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Genius Loci

Fantasmi romani, Folco Quilici e Pink Floyd: conversazione con Marcello Crescenzi.

 

“Ho questa sorta di passione per la ricerca, mi piace che quello che disegno sia quanto più possibile il risultato di un percorso. L’illustratore come lavoro autoriferito e sedentario non mi piace: devo girare e fare cose per avere qualcosa da raccontare, e poi studiare quello che mi ha colpito. Ogni volta è un po’ un’avventura, che può rimanere nella mia testa o portarmi fisicamente fuori di casa, ad andare in giro per documentarmi, in luoghi particolari, ma anche – banalmente – in giro per biblioteche, e a parlare con persone che ne sanno più di me. Idealmente, dopo ogni lavoro voglio aver scoperto qualcosa di più”.

A parlare è Marcello Crescenzi, illustratore romano già noto ai lettori di The Towner e responsabile di Rise Above, nelle sue parole “un progetto in cui esploro la cultura popolare, la storia, e più genericamente i territori del folklore, del simbolico, del fantastico e del leggendario”. Ah, Crescenzi è anche autore della prefazione di Dirty Armada (un libro che raccoglie i loghi dei gruppi metal italiani) e poi scrive di cinema per i400calci. Dice lui che “il bello è un concetto soggettivo, mentre l’impegno nel raccontare una storia è una cosa oggettiva. Così quello della ricerca e del racconto diventa un plusvalore qualitativo, che metto anche per chi magari non apprezza esteticamente il mio lavoro. Spero sempre che almeno una cosa rimanga a chi guarda, che sia l’immagine o tutto quello che c’è dietro”.

Crescenzi

Dalla serie Ghosts Of Rome.

The Towner: Qual è il lavoro che hai fatto con più piacere finora?
Marcello Crescenzi: Ci sto lavorando giusto ora, si chiama Ghosts Of Rome. È un progetto personale, senza committente. Si tratta di una serie di illustrazioni di fantasmi della tradizione romana.

In cosa consiste?
Il progetto parte dalle storie che mi raccontava mia nonna, che era nata nel 1903 e aveva ancora quel bagaglio di tradizione popolare molto vivo, e ha avuto sempre la lucidità per condividerlo con dovizia, anche da molto anziana. Non credo ai fantasmi, sia chiaro. Mi interessano come argomento trasversale nella storia e per il modo in cui sono evocativi dei tempi e dei luoghi. Ho preso a documentarmi per un anno prima di iniziare: ho recuperato diversi libri sul folklore romano e sui fantasmi a Roma, anche chiedendo l’aiuto di amici laureati in storia. L’idea originale è diventata un’indagine che si è allargata all’iconografia e alla storia, in senso letterale, a testi accademici sulla percezione del fantasma, dell’aldilà, nel corso dei secoli. È una cosa che faccio spesso: parto da un tema e poi saltello qua e là nei dintorni, spinto dalla curiosità, non importa quanto di quello che ho raccolto sia visibile poi. Diventa un divertimento, e mi piace pensare che comunque in qualche modo “si senta”.

A cosa ha portato la ricerca? C’è qualche testo accademico sulla percezione del fantasma/aldilà nei secoli che è più significativo di altri?
Spiriti e fantasmi nella società medievale di Jean-Claude Smith mi ha aiutato un po’ a ragionare su come approcciarmi al lavoro. Al di là della connotazione temporale precisa, e quindi il medioevo, è generalmente interessante l’approccio analitico che ha, e il modo in cui fornisce un apparato iconografico a ciò che racconta, la narrazione di come la percezione culturale diventa anche percezione visiva, immaginifica, del fantasma.

 

 

Quindi poi tu devi scegliere quale veste iconografica dare al fantasma, sia in relazione all’ambientazione che scegli, sia – ad esempio – al fatto che tu voglia fare un’illustrazione che si relazioni all’oggi o all’epoca da cui parte la leggenda. Giusto?
Sì, quello l’ho deciso a monte per tutti i fantasmi: le apparizioni hanno l’aspetto del loro tempo, mentre i luoghi di Roma sono raffigurati come appaiono oggi. Che però, trattandosi di Roma, sia un “oggi” che cambia in maniera sottile, emerge evidente dalla segnaletica stradale, dal lampione, dalla cartaccia che svolazza, ma il colpo d’occhio generale è quello un po’ fermo nel tempo, tipico dei luoghi di Roma. Volendo dire una banalità: è anche la città stessa un fantasma, ha una sua mitologia per ogni luogo raffigurato.

Per quanto riguarda la raffigurazione dei “protagonisti”, ho voluto che i miei fantasmi fossero vestigia del passato, ma anche loro in qualche modo contemporanei. Sono deformati come un video proiettato sull’acqua, o con la frequenza disturbata. Insomma, ho cercato una resa grafica che fosse figlia della mia epoca, applicata ad una tecnica e a un tratto molto classici – il tratteggio da incisione, diciamo così. Perché quando studi le varie iconografie nel corso dei secoli ti accorgi abbastanza in fretta che ognuna era frutto della sua estetica, della sua cultura, e quindi volevo che a un tratto classico come il mio si unisse qualcosa che dichiaratamente mi colloca nel mio presente. È un dialogo divertito tra epoche su più livelli, diciamo. Del resto è un progetto che ho iniziato per divertirmi.

Crescenzi

Dalla serie Ghosts Of Rome.

La cosa che più colpisce, così a una prima occhiata, è che comunque la storicità di Roma è una storicità largamente cattolica, che ha determinato in maniera molto forte la formazione della città, sia a livello clandestino (catacombe e simili) che istituzionale. È una caratteristica forte che segna buona parte dell’estetica e dell’ideologia di base della città, e i fantasmi – in linea di principio – sono leggende tradizionali che in qualche modo sono in contrapposizione alla base cattolica. No?
La religione cristiana però si è evoluta e consolidata inglobando e rivisitando molto del passato a cui subentrava, quello pagano, che in parte deriva anche lui da cose ancora più arcaiche. Nella storia tutto è un compromesso tra idee nuove e idee preesistenti; in certi casi il nuovo arriva a sostituire il vecchio, altre volte le idee preesistenti sono troppo forti e il nuovo è destinato a conviverci, come nel caso dei fantasmi. In un certo senso la creazione del concetto di “purgatorio” è una mediazione cercata da subito per mediare il culto con la superstizione; il termine stesso deriva dalla cultura “superstite” del passato, quella dei pagani, che il cattolicesimo cercava di piegare alla nuova esigenza morale.

C’è stato tanto trambusto nella storia, nel cercare di capire dove finiva l’imperscrutabile, il sacro, e dove iniziava la superstizione dei prodigi dei pagani. Quindi anche se i fantasmi, nel senso che diamo loro oggi, non sono ammessi dalla religione cristiana, nella storia non è stato possibile né sradicare le storie esistenti, né impedire che se ne producessero di nuove, fino al novecento. Fanno parte del genius loci romano, come di ogni altro luogo.

Come ci stai lavorando?
L’ho iniziato due anni fa, e nonostante sia impegnativo sono riuscito a portarlo avanti con una media di due soggetti l’anno, nei ritagli di tempo. Deduco quindi, a conti fatti, che mi piaccia abbastanza da tornarci con così tanta costanza, nonostante ogni volta mi trovi a sbuffare per il dettaglio crescente di ogni lavoro. Mi piace anche perché riesco a parlare di qualcosa che sento decisamente “mio” per temi e luoghi ma – in generale – senza crogiolarmi in una definizione un po’ da cartolina di “italianità” o “romanità”, rimanere più personale anche se pertinente al luogo.

Un’altra cosa che mi piace molto è che, lavorandoci nei ritagli di tempo, in un periodo lungo, sono riuscito a vedere come cambiava il segno via via che andavo avanti. Mi balza all’occhio perché data l’unità del formato e del soggetto, la cosa che cambia da un’illustrazione all’altra è la progressione del tratto di volta in volta. Così ora sono curioso di confrontare, tra qualche anno, il soggetto con cui chiuderò la serie con il primo soggetto realizzato, e vedere cosa è successo nel mentre.

In cosa consisterà il progetto finito? Serigrafie limitate e cose simili?
Bella domanda! In due anni ho cambiato idea più volte a riguardo… In linea di massima vorrei arrivare a sette soggetti, e poi raccoglierli in un plico di stampe, con tecnica da decidere. Poi se continuerà ad appassionarmi vorrei continuare il lavoro e aggiungervi storie, di modo non solo da pubblicare una “extendend version” della cosa assieme alle altre ma magari portare il progetto in una galleria, una piccola mostra. Intanto però ci lavoro, ché sono appena a metà.

Crescenzi

Dalla serie Ghosts Of Rome.

A proposito: come sei finito a fare l’illustratore?
Avevo uno studio assieme a Lorenzo “LRNZ” Ceccotti e lavoravamo come progettisti grafici per vari media: tv, web, stampa, di tutto. Siccome facevamo anche siti, decisi per sfizio di farne uno per i miei disegni personali. Chiesi un favore al nostro programmatore e lo mettemmo su in pochi giorni. Il resto fu casuale: nel 2006 un marchio mi chiese delle grafiche dopo aver visto il sito, così pian piano ho iniziato a pubblicare qualcosa su scala nazionale. La transizione da un lavoro all’altro però ha impiegato un po’ di tempo. Avevo quasi trent’anni quando ho iniziato a fare l’illustratore praticamente a tempo pieno.

Come lavori? Usi il computer o fai tutto a mano?
Disegno i vari livelli dell’immagine a mano e poi li monto, rifinisco e coloro in Photoshop. Non sono un grande virtuoso col computer: lo uso principalmente per finalizzare i disegni per la stampa. A volte imbroglio un po’, correggo qualche sbaglio fatto sull’originale di carta o aggiungo qualcosa che mi sono dimenticato di mettere, ma poca roba.

 

 

Non hai mai usato una tavola grafica?
La uso regolarmente per la post-produzione, ma non ci so disegnare da zero, ecco. 

Quindi segui uno schema diciamo classico: schizzo a matita, disegno a china e via andare. Però sembra esserci una base molto tecnica, prospettive precise, righelli e curvilinee e quant’altro.
Sì, esatto, tutto abbastanza classico. Ho adattato il mezzo digitale al procedimento manuale con cui avevo più dimestichezza. Tanto per dire: per anni, non avendo una tavoletta grafica, mi disegnavo i livelli di colore a mano, tutti mascherini neri, e poi li sovrapponevo in Photoshop e gli assegnavo i colori. Concettualmente lavoravo come si lavora per le pellicole in stampa offset. Una cosa da pazzi, da ottusi, però è stata una discreta palestra, e adesso con la tavoletta vado spedito.

Ho ottimizzato molto i tempi. La base tecnica c’è, ma è una cosa che è cresciuta negli anni: più affinavo il tratto più necessitavo che la base su cui inchiostrare fosse precisa e viceversa. Quindi le prospettive o le luci dovevano essere più studiate; ho iniziato ad avere bisogno di scattare foto, fare studi, cercare riferimenti. Quando iniziai a disegnare volevo arrivare al realismo grafico di certi autori che amo, ma che le mie capacità non mi permettevano. Quindi di anno in anno ho cercato di raffinarmi, e sono ancora al lavoro su questi obiettivi. Probabilmente non ci riuscirò mai, ma come dicono quelli scafati “è il viaggio che conta”, no?

Crescenzi

Dalla serie Ghosts Of Rome.

Ci sono degli autori a cui ti sei ispirato, o che in qualche modo ti hanno influenzato?
Mi imbarazza fare le liste di nomi. Diciamo che sono tanti e disparati: tecnicamente c’è ovviamente tanta incisione, e tanto fumetto d’epoca, ma poi per l’ispirazione guardo anche e soprattutto a pittori, grafici editoriali, illustratori, copertinisti. E poi al cinema e alla musica. A volte mi ispirano degli amici colleghi. Ti dico due nomi che non c’entrano nulla con il disegno, così mi tolgo d’impiccio, e che ogni volta che bazzico le loro cose poi corro a disegnare perché mi hanno dato delle idee: Folco Quilici e i Pink Floyd.

In che senso?
Folco Quilici perché ha prodotto una serie di documentari memorabili su luoghi, storia, folklore e tradizioni. Prendi la sua opera più conosciuta, L’Italia vista dal cielo: per me che sono molto attratto dalla storia e dalle storie dei posti, la somma tra immagini, contenuti e commento musicale di Piero Piccioni ha una potenza di suggestione enorme.

I Pink Floyd invece mi interessano perché fanno musica “narrativa”, quella roba del concept album tipica degli anni Settanta che ti vuole portare a immaginare le vicende del disco che stai sentendo. Principalmente sono rimasto sotto col loro film Live at Pompei da ragazzino, e tra l’altro è un film in cui torna il discorso della narrazione immaginifica del luogo attraverso storia, immagini e musica, che su di me innesca la fantasia. Sono probabilmente in un periodo della mia vita in cui le immagini mi vengono più leggendo o ascoltando che strettamente guardando.

Per concludere: anche a vedere le tue illustrazioni per committenti di varia natura, viene da pensare ti diano molta libertà d’azione. Come dire, magari arriva il fabbricante di scarpe e ti dice “vorrei fare una cosa che sappia un po’ di Mesopotamia, presente?”. E m’immagino di vederti tornare da loro dopo un paio di settimane con tutto uno studio articolato e con dei riferimenti precisi, e magari non glieli vai manco a raccontare… A osservare le cose da fuori, e a leggere le descrizioni che ne dai, sembra sempre che un tuo lavoro contenga più informazioni di quelle che si riescono a captare.
A volte i committenti arrivano con un’idea precisa, anche interessante, e allora partiamo direttamente con quella, quasi senza modifiche. A volte mi danno un tema, diciamo un senso da esprimere, e su quello ragiono cercando qualcosa che lo esprima, e torno dicendo “Sapete, ci sarebbe una cosa mesopotamica che sarebbe perfetta per rendere quell’idea”. Per quanto strano possa suonare. Altre volte invece faccio tutto da solo; in quel caso magari comunico al committente solo la parte interessante del ragionamento. Una sintesi, non l’intera ricerca: sarebbe noioso e controproducente, e comunque la ricerca rimane un mio piacere personale, la farei a priori.

La condizione necessaria, in ognuna di queste modalità, è che al committente piaccia il mio lavoro, che gli piacciano i miei lavori precedenti, e quindi che sia sereno sul fatto che – qualsiasi strada prenderemo – ne uscirà qualcosa che gli piace. In questo margine di fiducia reciproca riesco a fare le stratificazioni di cose che mi piacciono, e lui è contento del risultato, magari anche della ricerca ad hoc che ho fatto per il progetto. Che parte di quello che metto in un disegno rimanga solo nella mia testa è plausibile, ma mi sembra giusto così. L’importante è che almeno passi un poco di quello che ci metto, e che in generale arrivi la sensazione che – come dici tu – “ci sia qualcosa in più”.