Illustrazione di Davide Mancini.
Commenti

Di che forma è l’Abruzzo?

Nemmeno Escher, Flaiano e Cartier-Bresson sono riusciti a stabilirlo.

 

Qui sotto vedete che forma ha da sempre, per me, l’Abruzzo. Cartina cerata. “Abruzzi e Molise”. Scala 1:250.000 km. Vasto evidenziata con la scolorina. Mio nonno, maresciallo in pensione, se la teneva in studio un po’ per nostalgia dei suoi tanti spostamenti, un po’ per certe bazzecole da Settimana Enigmistica. Gli anni, le pulizie, i lutti, e la cartina finì dietro una porta avvolta nella plastica. Due anni fa l’ho recuperata. È la prima cosa che vedo al mattino dopo la tazzina di caffè.

1.jpg-crop

Foto dell’autore.

Sono tornato a vivere in Abruzzo dopo tanti anni e ho ancora bisogna di un’orientata per capirci qualcosa. I sentimenti non hanno a che fare con i confini e quindi sono alieni alla geografia. Questo articolo infatti dovrebbe smisurarsi, estendersi quanto il territorio stesso dell’Abruzzo, a costruire un’infinita contrada fatta di lettere, parole, frasi, note a margine, punti di sospensione, salti di paragrafo, numeri di capitoli e di pagine, tante sono le contraddizioni innate di questa regione che agisce come una nuvola sul mio immaginario di figlio ora amorevole ora disgraziato.

2-crop

Il panorama abruzzese interpretato da M.C.Escher nel 1929.

La forma dell’Abruzzo non è presto detta. Innanzitutto, come in una specie di principio di indeterminazione, la forma dell’Abruzzo è relativa all’osservatore. Per un viaggiatore a piedi, ad esempio, ha la forma di una scalinata lunga lunga lunga. Scalini bassi e scomodi. Storti. Fatica di gambe. Salita e discesa. Come il quadro di Maurits Cornelius Escher. E proprio l’incisore svizzero nel 1928 scopre la forma faticosa dell’Abruzzo. E la svela a tutto il mondo. Un piccolo cono di luce inquadra e illumina le vallate, le scarpate, le strade (allora poco più che mulattiere), gli strapiombi, i cespugli, le fronde, i borghi arroccati in forma di allucinazione di un Abruzzo che all’epoca era una terra inesplorata, una specie di hic sunt leones che nemmeno il grand tour di Goethe aveva penetrato.

Un’isola spartana, saldata al continente, le cui capitali erano minuscoli insediamenti come Anversa degli Abruzzi, Castrovalva, Goriano Sicoli, Opi – nomi balenanti che sarebbero dovuti essere raccolti dall’estroso artista in un libro interamente dedicato alla regione. Un libro immaginifico che si unisce alla pletora infinita dei libri immaginati, una schiera celeste che in qualche dimensione parallela, un altro me stesso sfoglierebbe volentieri sprofondato nella sua poltrona nelle belle giornate di aprile.

Come Escher, fa Henri Cartier Bresson, il quale nel 1951 scruta il cuore della regione e lo immortala con la proverbiale forza del suo obiettivo. È così che escono dalle tenebre montane i volti di Scanno. Vecchie in scialli neri, patriarchi in cappe oscure, giovinette addobbate nell’abito locale. Cartier-Bresson più che camminare, scala il piccolo borgo, che come una montagna è fatto di salite, ripide accorciatoje, precipitose discese. Mario Giacomelli, Mimmo Jodice e tanti altri fotografi scarpinatori sarebbero venuti – tanto che una bella appettata scannese è chiamata proprio “Via dei fotografi”. Il mezzo di trasporto preferito da Guido Ceronetti per attraversare l’Abruzzo è invece la corriera. Nel 1982 lo scrittore e filosofo sta compiendo il suo viaggio in Italia, commissionatogli direttamente dall’editore Giulio Einaudi, e decide di salire sui monti dell’aquilano a palpare il cuore stesso dell’invisibile. Raggiunge così Santo Stefano di Sessanio, in cui le case crescono una sull’altra in cerca affannosa della luce e dell’aria come le piante di un sottobosco giurassico, e contempla stanco la sua scalata, dove oggi comitive intere si muovono senza paura, riconoscenti al calendario per la giornata di pausa rubata al lavoro. Per loro la forma dell’Abruzzo non è la salita irta e disarmante, ma il colpo d’occhio fotogenico, la cartolina rotonda. E l’Abruzzo nei loro sguardi è piatto, pianeggiante, senza cime che nascondono segreti.

3-crop

L’Abruzzo dal Corno Grande – www.goticoabruzzese.it

La roccia è la scaturigine dell’Abruzzo. Di rocce è fatto tutto l’Abruzzo: ovviamente le montagne, ma anche le spiagge, che sono sgretolamento di antiche vette, le case, che sono intrigo di pietre affastellate, incastrate una nell’altra, come per un gioco esoterico. Case che dovevano resistere a nevi, piogge, tempeste di vento, incendi, predoni. La pietra, che non ha forma ma che produce sempre lo stesso ineguagliabile muro serpentino, contraddistingue il centro storico di ogni abitato regionale. E anche di quello disabitato. Non fate l’errore di giudicare l’Abruzzo nei giorni di pasquetta o di ferragosto, giorni in cui è tutto un vociare di turisti mangioni e passanti distratti; soffermatevi su di esso nei mesi di passaggio (ottobre-novembre o aprile-maggio), in cui la forma libera della roccia la si può osservare con distensione, avventurandosi in una regione che ha la sua vocazione nella spopolamento.

A Frattura (19 abitanti), a parecchi tornanti sopra il lago di Scanno, posso annusare la montagna tanto sono scarsi i centimetri che la separano dal mio naso. A Montebello sul Sangro, nel borgo di Buonanotte, posso aprire gli armadi nelle case evacuate, che si sciolgono notte e giorno, esattamente come me, che mi consumo “con lo stesso passo da svegli e nel sonno”. A Sperone, vicino Gioia dei Marsi, completamente tralasciata dalla strada provinciale, abbandonata due volte, la prima per un terremoto la seconda per la noia, arrivo a udire il silenzio, eco perfetto della disabitazione. Un silenzio che mi fa sentire come un pidocchio sulla groppa di una grande bestia. Se cadi in un fosso a Sperone nessuno ti viene ad aiutare, se cala notte a Sperone preparati, perché inizia un film horror. E lungo le strade, gli assi, gli acciottolati, tra rami e cespugli secchi, si affacciano le vuote carceri di dimenticate case. Perfetti negli archi a tutto sesto e nelle feritoie delle finestre, sono le rughe magiche di cui parla Giorgio Manganelli nelle sue bizzose camminate abruzzesi. La roccia dell’Abruzzo tiene in piedi le dimore, i castelli, le torri d’avvistamento, le chiese, i campanili, le proprietà, la roba dimenticata dai proprietari obliati anch’essi a loro volta dalla storia. Estinti gli abruzzesi, l’Abruzzo durerà ancora molto.

4-crop

L’Abruzzo all’inizio del secolo scorso – www.goticoabruzzese.it

La forma dell’Abruzzo è anche falce di luna. Il medioevo qui termina appena sessant’anni fa, quando la Ricostruzione porta la corrente elettrica ovunque e trascina gli spiriti antichi fuori dalle soffitte e dalle stalle, per ricacciarli nei boschi o nelle campagne. Tutto è cresciuto e prosperato sublunarmente. E se cerco trovo luoghi che non hanno mosso un passo dai tempi in cui la campana batteva il coprifuoco e si chiudevano le porte di case e villaggi per tenere le tenebre fuori dall’uscio. L’oratorio di San Pellegrino a Bominaco è un piccolo angolo di mondo dove, come nella cappella Sistina, non si può introdurre la macchina fotografica anche se assicuri alla guida, che sei andato a chiamare direttamente a casa, che non userai il flash. Il Bosco di Sant’Antonio è una distesa di faggi sclerotici che paiono posseduti, anchilosati in pose dantesche, si ergono a un passo di distanza dalla strada che porta sicura fino a Pescocostanzo. L’Eremo di San Bartolomeo, arabescato dentro il tufo di uno strapiombo, diviso dal mondo da un fiume che come ponte ha una gigantesca pietra rovesciata, se raggiunto dal versante della Valle dell’Orfento, promana una psichedelia degna di Zabriskie Point.

Lunari sono anche feste e rituali sparsi a grappolo per tutta la regione. La Corsa degli Zingari (atleti a piedi nudi raggiungono sanguinanti la chiesa della Vergine a Pacentro letteralmente lanciandosi da una vicina collina), il Rito dei Serpari (serpenti che s’aggrovigliano attorno alla statua di San Domenico portata in processione lungo le strade di Cocullo), la Madonna che Scappa (una pesantissima statua della Madonna di Loreto portata a spalla e fatta correre tra voli di colombe la mattina di Pasqua a Sulmona), i Falò delle Farchie (enormi fascine che bruciano a gennaio, durante la notte di Sant’Antonio, gli abitanti di Fara Filiorum Petri) sono tutte briciole di un banchetto notturno che affonda le sue origini in un passato che è dimenticatoio più che memoria.

5-crop

Serpari a Cocullo – www.goticoabruzzese.it 

E a proposito di falce di luna, l’Abruzzo ha la forma di baffo puntuto. Baffo sagace che appartiene a Ennio Flaiano, che io proporrei come camuffamento popolare (gli manca solo il sigaro ed è Groucho Marx), quieto Zanni di un’ipotetica Commedia dell’Arte Abruzzese. Più di D’Annunzio (che ha usato la regione come un pied-à-terre), più di Silone (che gli ha sempre gettato la croce addosso dall’esilio), Flaiano è colui che ha reso definitivamente l’Abruzzo e quel sentimento di appartenenza alla terra abruzzese, che è un abracadabra di me ne voglio andare e di guai a chi lo tocca. Lui stesso si trasferì definitivamente a Roma a diciott’anni ma niente poteva separarlo dai brevi ritorni estivi nella sua regione “quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco” (tratto da “Discanto” di Pasquale Scarpitti, edito da Sarus).

6-crop

Ennio Flaiano e il suo baffo spericolato.

E allora mi chiedo: abbandonare questa zattera montagnosa per tuffarsi nella mischia del mondo oppure quello stesso mondo osservarlo da qui, al sicuro sì, ma da muffosi bastioni? L’Abruzzo da questo punto di vista ha la forma di un trampolino. Lanciarsi o no? Terra di partigiani e scalpellini, papi, eremiti e santi da leggenda aurea, l’Abruzzo è un luogo miniato e, come le miniature dei grandi libri medioevali, marginale rispetto al corpus del volume. Ma sono proprio quelle miniature che prosciugano alla fine il conto corrente del collezionista.

L’Abruzzo è una tana. Di volpi, lupi, orsi. Ma anche di autori, scrittori e soprattutto fumettisti. È la tana di Tanino Liberatore che da Quadri, ossuto paesello dell’Abruzzo più spigoloso, è arrivato a conquistare il mondo del fumetto e dell’illustrazione internazionale. Frequentò agli inizi degli anni Settanta il liceo artistico di Pescara dove conobbe Andrea Pazienza, che faceva la spola da San Severo per seguire le lezioni del professor Visca alla stessa scuola. Fumarono i primi spinelli assieme fissando l’oceano adriatico dal lungomare e sempre assieme, appena diplomati, voracemente ingoiata l’esperienza in città, se la svignarono veloci a Roma e Bologna a ribaltare le sorti del fumetto italiano.

E il fumetto continua a trovare i suoi spazi in Abruzzo, a Pescara, a Teramo, a Vasto. Carmine di Giandomenico, Ratigher, la Scuola del Fumetto di Pescara, Anubi – opera del sottoscritto e di Simone Angelini – che nasce proprio dal contatto diretto con la strana provincia abruzzese, e poi Davide Mancini, Mattia Moro e tanti altri, tutti esuli o meno esuli. L’Abruzzo è dunque partenza, passaggio, ma anche arrivo. Definitivo. Pino Zac, funambolico fondatore de Il Male, si è ritirato in Abruzzo in una specie di solingo bunker che lo ha inghiottito finché, a 55 anni, non gli è venuto un infarto. La casa è ancora aperta e accessibile a chiunque abbia un minimo di volontà indagatrice (come Massimo Denaro che ne ha fatto il fulcro del documentario Zac-I fiori del Male), è un residuo polveroso, un sepolcro inquietante inscatolato tra le case di Fontecchio.

7-crop

Lo sguardo di alcuni autoctoni all’inizio del novecento in uno scatto di Thomas Ashby.

Infine l’Abruzzo ha la forma di un teschio, memento mori per i visitatori delle centinaia di cimiteri di città, di campagna, di montagna. Accanto a ogni paesino, persino per il più diseredato, spunta il suo fratello notturno, odoroso di cipressi e terra consacrata. In certe contrade l’illuminazione perpetua è l’unica traccia di civilizzazione nel sagrato della notte. Ed è qui che si evidenzia la ciclicità di un territorio che passa la mano, getta la spugna, per un po’ trattiene il respiro, perché è lecito che per rinascere una regione debba anche un po’ stancarsi, diminuire, sfiorire. E teschio è anche il logo, liscio golgota digitale, del sito Gotico Abruzzese, guida impeccabile di questo articolo e di tutti i segugi, abruzzesi e non, che vogliano impadronirsi dei segreti di una terra onirica che flirta pericolosamente con – bah! –  la realtà.

 

Consulenza: Antonio Secondo – www.goticoabruzzese.it

Illustrazione di copertina: Davide Mancini