattina dopo, ridisceso il rublo a soglie meno patologiche, una buona fetta di quei magri risparmi si era polverizzata per sempre.

L’intrigo del metrò
In Labyrinths of Iron (1982), storia comparata delle metropolitane del mondo, un giovane Benson Bobrick arrivava da New York per cantare le lodi di Mosca. Non soltanto la bellezza delle stazioni sotterranee, ma anche del servizio “eccezionalmente umano: veloce, comodo, affascinante e affidabile.” Oltre tre decenni dopo, a sorpresa, quel patrimonio pubblico non è andato in rovina, anzi, si è consolidato.

 

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Tra busti di Lenin, mappe dell’URSS, e un profluvio di falci e martello, le decorazioni del metrò ti gettano in faccia simboli politici finiti fuori corso. Il cortocircuito è fortissimo: in nessun altro paese che ha vissuto le dittature del ‘900 ci si muove così immersi nell’iconografia del passato. Al netto delle diversità storiche – e consci che il parallelo è inesatto oltre che forzato – è un po’ come se Berlino fosse ancora oggi una distesa di svastiche. L’effetto è tale che, almeno nei primi mesi trascorsi in Russia, ogni altro elemento del quotidiano ti appare come un intrigo politico svelato: marchi di moda, insegne sui palazzi, loghi sui cellulari. La mancanza di damnatio memoriae incoraggia pensieri un po’ paranoici, ma soprattutto aiuta a capire – senza correttezze politiche – come la città sia sempre teatro di battaglie ideologiche.

 

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A spingere quest’interpretazione agli estremi è stato il Padiglione Russo alla Biennale di Venezia 2014. Nello stand di “Moscow Metro Worldwide”, una delle finte aziende che componevano l’installazione curata dallo Strelka Institute, si ipotizzava di aggiornare l’apparato figurativo delle gallerie sotterranee. L’obiettivo: rafforzare uno dei cardini intorno ai quali ancora ruota l’esperienza civica – e la capacità critica – dei moscoviti.

La Minaccia Asiatica
Nel suo saggio Una certa idea di Europa, George Steiner liquidava Mosca come “un sobborgo dell’Asia”. È una definizione che non rende giustizia alla complessità della storia e alla fatica con cui si viene a patti con una natura anfibia, sdoppiata su due continenti. Enorme e sottopopolata, la Russia vive oggi un lento (e controverso) declino demografico, in particolare nell’estremo est, dove confina con una Cina in crescita impetuosa. È anche per contenere quest’ultima minaccia che tanti inquilini del Cremlino si sono spesi per portare sotto la propria influenza gli stati cuscinetto dell’Asia centrale. Kazaki, tagiki, uzbeki, kirghizi: li scorgi camminare dentro giacchette di pelle nera, senza sciarpe o guanti, incuranti del freddo di gennaio. Li incontri sulle piazze, in squadre comicamente numerose e improduttive, durante quella febbrile stagione della manutenzione che va sotto il nome di maggio moscovita, quando ogni palo, cancello, panchina, grata, tombino o cavo sfilacciato vengono ridipinti e approssimativamente restituiti al decoro.

 

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Impiegati in mansioni umili o pericolose, se non apertamente discriminati, sono per paradosso proprio questi immigrati, con i loro lineamenti tra il persiano e il mongolo, a conferire alla Russia ancora il senso di una vastità imperiale, e a Mosca una riconoscibilità immediata come cuore di quell’impero. Fissati con diffidenza, accusati di portare mafie e disordine e un tasso di prolificità troppo alto, lasciano allo stesso tempo intravedere uno degli atavici terrori russi: l’oriente selvaggio che fagocita la Terza Roma.

Un po’ come in quella storiella sovietica nella quale Brežnev, sognando di viaggiare nel futuro, va a chiedere conto ai suoi generali sullo stato di salute della cortina di ferro. Al ché i suoi uomini prontamente lo rassicurano. Compagno Presidente, tutto è in ordine, sulla frontiera tedesco-cinese.

 

Foto dell’autore.