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Gattini ad Amsterdam

Una conversazione con Piet Schreuders, che dal 1974 dirige una rivista scritta da felini.

 

Mi trovo a spasso per Amsterdam e ho urgente bisogno di fare pipì. Alla mia destra noto l’ingresso di un minuscolo museo. Entro e senza farmi vedere riesco a trovare la porta di un bagno. Uscendo vedo l’indicazione per il bookshop e decido di andare a dare un’occhiata. È proprio lì che, grazie alla mia fragile vescica rigonfia di Amstel, ho scoperto e sfogliato per la prima volta un numero di Poezenkrant.

Poezenkrant – che significa ‘Giornale dei gatti’ – è il nome di una rivista dedicata al mondo felino. Attenzione: non è una riproduzione su carta della subcultura digitale conosciuta col misero nome di ‘gattini’. Non è neppure una vecchia trovata hipster. Poezenkrant è una piccola e sconosciuta storia editoriale, così ben custodita che quasi dispiace parlarne. Si tratta di una rivista casalinga nata ad Amsterdam oltre quarant’anni fa. Con cadenza aleatoria continua a essere pubblicata, ancora oggi, contando su un numero di abbonati senza dubbio lusinghiero.

Piet Schreuders è colui che ha ideato, confezionato e spedito i 60 numeri della storia di Poezenkrant. Ho scoperto che Piet è stato anche l’autore della copertina di un cd che avevo in casa da anni: Soothing sounds for babies. In effetti, guardando le cover di Poezenkrant, avevo avvertito una specie di déjà-vu, una disposizione di forme e colori che hanno varcato la retina lasciandomi una sensazione di familiarità. È il mistero delle immagini, della loro forza e pressione. Non ne parleremo in questa intervista, però ho capito che Piet ci vive in mezzo da tutta la vita.

 

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Piet, hai voglia di presentarti?
Sono un graphic designer indipendente. Vivo e lavoro ad Amsterdam.

E chi eri nel 1974?
Un graphic designer indipendente e come oggi vivevo e lavoravo ad Amsterdam.

Il 1974 è l’anno in cui è nato Poezenkrant. Raccontami…
Mi è sempre piaciuto fabbricare le newsletter, delle rivistine fatte a mano. Le realizzavo nei posti dove andavo in vacanza per poi spedirle agli amici. Poezenkrant è nato un po’ nello stesso modo. Lo stampai e poi lo mandai per posta a una dozzina di amici. La notizia d’apertura era dedicata alla terapia per i calcoli renali con cui all’epoca avevo curato il mio gatto.

 

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I cosiddetti ‘gattini’, e il fenomeno ‘LOLcat’, negli scorsi anni hanno vissuto un momento di bolla, di enorme popolarità su internet. Nel 1974, invece, un intero giornale dedicato ai felini doveva essere davvero qualcosa di speciale e punk, in qualche modo…
Non hai tutti i torti, ma non me la sento di paragonare a internet una newsletter casalinga per 12 lettori… I gatti, in realtà, erano molto popolari già prima della rete. I libri sui gatti negli anni ’70 erano dei bestseller. Libri di cucina per gatti, cartoni amati sui gatti, raccontini con gatti protagonisti. Ho cercato di tenermi il più lontano possibile da quel tipo di hype. C’è un bel libro sui gatti, che si chiama The house guests, di John McDonald. Il libro si apre con una frase: “This is not a luvums-duvums-itsyboo book, about pooty-tats” (gioco di parole intraducibile per prendere le distanze dall’uso di espressioni leziose ogni qual volta si parla e si scrive di gatti, Ndr). Questa frase, secondo me, si adatta molto bene anche a Poezenkrant. Per evitare ogni rischio di ‘cuteness’ e di marketing ‘gattino’, infatti, ho sempre messo in copertina immagini di gatti che fossero le meno attraenti possibili. Nell’ultimo numero di Poezenkrant, il #60, sul colophon trovi questa scritta: “Quelli che cercano foto di gatti carini o video divertenti con gatti, possono tranquillamente andare su internet”.

 

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Un artista italiano, Matteo Guarnaccia, nel corso di un suo viaggio ad Amsterdam, nel 1970, fondò una rivista underground, chiamata Insekten Sekte. Inoltre questa estate, girando per mercatini e negozi dell’usato nella tua città, mi sono ritrovato a sfogliare pile di vecchi magazine olandesi, nati tra gli anni ’60 e ’70, come Gandalf, un periodico molto intelligente che mescolava pornografia e controcultura. Perciò mi sono detto: “Wow, all’epoca Amsterdam doveva essere un posto magico per inventarsi una rivista”…
InsektenSekte fu anche il nome di un gruppo di artisti della scena hippie alternativa: Max Reneman, Robert Jasper Grootveld, Theo Kley e altri. (Matteo Guarnaccia, infatti, racconta di aver letto la scritta InsektenSekte su un muro, ad Amsterdam; la scritta gli piacque e decise di usarla per la rivista, Ndr). Erano artisti della metà degli anni ’60, l’epoca appena precedente la mia, quella del movimento Provo.

 

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In effetti c’erano un sacco di piccole riviste ad Amsterdam. Io di solito mi rifornivo al Athenaeum Nieuwscentrum, un’edicola libreria molto speciale, che si trovava proprio di fianco all’Athenaeum Bookshop, nella zona di Spui. L’Athenaeum Nieuwscentrum esiste dal 1969 ed è specializzato in piccole riviste autoprodotte. Mi piaceva comprare roba come Real Free Press, Hitweek, OZ, International Times, e fumetti underground come Zap di Robert Crumb etc. Magari, uno pensa che Poetzenkrant venga fuori da questo tipo di mondo e di contesto controculturale,  ma in realtà la mia più grande fonte d’ispirazione restava Hitweek, un giornale musicale progettato e disegnato da Willem de Ridder, un vero genio.

 

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La mia prima rivista autoprodotta risale al 1971-1972. Si chiamava De Wolkenkrabber. Dopodichè fino al 1974 ebbi modo di lavorare, anche al fianco di Willem de Ridder, per il bisettimanale underground Aloha. Lì incontrai diversi artisti, come Aart Clerkx, Joost Swarte, Mark Smeets. Ed è lì che ho imparato per la prima volta a disegnare il lay-out di una rivista. Fu in quell’epoca che nacque anche Poezenkrant, che pensai come una rivista per gatti e fatta da gatti. Di conseguenza gli articoli erano scritti male, pieni di errori, il design della pagina era volutamente non professionale, con le righe traballanti, tutto realizzato a mano. Era un prodotto fatto per piacere e per divertire amici e colleghi. Tuttavia non è facile continuare a fare qualcosa che risulti non professionale; è nella natura umana migliorarsi e imparare dai propri errori. Ecco perché a ogni numero ho cambiato formato: proprio per evitare di sembrare troppo perfetto.

 

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Dunque dopo quel primo numero sei andato avanti…
In effetti avrei dovuto fermarmi, ma ho commesso l’errore di scrivere “issue #1” sul primo numero, lasciando intendere che ne sarebbe arrivato un secondo e così via. La cosa mi è sfuggita di mano quando la gente ha cominciato a mandarmi soldi e richieste di abbonamento. Così mi sono sentito in dovere di spedirgli un nuovo numero di tanto in tanto. Dopo dieci numeri avevo 250 abbonati. Dopo venti ne avevo 1000. L’organizzazione e l’amministrazione di Poezenkrant diventarono un affare abbastanza serio, per quanto il soggetto e l’ispirazione di Poezenkrant fossero tutt’altro che seri.

Hai sempre lavorato da solo, in autarchia?
In realtà alcuni amici e colleghi cominciarono ad aiutarmi con i contenuti o con il lavoro di pinzatura, piegatura, spedizione ecc. Fra di loro c’erano e ci sono tuttora: Aart Clerkx (fumettista), Franka van der Loo (illustratrice), Gielijn Escher (poster artist), Mariet Numan (illustratore), Françoise Berserik (tipografo), Gerard Unger (tipografo). In alcuni casi i numeri sono stati progettati da altri, ma l’editore sono sempre rimasto io. I primi numeri furono davvero un grande sforzo. Dovevamo darci un appuntamento, riunirci in una stanza, telefonare a un po’ di amici per raccogliere le ‘cat news’ e poi scriverle, quindi costruire il layout delle pagine e aggiungere foto e vignette.
In seguito la maggior parte dei numeri sono stati organizzati e disegnati da me. I contenuti, invece, per la maggior parte mi vengono spediti dai collaboratori. I pezzi scritti da me sono molto pochi: si tratta per lo più di brevi news, di sproloqui dell’editore sugli abbonamenti, su eventuali cambi d’indirizzo e altre questioni non feline. Spendo un sacco di tempo a editare. La pagina delle lettere, invece, è probabilmente la più importante del giornale.

Anch’io lavoro per una rivista, che si chiama linus. Ho un bel rapporto con i colleghi, ma non ti nascondo che mi piacerebbe avere una rivista fatta tutta da me. Immagino che sia come registrare un album solista dopo aver lavorato con una band…
Capisco. Mi piace il ruolo dell’editore-designer, perché ti consente di plasmare tutti i contenuti, immagine e testo, dentro un insieme coerente e seduttivo, proprio come il regista cinematografico controlla immagine, suono e musica.

 

 

Oggi con internet possiamo trovare più o meno tutto. Ma come facevi tu, negli anni ’70 e ’80, a trovare notizie, immagini, vignette e perfino vecchie incisioni con dei gatti come soggetto?
In realtà è molto più difficile oggi trovare delle belle immagini e storie, dato che su internet tutto è già stato fatto e detto fino alla morte; tutti hanno già condiviso la propria immagine o cat story preferita. Mi capita ogni tanto di utilizzare qualche contenuto trovato in rete, ma di solito li trovo poco interessanti. Le fonti dove trovare il materiale migliore restano le lettere e le foto spedite dai lettori. Di solito sono attratto dal materiale più borderline, da una certa caratteristica che chiamerei offness. Credo che sia lo stesso Poezenkrant a sollecitare questo genere di feedback nei lettori. Ricevo centinaia di foto e di lettere prive di qualsiasi interesse, che scarto immediatamente, ma in mezzo di solito ne spuntano una o due con un giro di frase insolito, un insight originale o una bella foto allegata. Per bella non intendo cute. Per il resto facevo come si faceva nelle zines degli anni ’70, cioè tagliando e incollando immagini che trovavo su altri giornali, spesso vecchi giornali, di qualsiasi provenienza e tipo. L’ingrediente principale di Poezenkrant, tuttavia, non sono né le immagini né le notizie, ma il linguaggio, il modo in cui le persone scrivono di gatti, la scelta delle parole, del tono e della voce. C’è sempre un certo humor, che non è mai del tipo ‘Hahahaha’. E questo è un elemento, una sfumatura, del tutto intraducibile, credo.

Quando ho visto Poezenkrant per la prima volta ho pensato che fosse una sorta di Tumblr ante litteram a tema ‘gatto’ e stampato su carta. Mi ha fatto questa impressione non solo per la quantità eclettica ed eterogenea del materiale iconografico, ma perché ho notato una sensibilità molto contemporanea, specialmente nell’uso di linguaggi grafici che sembravano già citare vecchie riviste degli anni ’30, ’40 e ’50. Di conseguenza la mia impressione è che tu avessi questa consuetudine a citare il passato e a maneggiare la nostalgia con un certo senso dell’umorismo, molto prima che questo tipo di approccio, con internet e piattaforme come Tumblr, diventasse mainstream…
Si, sono d’accorso con questa analisi. Quel tipo di approccio, che per me è iniziato negli anni ’70 e non è mai cambiato, ora è diventato molto diffuso e generale.

Non abbiamo parlato di un aspetto molto importante: a ogni numero Poezenkrant cambia formato, foliazione. Cambia completamente. Ci sono dei numeri che sono di fatto dei libri, con la copertina rigida.
Dal momento che i contenuti grosso modo sono sempre gli stessi, sento il bisogno di cambiare formato. Questo è un aspetto che mi consente di lavorare e sperimentare come graphic designer. Ogni numero deve essere pensato da capo, costringendomi a trovare soluzioni nuove. In origine il tipo di formato era vincolato dal tipo di tecnologia a disposizione: prima fotocopie (A4 o carta protocollo), poi A4 a basso costo con stampa offset, poi il formato giornale, poi il libro. Il formato del numero #33 è stato disegnato prendendo a modello una busta rettangolare. Spesso è accaduto che una pagina di Poezenkrant fosse una copia fedele di un altro giornale. Per esempio una copia del Sun del 1974. È un esperimento molto sfidante, complicato: devi trovare gli stessi caratteri, inserire testi, titoli, sommari, catenacci, tutti della stessa lunghezza dell’originale. Vale ovviamente anche per le foto e le pubblicità.

 

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Quando uscirà il prossimo numero?
A dicembre 2016. Per la copertina ci rifaremo a una pagina del Wall Street Journal.

Qual è il vostro business model?
Abbonamento per tre numeri al prezzo di €14,50.

Carta o digitale?
Carta.

Quanti sono gli abbonati?
1523 abbonati, ma ci sono sempre fluttuazioni tra un numero e l’altro.  Di questi 1523, quattro sono abbonati fin dal numero #1: Gerard Unger, Paul Mertz, Arthur O. Eger e Ans Vreeken. I nostri lettori sono molto fedeli e pazienti. Sentono che c’è qualcosa che li lega a una sorta di spirito che vive tra le pagine di Poezenkrant.

Ci sono pubblicità?
No, quelle che vedi sono pubblicità riprese da vecchi giornali.

 

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Sul numero #42, uscito nel 1991, compaiono quattro immagini di una donna nuda che gioca con un gatto. Dal sesso di lei esce un fumetto con scritto “Gi gi gi gi”. Da dove viene quell’immagine?
Si tratta di un collage realizzato da Hein de Kort, editor della rivista Pardon lui. Heinz lo aveva lasciato dietro la stampante che entrambi usavamo presso una stamperia alternativa di Amsterdam, il cui fondatore aveva militato nei Provo. In quella stamperia si stampavano pamphlet politici e riviste di fumetto underground. La foto della donna veniva da qualche rivista di pin up, mentre il gatto era opera di due fumettisti: René Windig e Eddie de Jon. Non so quanto questo aneddoto rifletta la storia e lo spirito di Poezenkrant, ma la storia è questa.

 

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Da dove arriva la tua fascinazione per i felini? È una cosa nata nell’infanzia?
In realtà non sono particolarmente ossessionato o affascinato dai gatti. Poezenkrant è ossessionato dai gatti. Io ho semplicemente creato il medium per soddisfare questa ossessione.

Quanti gatti vivono con te oggi?
Due: Kareltje e Bram, fratelli gemelli, nati nel 2010.

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Piet con gatto. © Hans Frederiks

Ad Amsterdam, in un piccolo supermarket nel quartiere a luci rosse, ho visto un magnifico gatto nero, sdraiato e in posa come Cleopatra proprio accanto alla cassa. Ma forse è perché il gestore del supermarket era turco e i turchi amano i gatti. Mi chiedevo se anche fra gli olandesi esistesse una particolare cultura del gatto
Non ne ho idea.

Però so che ad Amsterdam esiste il Katten Kabinet, un piccolo museo dedicato ai gatti. Lo conosci?
Certo. Il fondatore è Bob Meijer, un ricco uomo d’affari con una passione per i gatti. Ho disegnato io il logo. Mi sono ispirato a un’illustrazione per un racconto di Rudyard Kipling: “Il gatto che se ne va da solo e tutti i luoghi sono uguali per lui”.

Ho avuto diversi gatti da bambino. Avevo sempre la tentazione di toccarli, accarezzarli, perfino stritolarli, evidentemente per la tenerezza estrema che m’ispiravano. O forse semplicemente perché mi attirava quel corpo flessuoso e morbido. Allora il gatto cominciava a fissarmi, con quel suo tipico sguardo felino che sembra dire: “La mia libertà e indipendenza sono assolute, non hanno confini, non ho nessuna particolare relazione con te, tu non sei il mio amante e tantomeno il mio padrone”.  Un fatto per me abbastanza traumatico. Amavo il mio gatto ma non ne ero corrisposto
Come gli esseri umani, ogni gatto è diverso dall’altro. Sento una forte connessione con uno dei miei due gatti, con lui la comunicazione c’è, scorre in entrambe le direzioni. Con l’altro invece no. La maggior parte dei gatti sono creature indipendenti. Vanno per i fatti loro (che poi è il senso del racconto di Kipling, Ndr). E questa attitudine, l’imprevedibilità, è esattamente l’ispirazione di Poezenkrant.

Se tu sei calmo e tranquillo, i gatti lo sentono, lo percepiscono, e sono più fiduciosi e tranquilli a loro volta. Così come sanno se dentro di te c’è tensione. Penso davvero che siano in grado di avvertire la più minuscola variazione di energia…
Lo penso anch’io.

Quando ti ho scritto per chiederti questa intervista, mi hai fatto presente, che certi giochi di parole, certo umorismo, non possono essere trasferiti dall’olandese a un’altra lingua…
In effetti c’è un tono, un tipo d’ironia, che credo non sia comprensibile nelle altre culture. Specie dagli americani.

 

 

È questa la ragione per cui non esiste una versione inglese di Poezenkrant?
Ovviamente.

Apprezzo molto questo aspetto, te lo confesso, perché significa che esiste qualcosa di unico e irriproducibile. Per me è bello sapere che c’è qualcosa che non posso comprendere, in un mondo in cui tutto si sforza di essere accessibile e marketable. Quindi Poezenkrant è un prodotto genuinamente olandese?
Non direi tipicamente olandese, ma tuttavia c’è qualcosa che non può essere colto da tutti. E questo fatto è interessante, se pensi che si tratta di una rivista accessibile e divertente, almeno al primo sguardo. Ma ci tengo a sottolineare che non per questo bisogna pensare che si tratti di qualcosa di pretenzioso o intellettuale.

Hai mai pensato a una rivista per cani?
No.

E a una nuova rivista?
Pubblico un’altra rivista, in realtà, che si chiama Furore. È il progetto a cui tengo di più. Ho sempre cercato di attribuire a Poezenkrant meno importanza possibile. Non gli dedico troppa energia, se non al momento della realizzazione.

Lasciami dire un’ultima cosa. Voglio provarci. Quando ho visto Poezenkrant per la prima volta, e l’ho sfogliato, per quanto non conosca l’olandese ho avvertito una melodica combinazione di humor e grafica. Questi due fattori uniti generavano una specie di accordo, di armonia. Bene, sul numero #42 ho visto una foto di George Harrison, ovviamente in compagnia di un gatto, e poi sul tuo Flickr ho trovato moltissime foto dei Beatles, i primi Beatles, quelli di Please, please me ed Help! Così ho pensato: ecco da dove arriva Poezenkrant. Dagli anni ’60. Arriva da quel tipo di mood, dal sortilegio gentile della swinging London, che io vedo ancora riflesso nelle melodie dei Beatles…


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Sono felice che hai notato questo aspetto. Scrivilo nell’intervista. I Beatles sono sicuramente la più grande ispirazione della mia vita. Ho scritto due libri sui Beatles: “The Beatles in London” (1992, 2008) e “The Beatles in Holland” (2014). Sul prossimo numero di FURORE ci saranno otto pagine dedicate ai Beatles e alla copertina di Revolver. Se hai sentito in Poezenkrant una sensibilità sixties, di certo non mi offendo.