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Dieci ragioni per amare la sopraelevata di Genova

Non è solo una strada a scorrimento veloce, è molto di più.

Le cinque di mattina di un lunedì. È un’alba livida, invalida, perché sta montando su un temporale di quelli seri. Per strada nessuno, a parte un’ambulanza muta che si leva di mezzo in fretta, dopo avermi dipinto la faccia di blu e di rosso. Vado al lavoro guidando piano sulla sopraelevata deserta. Alla mia destra il porto. Alla mia sinistra la città. In qualche ufficio comunale un vigile urbano schiaccia un pulsante come quelli dei telequiz e tutti i lampioni si spengono di colpo. Lo so che non funziona così. Comunque, questo è uno dei momenti migliori della mia vita.

“A meno che non crolli la sopraelevata”. Noi diciamo così. A volte. Per ribadire che: ci siamo sicuramente giovedì al concerto, che stavolta ci prendiamo davvero quella birra, che ti consegniamo quel lavoro al più tardi entro domani. A meno che non accada la catastrofe delle catastrofi.

Il mio primo caporedattore aveva teorizzato che, in una scala di notiziabilità delle sfighe, il crollo della sopraelevata si sarebbe piazzato poco sotto uno tsunami, peraltro non impossibile in base alla conformazione dei fondali marini (ma questa è un’altra storia) e comunque sopra un attentato esplosivo simultaneo alle due principali stazioni ferroviarie. Perché senza sopraelevata spostarsi da una parte all’altra di Genova sarebbe un gran casino.

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Quando negli anni 50 (il boom economico, gli altiforni come inferni, il porto che se lo guardavi dall’alto sembrava un time-lapse da come brulicava di navi, e centinaia di migliaia di nuovi abitanti arrivati da ogni dove) ci si domandò come smaltire un traffico sempre più intasato, la querelle urbanistica non fu se costruire o meno questo serpente di asfalto che mozza la testa al panorama, ma se realizzarlo in cemento armato oppure in acciaio. Vinse la mozione acciaio, per fortuna. Il padre del progetto era un ingegnere napoletano, elegante come un nobile in una commedia di Eduardo, Fabrizio De Miranda. È morto un anno fa. Di origine spagnola, era nobile per davvero. Mise la firma su una serie infinita di ponti, viadotti, autostrade, nell’Italia dell’IRI e di designer come Nizzoli o Castiglioni. Lo dico perché in effetti la sopraelevata non è soltanto utile, ma anche molto bella.

No, non la pensiamo tutti così. In un diagramma cartesiano dei sentimenti dei genovesi nei confronti della sopraelevata, attribuendo all’ascisse la “riconoscenza” e alle ordinate l’“apprezzamento estetico”, mi troverete, in sostanziale solitudine, molto in alto e molto a destra. In genere, invece, il genovese-che-abita-a-Genova ammette l’irrinunciabilità di questi cinque chilometri per senso di marcia, ma non di rado si sofferma a immaginare spazi senza soluzioni di continuità. Il genovese-che-abita-a-Genova reagisce con interesse ma disincanto all’ennesima proposta di permaculture e sculture e biciclette al posto delle macchine, sulla sopraelevata. O al progetto che, ciclicamente, da oltre vent’anni a questa parte, torna a prendere fiato: buttare giù tutto e costruire un tunnel sottomarino. Esistono studi di fattibilità, disegni, e una società pubblica pagata con soldi pubblici per mantenere l’intonaco fresco a questa splendida utopia.

La sopraelevata non è semplicemente una strada a scorrimento veloce. È la chiave per vivere a Genova

Poi ci sono i genovesi-di-ritorno. Vivono a Milano o a Londra. “Può passare dalla sopraelevata?” chiedono al tassista che li porta a casa. Potranno immortalare il tramonto sul centro storico fotografandolo in modo originale nello specchietto retrovisore. “Mi sei mancata”, pensano, con un’intensità che nel giro di pochi istanti finirà su decine di timeline.

Infine i turisti. Quelli stranieri, quando ti chiedono che cosa sia o come ci sia venuto in mente di costruire questo Moloch davanti a palazzi del Seicento o davanti ai finti galeoni dei pirati, usano la parola highway – che a noi suona sempre un po’ come presa per il culo – oppure, chissà perché, il termine bridge. I turisti difficilmente vivono la sopraelevata dalla prospettiva più turistica, ossia viaggiandoci sopra. Più facilmente la utilizzano come parapioggia o come parasole, o come bussola, per spostarsi senza perdere di vista il porto antico. Fanno bene. Perché la sopraelevata è tante cose oltre che una strada a scorrimento veloce.

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La sopraelevata è un garage coperto gratuito. Nella città con più motorini d’Europa, sotto le campate, siamo in grado di farcene stare almeno 500. L’ideale quando piove, ma soprattutto quando c’è un sole così e il sellino di cuoio della Vespa diventa una piastra a induzione.

È un topic d’emergenza. Quando la conversazione stenta a decollare, basta inserire nel discorso la sopraelevata e anche l’interlocutore meno loquace si sbloccherà. Ti parlerà di quando ha forato esattamente a metà tra l’ingresso di via di Francia e l’uscita di piazza Cavour. Di quando ha preso una multa perché andava a 61 all’ora (è una palla). Ti parlerà di quando ha visto la High Line a Manhattan. “Potrebbero farlo anche qui”. “Sì, certo”.

È anche una lezione di storia. Quasi nessuno la chiama per nome, ma la sopraelevata è Strada Aldo Moro. L’intitolazione risale al 1979, circa 14 anni dopo l’inaugurazione, meno di un anno dopo l’uccisione del leader della DC da parte delle Brigate Rosse. Il sindaco era un socialista, Fulvio Cerofolini. Lo scorso anno è stata inaugurata una nuova strada a scorrimento rapido che, in un certo senso, è la prosecuzione della sopraelevata verso la periferia del Ponente. L’hanno chiamata Strada Guido Rossa, operaio e comunista, altra vittima delle BR. Qualcuno si è eccitato con metafore toponomastiche di compromesso storico. Più semplicemente, è che a Genova ci teniamo ad avere buona memoria.

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È un film. Quello recitato ogni giorno da chi vive nelle case che si vedono dalla sopraelevata. Persone che si muovono, litigano, cucinano, guardano partite o fanno alberi di Natale, oltre le finestre con le luci accese che tutti noi – tutti noi – sbirciamo neppure troppo di nascosto. Tableaux vivants, scriverebbero quelli bravi. Sono case di ricchi, loft con travi a vista e soffitti affrescati, e sono case di poveri, i mobili in fòrmica, i neon, i fornelli da campeggio, un numero inverosimile di panni stesi ad asciugare.

La sopraelevata, poi, è il posto dove darsi primi baci perfetti. Sotto i piloni, di sera. Vicino agli spacciatori della Darsena, seduti sulla Vespa parcheggiata.

È uno strumento di lotta sindacale. Quando i metalmeccanici si incazzano davvero prendono le ruspe e bloccano la sopraelevata. È successo anche pochi giorni fa. Questione Ilva. Di solito funziona. Di solito, è il momento in cui quelli che fantasticano di abbattere la sopraelevata ci pensano due volte prima di parlare.

È un toboga. Quando piove, in alcuni punti si formano delle pozze e al passaggio di ogni macchina sono spruzzi e cascate che si riversano sui passanti, di sotto. Di solito, è il momento in cui quelli che venerano la sopraelevata ci pensano due volte prima di parlare.

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È una scusa. “Scusa, c’era un’auto in panne/ una macchia di benzina/ un pazzo che camminava/ eccetera sulla sopraelevata ed era tutto fermo”.

È un tazebao: ci trovi manifesti dei concerti, adesivi dal significato misterioso, graffiti a sfondo politico o calcistico, numeri da chiamare per fare traslochi, ripetizioni di matematica, lezioni di yoga, l’amore a pagamento.

Ed è un monito. A non dare per scontata, mai, la bellezza. Genova si è tracciata davanti agli occhi una riga spessa, permanente, ostile. Le gru del porto che sembrano giraffe, il mare che brilla di foglie d’oro, i tramonti, gli arcobaleni, le trombe d’aria. È tutto oltre quella riga. Oltre la sopraelevata. Devi salirci sopra e accettarla, se vuoi un orizzonte. Oppure puoi sbatterti, prendere scale e ascensori, e andare nei quartieri alti. Castelletto, Oregina, Righi. Con il vento giusto, molto lontano, potrai vedere persino la Corsica.

Tutte le foto sono di Francesco Margaroli.