Foto di Orazio Labbate.
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Gela gotica

L'avvicinamento allucinato al centro di Gela tra mare, petrolchimico e abbandono.

 

È notte, e come un’apparizione dimenticata nel buio, sono ritto ai piedi di Butera mentre fisso la croce. Essa splende, incassata all’apice della chiesa di San Rocco che erompe sulla collina a proteggere tutti noi cristiani.

La mia macchina sta riposando, parcheggiata proprio vicino al cartello che dice: “Gela 20 km”. Tutt’attorno a comandare il paesaggio ci sono campi giallo fieno illuminati dalla luna piena, alberi di mandorlo coi rami come braccia scheletriche carbonizzate – forse accesi da piromani – e ancora piante selvatiche disperse lungo il vallone di Butera in cui le sparute fiammelle artificiali delle fattorie vicine concedono segni viventi emettendo una luce fantasmatica. Salgo in macchina e accendo i fari. Rimango ancora alcuni minuti a osservare il cartello, Gela (20 km), e le stelle, bruciate da un cielo illimitato, invadono l’abitacolo. La città brilla, lontana, dei neon del Petrolchimico che si spengono nel Mediterraneo il quale, così, pare un possente gigante metallico esplorato nella pancia da ricercatori furibondi muniti di torce. I fumi si mescolano all’orizzonte nero scannato dalle nuvole. La SP8 – Strada provinciale che collega Butera a Gela – è quella in cui avviene la trasformazione gotica: un territorio rurale forse già descritto anticamente dai fantasmi di William Faulkner e Cormac McCarthy. Solo con questa chiave interpretativa si può comprendere il camminamento in direzione della cosiddetta Terranova (era infatti così chiamata Gela); dunque, bisogna portare appresso alcuni libri, parenti letterari di questa speciale frontiera della Sicilia del Sud. Le opere: L’urlo e il furore; Suttree; Cavalli selvaggi e Mentre morivo.

 

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Oltrepasso lentamente il cartello. La strada provinciale è vuota e scassata. La macchina così si scuote come una cassa dentro un carro funebre, ché dossi e lacerazioni fanno risorgere le radici dalla profondità. Ho scelto come colonna sonora un brano dei Tears for Fears cantato dalla voce malinconia di Gary Jules: “Mad World”. I guard rail sono incurvati per via dell’insistenza del tempo delle piogge che erode veloce le cose attaccate alla campagna. Ai lati il paesaggio desertico accoglie le bestie frugare tra le spighe e ospita fico d’India storpi. Grazie alla luce della macchina si intravedono le spine della pianta quasi genuflettersi alla terra. Talvolta corrono cani bastardi in mezzo al viaggio e io prego scompaiano inghiottiti dal buio circostante, l’oscurità terribile: quella della natura disgraziata pronta a invadere le case abbandonate che spesso scintillano grazie ai barbagli delle auto dell’opposta corsia. Il buio desolato a cui prego affinché un fulgore rischiari quell’abbandono della civiltà e ficchi invece gli Dei greci di Gela lesti a costruire templi ora sotterrati.

Si mostrano, durante il tragitto ingombro di curve, palme color cenere distese lungo il manto della strada e ulivi abbagliati dalla luna mentre i pali della luce tendono al cielo incendiati, alla base, da uno di quei fuocherelli provocati da guidatori irrequieti, forse impauriti dalla pazzia tenebrosa della SP8. Non c’è manco un lampione. Non c’è Cristo che a mo’ di Verbo prestato dal Padre appicchi vampe sacre. Non c’è nessuna chimica del Petrolchimico causante incendi spontanei. Si è soli, col Diavolo forse, suggeritore di altri enigmi. Soli con la miscellanea intraducibile del luogo.

 

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Una volta raggiunta la minuscola chiesa di San Cono, posizionata, miracolo insperato, su una duna, rifulgono i primi lunghi fari dei lampioni. La rotonda dove sorgono annuncia la pianura gelese e ospita, al suo centro, i fiori secchi lasciati ai morti di quel posto. Poi ritorna lo scuro. E di nuovo un frammento di cecità ammazzata dalla sola macchina che ora lascio correre veloce, e poi un rettilineo. A sinistra e a destra la pianura desolata. Immagino fuggano spiriti inquieti, uomini vittime degli incendi improvvisi delle sterpaglie e miracolati di San Rocco che vocìano della grazia. Ci sono ululati, abbaiamenti, io non tremo però. Di chi devo avere paura? Della povertà? Della sabbia che arriva tempestosa dal Mediterraneo? Delle preghiere senza glossa delle vecchie, forse intossicate dall’inquinamento divino e umano?

Davanti a me Gela riluccica e le due torri dell’Industria sbottano fumi nel firmamento finché arrivano al primo cumulonembo della notte che li mastica. Allora, da quel momento, incomincio a gridare. Alzo il finestrino e invoco il comando della mia anima perché la città sta per prepararmi al suo stomaco maltrattato e a me, tuttavia, fondamentale.

L’ingresso di Gela è rappresentato da un cartellone, che dice: “Benvenuti a Gela – La città di Eschilo” mentre io sussurro: “Dov’è Eschilo? Forse, ora, è Tom Joad? Forse, ora, è Suttree? Oppure è il Jewel di Faulkner? O ancora il John Grady Cole di Cormac McCarthy? Sì, si è travestito e vaga sottoforma di fantasma poiché qui nel Paese manco può esserci l’Eschilo antico.”

Colla macchina procedo ingobbito sul manubrio come uno che spia l’alba. Spuntano palme dorate, verdi e nerastre sovrastate da alte lanterne urbane. D’improvviso ascolto altri cani ringhiare davanti agli immondezzai a cielo aperto. La luna è sempre sopra tutte le cose a sviluppare la propria fortuna, anche negli occhi dei cani gelesi. Cani affamati, cani scheletrici ma potentissimi.

 

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Il vento adesso sostenuto divarica a metà, come se fossero per l’oscillazione due separate lingue, le stesse palme. Poi arrivo al cospetto della prima rotonda cittadina. Da quel punto posso scegliere quale mappa seguire.

Scorrono, mentre rifletto, macchine e macchine ai miei lati, verso via Venezia. E l’aria è corrotta dall’Industria e l’aria è anche quella del mare. L’aria è l’intruglio di Dio e del Diavolo, a Gela.

Inseguo le auto e da lì tutta via Venezia che custodisce i commerci. Emergono camion colmi di frutta: “Un sacchetto di carciofi”, due euro.

Ci sono negozi di abbigliamento accanto a ristoranti, drogherie, farmacie. Riluccicano insegne al neon ormai fulminate, vivono improbabili nomi di bar. Le case che cingono la via sono di cemento: abitazioni infestate di persone e spiriti e sogni spiritati e disgrazie immani e pacificazioni solo negli incubi tramite le piccole croci che pendono nei soggiorni.

La chiesa, custodita dalla porzione opposta della strada, è anch’essa grezza. C’è però una grazia inseguita, predata a denti stretti, all’interno della struttura. Lo percepisco perché gli occhi di acqua santa appartenuti ai bambini nel parco giochi limitrofo impregnano lo spazio dinanzi alla casa di Dio. Mi immagino predicatori con una croce rozza tra le loro mani grassose invocare il Dio di Gela. Il Dio silenzioso che dimora nel Petrolchimico oppure nel mare eschileo mentre nuota accanto alla saggezza greca seppellita nel Mediterraneo. Voglio allora, impetuoso, consumare via Venezia. È giusto così. È giusto esorcizzare quell’abbandono disumano. Corro e corro e corro, supero stazioni di servizio, che come case possedute traballano di vita, fino a trovarmi alle porte del Petrolchimico. Scendo dalla macchina. Le canne sembrano galleggiare in quella costola di Mediterraneo chiuso. Dico: perché Dio ha scelto questo castello metallico? E sento ancora e ancora i cani guaire come sottomessi da demoni dominatori delle dune. Mi sento un cane che non potrà avere la voce di un cane. Così cerco quel verbo in solitudine. Nelle acque corrotte.

 

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Librano vapori dagli edifici gemmati di lampade. Le fiamme dalle bocche delle cime si ritraggono dalle nuvole e ritornano nelle interiora delle loro stanze. Sul mare ricadono luminescenze radiose. Tremolano le canne. Il lungomare, sulla costola destra del Petrolchimico, pare reggere il cadavere ferroso mentre la Madonna dell’Alemanna – che veglia su Gela -, li battezza insieme: mare e industria. Non mi curo più della macchina. La lascio alle bestie, ai demoni del buio, ai Santi evocati dai gelesi.

Cammino come se non camminassi, e invece levitassi sospinto dai fantasmi. Tutti dormono, alla notte, nel lungomare Federico II di Svevia. Il luna park gracchia di poche lucine. L’unico che bestemmia è il mare. Bestemmia senza possedere un linguaggio. Traduco allora tutto quello che prova a dire. Continuo a passeggiare. Le onde scannano la riva a suggerirmi la certa esistenza del Dio di Gela. C’è un lamento che il Mediterraneo biascica come un uomo senza parola che si dibatte e usa le mani e gli occhi e la faccia lacrimante per la gloria. Giungo nelle vicinanze del quartiere Macchitella. Le piccole montagne di sabbia, dopo le ringhiere pietrose laterali, sprigionano vortici dalle loro viscere e io mi copro la faccia col giubbotto di pelle. Ora sospingo il mio corpo, ora le palme ricadono, come persone ammalate, sui marciapiedi. A poco a poco si staglia l’insegna del McDonald’s nel panorama desertico. Non smetto di trascinarmi. Il piazzale antistante il fast food è vuoto. Mi siedo e mangio un panino appena ordinato. Vedo le auto imboccare la Strada statale 115 Sud Occidentale Sicula in direzione di Manfria. I passeggeri manco esistono. I passeggeri stanno aspettando l’alba della resurrezione mentre guidano. I passeggeri sono i fantasmi del deserto. Finisco il panino in fretta. Metto le mani giunte. Prego senza che Dio mi senta. Prego come un forsennato con la bocca chiusa. Prego di incontrare l’Aldilà come questo Aldiqua. Prego i cani di Gela. Prego le palme nere. Prego la mia adolescenza vissuta qui. Prego i ricordi che mi accoltellano. Prego che la città non muti. Prego di morire qui.

 

Foto dell’autore.