Per concessione di Comedy Central
Commenti

Gentrificazione a South Park

Dopo 19 stagioni di cambiamenti urbanistici minimi, la cittadina del Colorado affronta una rivoluzione.

Esiste davvero South Park, nel Colorado. Ma non è una città – è una distesa di praterie di mille miglia quadrate sopra la quale sorge un accrocco di cittadine da poche centinaia di abitanti. Una di queste è Fairplay, le cui viste panoramiche, i cui colori e edifici a punta sono stati lo spunto reale da cui Trey Parker e Matt Stone hanno tratto gli elementi della loro serie animata. Prima che lo chiediate, no, gli abitanti di Fairplay non sono dei cerchi bidimensionali senza collo, ma, a livello architettonico, il prestito è indubitabile.

Come è naturale, dopo vent’anni di onorato servizio da musa ispiratrice, Fairplay ha cominciato a pretendere qualcosa in cambio, e per rendere economicamente appetibili le visite dei fan, si è riempita di negozi di souvenir che vendono Cartman peluche e portachiavi di Mr. Hankey. Ma un attimo. Soffermiamoci su un dettaglio: South Park ha quasi vent’anni. Trenta secondi di silenzio per renderci conto di quanto siamo vecchi….

Nel corso dei suoi diciannove anni, la mappa di South Park si è arricchita come stessimo giocando una lunghissima partita di SimCity. I personaggi delle prime stagioni di South Park gravitavano intorno alle classiche case a punta e a luoghi pubblici funzionali, come la scuola, l’ospedale, il municipio, la chiesa, il centro commerciale e l’inferno. Di stagione in stagione, il panorama si è allargato a includere una serie di attività commerciali: ristoranti fast food, hotel, un Blockbuster infestato dai fantasmi, un caffè snob, e l’onnipresente City Wok, il ristorante cinese di South Park. Nonostante un paesaggio in continua espansione, la morfologia di South Park non è mai mutata quanto nel 2015, con l’inaugurazione della prima stagione a tema continuo e con l’arrivo in città di un nuovo preside della scuola elementare. Il nuovo arrivato è Preside P.C., dove le iniziali stanno per “politicamente” e “corretto”. Il tema della stagione è più o meno lo stesso. Il Preside P.C., tutto muscoli e coscienza sociale, il classico palestrato da confraternita ma con un cuore d’oro nei confronti delle minoranze, porta a South Park aria di svecchiamento.

Così ha inizio la gentrificazione di South Park: con un supermercato

Ridicolizzata da Jimmy Fallon per la propria politica retrograda, South Park sbatte il muso contro l’autopercezione filtrata dalla TV. Il sentimento di vergogna spinge la cittadina a cercare redenzione in qualcosa di progressista; nella fattispecie, in un Whole Foods. Forse, la costruzione di un supermercato a enfasi etica assolverà i suoi cittadini dalla loro visione antiquata della società?

Per costruire un Whole Foods, però, occorre superare un’ispezione. Per superare l’ispezione, occorre presentare un quartiere “a norma”, dove la norma è un luogo giovane e all’avanguardia, attento allo Zeitgeist, all’inclusione sociale e all’impatto ambientale. In una parola: SoDoSoPa, South of Downtown South Park,  il progetto di rinnovamento urbano di un’area fatiscente della città, abitata finora soltanto dalle frange più povere della popolazione (la famiglia di Kenny). La costruzione di SoDoSoPa suscita una reazione a catena, e la nascita, in un’altra area povera della città, di CtPa Town, “the city part of town”, o the shitty part of town: una specie di triangolo di Bronx, deserto e delimitato da tre ristorantacci. Un vero luogo autentico per il trentenne in carriera.

La rigenerazione delle aree degradate entusiasma tutti talmente tanto che i magnati di Whole Foods danno l’ok e il supermercato viene costruito: sul suo tetto si rifrangerà per sempre una sorta di luce divina. Così ha inizio la gentrificazione di South Park.

Al confine con lo Utah mormone, altra ossessione di Trey Parker, il Colorado di South Park è una vetrina benpensante di persone sincere e credulone. Dopo diciannove stagioni di cambiamenti urbanistici minimi, inseriti sempre e comunque nel contesto della vita di una “piccola città”, South Park affronta un problema tipico delle grandi città, lo svecchiamento di aree già abitate da fasce diverse della popolazione, obbligate ad andarsene. Lo fa mettendo uno specchio sia di fronte alla mentalità bigotta del paese, sia al bullismo della città, dimostrando che ambire a una, o all’altro, non è una conquista.

Da un lato, c’è l’assurdità delle pretese di rigenerazione urbana da parte di un luogo privo di un’equivalente rigenerazione mentale. Dall’altro, in ogni caso, possiamo davvero parlare di rigenerazione mentale? Sfoggio davvero tolleranza se impongo la mia stessa apertura mentale agli altri con la forza e col ricatto (se non pensi che Caitlin Jenner sia un’eroina, dico a tutti che sei un bigotto) piuttosto che con un dialogo sul perché determinati atteggiamenti verso il diverso possano essere ritenuti offensivi?

Nelle fondamenta di SoDoSoPa giace un atteggiamento di estetizzazione della desolazione sociale. All’interno della riqualificazione urbana, i problemi della comunità non vengono risolti ma, anzi, sono nascosti sotto il tappeto. Gli si lanciano addosso i soldi nella speranza che scompaiano.

La famiglia di Kenny, intorno alla quale viene costruito l’intero SoDoSoPa, rimane ancorata nella propria catapecchia nel mezzo del quartiere, mentre le nuove generazioni di banchieri e di creativi la osserva come fossero panda allo zoo. Quanto sono veri. La gentrificazione di South Park condanna le persone che ci vivevano all’imbarazzo e all’umiliazione di non potersi permettere ciò da cui sono stati circondati. Insomma, obbliga le persone che vi hanno sempre abitato ad andarsene con la coda tra le gambe.

La serie TV sembra tendere un filo rosso tra lo stile di vita autentico offerto dai loft di SoDoSoPa e quello di chi castiga coloro che si rifiutano di considerare Caitlin Jenner un’eroina dei nostri tempi.

La virtù, va da sé, non sta nell’esprimersi in maniera politicamente scorretta o nell’abitare in catapecchie, ma nell’evitare di parlare secondo formule rigide, senza mai considerare la componente umana delle cose.

C’è chi non lo guarda più, South Park. Per il grande pubblico, è la band sovversiva di vent’anni fa, quella che ha venduto troppe magliette. È il cugino poco più giovane di noi che con la sua calvizie ci ricorda quanto siamo obsoleti. Spesso, però, è la satira più precisa e puntuale che abbiamo a disposizione. Non risponde alle domande che abbiamo sulla società, ma ne porge di altre, di nuove, su cui forse dovremmo interrogarci.