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Dalle rovine allo Strega (o quasi)

Conversazione con Luciano Funetta, giovane esordiente autore di uno dei romanzi più discussi degli ultimi mesi.

 

Dalle rovine, il romanzo di Luciano Funetta pubblicato da Tunué, è stato tra gli esordi letterari più commentati degli ultimi mesi, anche grazie alla sua entrata tra i dodici semifinalisti del Premio Strega. Non ce l’ha fatta a entrare nella cinquina finale (sarebbe stato un caso più unico che raro, ma su questo ci torniamo poi) ma abbiamo comunque colto l’occasione della serata conclusiva del più importante premio letterario italiano per fare quattro chiacchiere con l’autore.

The Towner: Parto subito così, senza analgesici: come forse ti è capitato di sentire, Dalle rovine è stato inserito tra i dodici finalisti dello Strega. La cosa ti ha sorpreso? Voglio dire, non mi sembra una kermesse nota per dare spazio agli under 30 che esplorano il mondo degli snuff movie.
Luciano Funetta: Sì, la cosa mi ha sorpreso, come mi ha sorpreso tutta l’attenzione che il libro ha ricevuto, sia quella positiva che quella negativa. Pensavo che sarei passato inosservato, e quindi indenne, in mezzo alla foresta fitta di pericoli della pubblicazione. In quanto allo Strega, nel romanzo c’è una piccola prefigurazione di quello che ho visto e provato durante i due mesi in cui la candidatura è rimasta in piedi, una prefigurazione naturalmente inconsapevole dalla quale forse io stesso mi sono lasciato suggestionare. Mi riferisco alle pagine dedicate al Festival di Barcellona. Mi sarebbe piaciuto leggerne qualcuna, durante una delle serate a cui noi dodici semifinalisti abbiamo partecipato, ma non ne ho avuto l’occasione. Questo è il mio unico rammarico.

Hai qualche consiglio da dare allo Strega?
Forse l’unico appunto che vorrei fare all’organizzazione del premio è questo: date la possibilità agli autori di leggere in pubblico i loro testi; correte questo rischio. Fate leggere i testi, non necessariamente ai loro autori. Fateli leggere ad attori in carne e ossa o a una voce fuori campo che risuoni nei bellissimi teatri che riempite di persone rispettabili. Oppure fateli leggere a un vecchio cabarettista ubriaco davanti a una platea vuota. Approfitto comunque di questa tua domanda sul premio per ringraziare chiunque a Benevento abbia pagato le bottiglie di whisky e di gin che a un certo punto della notte sono apparse su un tavolino del giardino d’inverno dell’albergo che ci ospitava. Le ricorderò sempre con infinito trasporto.

Se dovessi scegliere un nome tra quelli in cinquina, chi sceglieresti e perché?
Purtroppo tra i romanzi finalisti ho letto soltanto Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, quindi ti rispondo che sarebbe bello, giusto e assolutamente insindacabile se lo Strega andasse a Valentino Zeichen, al suo dolce fantasma.

La letteratura non è una frontiera che si affaccia sul futuro, ma è composta di decine di posti di frontiera disseminati nei secoli, e ognuno di questi avamposti dialoga con gli altri.

È una sensazione o c’è una – ahem – nuova generazione di scrittori/lettori che sta sconfinando dall’America del Nord a quella del Sud? Parlo a livello di ispirazione, se non altro.
Per come la vedo, sta succedendo qualcosa di meglio, ovvero si sta sfondando un muro di frontiera monolitico. Per anni si è pensato che il Nord America fosse l’ultima frontiera della letteratura, ma non è così. La letteratura non è una frontiera che si affaccia sul futuro, ma è composta di decine di posti di frontiera disseminati nei secoli, e ognuno di questi avamposti dialoga con gli altri, a volte in maniera aperta e a volte tramite misteriosi richiami che spesso hanno bisogno di un interprete per essere decodificati. Una delle frontiere che hanno attirato il maggior numero di esploratori è l’America Latina e l’interprete più recente del ruolo che la letteratura sudamericana ha nella rete di gangli ultraspaziali e ultratemporali che forniscono impulsi alla letteratura mondiale è stato Roberto Bolaño. 

Eccolo.
Chi legge i sudamericani, di questi tempi, ci è arrivato grazie all’influsso diretto o indiretto di Bolaño, un cileno che visse in Messico e che scrisse pressoché tutta la sua narrativa in Spagna, dopo essersi formato come lettore di poesia europea. In pochi però sanno che se leggono Bolaño in Italia lo devono al lavoro di Angelo Morino, uno degli intellettuali più irregolari che abbiamo avuto. Morino era in grado di far pubblicare a Sellerio un racconto di trenta pagine di fantascienza brasiliana e corredarlo con ottanta pagine di commento che si trasformavano, grazie alla loro complessità e a superbe divagazioni, nell’opera vera e propria, a margine della quale si poteva leggere, a titolo di esempio, il racconto che dava il titolo al volume.

Per tornare alla tua domanda, la mia impressione è che quello che sta succedendo lo farebbe molto felice, se fosse ancora vivo. Mi spiego: conosco tanti giovani lettori che dopo Bolaño hanno scoperto Schwob (francese) e Wilcock (argentino che scrisse quasi tutto in italiano); alcuni sono tornati sui sentieri di Tom Sawyer e Martin Eden, altri hanno incontrato Danilo Kis, la cui opera è un crocevia in cui si ritrovano molto spesso esploratori della scuola di Bolaño e fedeli di Vollmann (questi ultimi non è raro che si uniscano, prima o poi, agli scrittori guerriglieri di Antoine Volodine), mentre altri scelgono il sentiero di Marcel Schwob, che porta a Perec e a Wilcock (argentino che scrisse quasi tutto in italiano) e ritorna alla scrittura enciclopedica del Settecento. I più coraggiosi si spingono fino a Roberto Arlt, poi a Lamborghini e quindi a Barón Biza. Qualcuno addirittura si avventura nei territori meravigliosi e terribili di Carlos Correas! I pazzi vanno a scoprire la poesia latinoamericana degli ultimi sessant’anni e si imbattono in Nicanor Parra, Enrique Lihn, Bertoni, Rodrigo Lira, Alejandra Pizarnik, e questo, con naturalezza, li scaraventa sul Lungosenna a frugare tra i volumi polverosi dei rigattieri alla ricerca di prime (e uniche) edizioni di Bulteau, Jouffroy, Messagier, quindi si ritrovano, una notte, a fare i conti con Pound e scoprono che è un poeta enorme.

Ti devo dire la verità, tra le cose che mi aspettavo – e mi auguravo – da questa chiacchierata, un name-dropping del genere era in cima alla lista. Continuiamo il giro?
Diciamo allora che magari alcuni lettori disperati se ne vanno a est, con il fermo proposito di non avere più niente a che fare con la letteratura, ma in Ungheria si ritrovano a camminare con i personaggi desolati di Krasznahorkai e in Romania decidono di stare a sentire quelle voci che parlano di uno scrittore sovrumano chiamato Cartarescu, il quale, una sera davanti al fuoco, chiede loro informazioni su una maga, una strega che vive in Italia, una donna di cui ha sentito parlare che si chiama Elsa Morante. E in mezzo a tutto questo navigano centinaia di altri scrittori, migliaia di altri lettori con le loro traiettorie anarchiche che portano in Asia, in Africa, in Siberia, in Inghilterra, in Svizzera e così via. Finalmente la letteratura e chi la frequenta hanno la possibilità di tornare a fare quello che dovrebbero: scorrazzare come randagi che vagano spinti da un istinto ferreo e assolutamente imperscrutabile.

Molti degli autori che hai citato non si trovano facilmente in Italia, per quanto il nostro sistema editoriale sia uno dei più ricettivi. Si parla sempre di più del bisogno di sfondare le frontiere letterarie: per quanto mi riguarda, purtroppo la sensazione è che “World Literature” sia ancora un sinonimo di “English Literature”. Nel senso di anglofona.
Pensa però che quando dici “anglofona” devi includere anche Derek Walcott, e che quando parli di letteratura francofona non puoi risparmiare di portare con te anche Patrick Chamoiseau, giusto per fare due nomi. La frontiera da polverizzare non è linguistica. Per come la vedo riguarda un modello culturale.

Può esistere buona scrittura senza vera ossessione?
La buona scrittura si può coltivare, come tutte le cose. Raggiunto un discreto livello si può portare una buona scrittura all’aperto, al parco per una passeggiata. Se è ben educata possiamo portarla con noi al mare o in un villaggio vacanze, addirittura iscriverla a un concorso di bellezza e magari anche vincere. L’ossessione invece no. Non esistono premi per le ossessioni né villaggi vacanze per le ossessioni o cimiteri pieni di lapidi con le fotografie delle nostre ossessioni e relative date di nascita e morte. Tuttavia è probabile che esista qualcuno ossessionato dalla buona scrittura. Deve essere terribile.

I personaggi femminili di Dalle rovine sono tutti potenziali cadaveri – e alcuni di loro, in effetti, lo sono. Maribel, al contrario, si salva perché ha vent’anni.

Già. Parlando di cimiteri, e tornando ad Angelo Morino: l’anno scorso a Torino, in una delle bancarelle di piazza Statuto, ho avuto una visione. Ho trovato Le morte di Ibargüengoitia, traduzione proprio di Morino, uno dei primi libri pubblicati da La Rosa sul finire degli anni Settanta. Quando l’ho sfogliato vibrava; lo zaino è ancora radioattivo. Nella postfazione, Morino ci ricorda che “la letteratura è uno sconfinato cimitero di donne”. Dalle rovine non fa eccezione. Se c’è un personaggio che non mi si è conficcato nel cervello però, è Maribel. Perché così… docile?
Le morte, sono d’accordo con te, è un romanzo magnifico, e come spiega giustamente Morino è una delle milioni di lapidi di donne che affiorano dal camposanto della letteratura. Questo immagino sia dovuto al fatto che molto spesso la letteratura si è occupata di sopraffazione. Il corpo femminile, e quindi anche lo spirito femminile, nel corso dei millenni è stato il paradigma della sopraffazione.

I personaggi femminili di Dalle rovine sono tutti potenziali cadaveri. Alcuni di loro, in effetti, lo sono: Dolly Gleason e Dora Lorenzi, una uccisa da una malattia e l’altra da uno Stato di uomini resi folli dal potere che viene loro conferito. Clelia Moroder e Maribel Lalande, invece, sfuggono al massacro, ma per ragioni diverse. Clelia è una donna che ha visto molto e ha scelto di essere sola, di inghiottire il terrore e trasformarlo in strenua resistenza. In lei c’è saggezza divina. Solo il dolore per la fine altrui può toccarla, ma nessuno potrà mai sopraffarla.

Maribel, al contrario, si salva perché ha vent’anni. Si infila nell’incubo con la stessa facilità con cui poi ne uscirà, ovvero grazie alla convinzione di non essere destinata a scomparire nel nulla. Può sembrare docile perché lo è, in un certo senso, ma il suo istinto di sopravvivenza la scaraventa fuori dal massacro appena in tempo (insieme all’altro giovanotto della compagnia). Per lei l’unica avventura possibile è quella a cui sopravvivrà. Non esiste in Maribel alcuna tentazione suicida, in senso metafisico. La sua gioventù è del tutto fuori luogo nell’atmosfera di corsa verso il baratro che cala sul gruppo di protagonisti con l’accumularsi delle pagine nella metà sinistra del libro, ed è proprio la sua gioventù a salvarla, almeno per il tempo della storia. In cosa si trasformerà con il passare degli anni non ci è dato saperlo.

Nel tuo libro “la carne è triste”?
In Dalle rovine la carne è magica e gli uomini sono persi. Se consideriamo l’etimologia di “triste”, che secondo alcuni viene da “terere”, ovvero consumare, corrodere, il libro è pieno di corpi tristi, così come è disseminato di architetture tristi, la cui voce, però, è potente e canta nel nulla.

E cosa faresti, se un giorno ti sembrasse di avere “letto tutti i libri”?
Mi preoccupa molto di più esaurire i giorni che esaurire i libri. A ogni modo, se dovessi avere l’impressione di aver letto tutti i libri, nel senso che intendeva Mallarmé, penso che me ne andrei a vivere in un manicomio, come Leopoldo Maria Panero.