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FNAC Generation

Una storia di dischi a Milano.

 

Il mio primo ricordo lucido e davvero adulto della città di Milano coincide con uno dei primissimi appuntamenti con un mio storico fidanzato milanese. Non ricordo assolutamente quando né dove ci incontrammo ma ho fermo nella mia mente il frame di noi due che entriamo da Mariposa, un negozio di dischi che tutti i milanesi in vita nati nel ‘900 conoscono. A Porta Romana, ma ancora su corso Lodi, Mariposa dischi si è oggi trasformato in un caffè che si autodefinisce “contemporaneo” per via, immagino, della musica lounge sparata a volumi anticonversazione e delle poltroncine in finta pelle freddissime, i quadri astratti stile Ikea alle pareti e, naturalmente, Campari, patatine e il solito buffet.

Non ho fatto in tempo a frequentare Mariposa dischi molto a lungo e ne ho, per la verità, un ricordo sbiadito, composto da un collage di immagini di espositori che tentavano di tenersi al passo con l’epoca, dando spazio a nuove uscite e musica commerciale, in netto contrasto con quella che avrei scoperto più avanti essere la vocazione originaria del negozio: uno spazio per cultori che, a quel punto della storia, lì, più che altro, ordinavano i loro desideri senza poterli più reperire direttamente con le dita e con gli occhi.

Quell’appuntamento tra i dischi di Mariposa fu solo il primo episodio di una serie di naturali esplorazioni della città in senso discografico. Incominciavo allora a dare vita al mio mai ben definito progetto di turismo musicale, un approccio al viaggio che mi avrebbe portato, ad esempio, a condurre a piedi amici dotati di pazienza e affetto non comuni, nella periferia di La Spezia in una domenica d’estate andando alla ricerca di un vecchio storico negozio di vinili che si era premurato di restare aperto unicamente in vista del mio arrivo.

La verità è che ho sempre sognato di avere un negozio di dischi di fiducia – proprio come alcune persone, nella vulgata, hanno un bar per il caffè della colazione – ma appartenendo alla generazione della crisi della discografia, questo desiderio è rimasto troppo a lungo irrealizzato.

Ho sempre sognato di avere un negozio di dischi di fiducia, proprio come alcune persone, nella vulgata, hanno un bar per il caffè della colazione.

A Milano, il sabato pomeriggio, io e quel primo amore trascorrevamo ore e ore al Discomane, sul Naviglio Grande, dove scrutavamo polverose vecchie edizioni di dischi introvabili, tornando quasi ogni settimana, proprio come feticisti dell’osservazione, a riguardare i dettagli della copertina di “Il mondo di frutta candita” di Gianni Morandi, prendendo confidenza con l’usato e il prezziario. Mi commuovevo, allora, di fronte a una prima stampa originale di Azzurro di Adriano Celentano, a qualche assurdo bootleg di Paolo Conte registrato in chissà quale teatro della provincia italiana, guardavo già con nostalgia le musicassette, iniziavo a capire che non c’era tempo, per me, per rimpiangere gli anni ’90 e che la mia più romantica forma di nostalgia si annidava tra i 45 giri italiani dell’inizio degli anni ’70, in un’infanzia – giovinezza d’elezione che non avevo vissute ma nelle quali amavo addentrarmi, fine settimana dopo fine settimana: Maurizio Monti, Herbert Pagani, i primi dischi di Jannacci, uno sconosciuto Luigi Tenco agli esordi, Mina ancora Baby Gate, Piero Ciampi, Dario Fo, Giorgio Gaber.

All’epoca, studentessa, non avevo un soldo, ragione per cui era impossibile che esaudissi i miei desideri musicali, più che altro, allora, li raccoglievo, in qualche modo, da qualche parte, li incameravo e poi, soprattutto, li studiavo. Studiare desideri discografici significa imparare a entrare in contatto intimo con un mondo, quello delle vendite dei dischi, che è ricco di terreni paludosi, impervi, di trappole e fregature. Io imparavo a guardare i solchi dei vinili, a distinguere la polvere dal graffio, l’eterno dal caduco, il prezzo ribassato per davvero dalla finta del negoziante, la novità succosa dall’illusione. Anche questa era un’educazione sentimentale che si sviluppava mentre di Milano imparavo strade, nomi di locali, di parchi, di fermate dei mezzi pubblici, sensi unici, la sua storia, le sue ossa nelle mie origini.

Luogo d’elezione della mia educazione all’acquisto discografico in città è stata la FNAC di via Torino (angolo via della Palla, come recitava Google Maps) dietro a quel gioiello che ad alcuni piace chiamar romano mentre non lo è, che si chiama piazza Sant’Alessandro, dove il sole filtra nelle giornate di luce d’ogni stagione con una precisione che mi fa sempre girare la testa.

Al reparto musica della FNAC di Milano, un caso più unico che raro di piccolo microcosmo, intimo negozio di dischi dentro un grande magazzino dell’elettronica, passavamo interi pomeriggi di esplorazione, scoprivamo le novità discografiche e la reperibilità effettiva delle pietre miliari del passato che piano piano conoscevamo in digitale, ci rendevamo conto del fatto che quei dischi che ascoltavamo dai primi ipod e da orribili computer fissi nelle case dei nostri genitori o dei nostri compagni fuorisede erano veri, con le loro copertine uscivano fisicamente dalle condivisioni YouTube sui primi social, dal p2p, dai cd masterizzati che gli amici ti portavano dentro casa e da cui, anni dopo, sarebbe stato bellissimo liberarsi per sempre. Al digitale dovevamo molto e nei suoi confronti provavamo una forma di gratitudine immensa, ma i nostri occhi e le nostre menti bramavano e pulsavano per quei dischi coperti dal cellophane in quei pomeriggi seduti sulla moquette del reparto Alternative della FNAC, ore di mani piene e tasche ancora troppo vuote, qualche bacio tra il profumo della plastica e l’ultima uscita, on air, del gruppo indie del caso, la cui copertina se ne stava appoggiata alla scritta “ora in ascolto”.

 

 

Alla FNAC abbiamo conosciuto Andrea, responsabile del reparto Alternative, felicissimo di fare quello che allora era anche un po’ il mio lavoro dei sogni, ci siamo scoperti weekend dopo weekend, consigliati dischi, scambiati impressioni sulle ultime cose e poi sulle prime, sui concerti visti in settimana – ed erano settimane, quelle, in cui si andava anche a tre, quattro concerti, con una ragionata bulimia che pensavamo non sarebbe mai finita e che invece ci avrebbe abbandonato con l’arrivo del lavoro, le prime perdite di tempo in inutili crisi amorose, le pause di riflessione in cui l’ultima cosa sensata da fare sarebbe stata fermarsi a riflettere.

Ci chiedevamo dove si dessero appuntamento le altre giovani coppie della città ma a noi giusto forse qualche cinema, di certo nessun bar, nessun locale, nessun dove, appariva più caldo, amoroso, adeguato di quel piccolo angolo di una catena di negozi francese che un giorno, proprio come noi, avrebbe chiuso i battenti.

Oggi, in seguito alla chiusura dei punti vendita FNAC italiani, in via Torino c’è un punto vendita TRONY.

Il giorno della sua apertura, per trasversali motivi lavorativi, ho dovuto partecipare all’aperitivo di inaugurazione nella palestra all’ultimo piano dell’edificio, salendo le scale mobili con gli occhi quasi lucidi di nascosto da quello che, allora, era il mio capo e pensando a quale orribile tiro mi stesse giocando la sorte in quel momento mi ritrovai catapultata in un’altra piccola porzione di imposto cambiamento e di età adulta.

Il reparto dischi così com’era nella sua ultima versione alla FNAC era stato smantellato, al suo posto ora c’erano casse che vendevano caramelle gommose e leccalecca e i dischi, tentando di riprodurre la vecchia gloria in un quinto dello spazio, erano relegati insieme ai libri.

Di recente sono ricapitata tra quei dischi e trovando molti vinili al 50% mi sono accorta che quegli ottimi prezzi erano però, al contempo, un pessimo segnale e che intorno a me, sempre per un altro beffardo gioco del destino, si stava smantellando anche quella replica in miniatura, gelida e lontana, degli antichi fasti FNAC: non ho resistito e ho pensato, uscendo dal negozio quasi triste per averci perfino comprato qualcosa, cosmicamente atterrita dal senso di progressiva fine destinata a qualsiasi cosa riguardi ciò che preferisco sulla Terra, che avrei finalmente dovuto parlare con Andrea, il mio vecchio amico FNAC caporeparto dell’Alternative, di questa meravigliosa e poi orribile storia.

Il reparto dischi così com’era nella sua ultima versione alla FNAC era stato smantellato, al suo posto ora c’erano casse che vendevano caramelle gommose e leccalecca.

“Parto dicendoti che il concetto di FNAC si basava moltissimo sul senso commerciale di retail editoriale e di conseguenza su quello di elettronica di consumo, in maniera molto diversa rispetto a quello che erano i competitor, cioè non interessandosi solo ai generi editoriali di consumo, ma coprendo tutta la domanda, compresa quella alternativa in tutte le sue diramazioni.

Il reparto musica internazionale dove ci siamo conosciuti anche noi, aveva infatti una propria area indipendente, dedicata all’indie, all’alternative e all’elettronica. Per gestire queste aree venivano scelti venditori con una grande passione per la musica, ma soprattutto per il tipo di musica che dovevano proporre, creando come una serie di micro negozietti specializzati per generi, tutti su di uno stesso piano, ma ognuno con una propria anima specifica.”

“Io iniziai a lavorare da FNAC”, continua Andrea, “dopo quattro colloqui da cliente quale ero: fu un’emozione grandissima poter lavorare con ciò che più amavo.”

Rievoco tutti quei pomeriggi e quanto fosse speciale poter creare quel legame tutto musicale, profondamente empatico che poi sfociava naturalmente in qualcosa di più confidenziale che superava le novità discografiche e le classifiche di fine anno.

“Il reparto Alternative che io gestivo, il reparto di musica internazionale (gestito da Angelo Leone) insieme a quello di italiana (gestito da Manuel) e infine quello di musica classica (prima gestito da Raffaele Barone e poi da Horacio Loguercio) erano gli unici reparti ad avere una clientela fissa” – mi specifica Andrea – “c’erano personaggi mitologici, freak di ogni genere, stalker vari, tutti con una sola ossessione: la musica. Nel mio reparto, dopo quasi due anni, avevo preso confidenza con molti clienti che non si accontentavano di comprare un disco ma cercavano l’emozione dello scambio, un confronto di opinioni soprattutto. Ho visto clienti spendere 200 o 300 euro a settimana, clienti che sono diventati amici inseparabili, altri che sono divenuti pure dei nemici nel tempo, venivano da me i Baustelle, Finardi, Mauro Pagani, Devendra Banhart e persino Morrissey.”

Come dicevamo era sorprendente vedere tutto questo movimento in un periodo in cui i download dal web diventavano la principale forma di fruizione: FNAC era uno snodo di attrazione molto forte e, come mi sottolinea nuovamente Andrea, “l’umanità, in poche parole, era l’antidoto al p2p”.

 

 

Gli chiedo a questo punto di raccontarmi con più precisione l’accaduto relativo alla chiusura, all’acquisto da parte di Trony e a quei dischi al 50% che mi hanno spinta a chiamarlo:

“Diciamo che il proprietario della multinazionale che aveva in mano FNAC si era stufato del commercio di retail perché, lui diceva, non fruttava più come prima: ha deciso quindi senza ritegno e naturalmente senza umanità, di chiudere i punti vendita in Italia – ritenuti i più ‘deboli’ – e mandare quindi in mezzo alla strada più di 500 persone, vendendo a un fondo speculativo che ci ha quindi rivenduti, come dipendenti, a Trony.”

E il reparto dischi? “Il reparto è andato a finire a terzi che, con il solo aiuto del mio collega Angelo Leone, ma con molti dischi in meno, ha tentato di tenere a galla ciò che c’era ma senza successo anche perché a Trony non interessava generare una fruizione come quella di FNAC. Ora, a gennaio, puntualmente, ci manda di nuovo in mezzo alla strada. Io, al momento dell’acquisizione da parte di Trony, sono stato mandato in cassa integrazione assieme a tutti gli altri colleghi dei reparti editoriali. Dopo sei mesi sono stato chiamato dal vecchio direttore per fare il cassiere e rientrare al lavoro. Ho accettato e per fortuna dopo un mesetto sono stato spostato al reparto Tv Audio, dove c’erano ancora tutti i miei vecchi colleghi che mi hanno insegnato un nuovo mestiere e mi hanno aiutato a reinventarmi piano piano.

Ora hai visto quel 50% perché Trony chiuderà e lascerà il posto a un punto vendita H&M.”

Non dimentico né mai dimenticherò il valore che in città hanno avuto, per i milanesi di questa stessa generazione, i caldi pomeriggi FNAC.

In questi tempi che coincidono anche con ritorno su scala sempre maggiore dei dischi in vinile, in città non mancano certo ottimi negozi di dischi. Segnalo – ma di certo ne dimentico – Volume in Santeria, Dischi Volanti sul Naviglio Grande, Massive Music in via Fara, Psycho in via Zamenhof, Serendeepity in corso di Porta Ticinese e Blackflip Records in via Nino Bixio. Ci sono poi, certo, i mercatini dell’usato e i punti vendita del Libraccio. Chiunque tenga vivo uno spazio simile oggi, è meritevole di una visita, di un acquisto, di diventare il protagonista di un consiglio a un amico, di un passaparola senza fine.

Nella città dove vivo, a pochi chilometri da Milano, ho una casa che sta a pochi metri dal primo negozio di dischi che frequentai in vita mia. Ho comprato lì dentro il mio primo vinile, una copia di English Settlement degli XTC a 3.000 lire: avevo 13 anni e ancora oggi suona divinamente. Il negoziante ha realizzato il mio sogno, mi chiama per nome proprio come succede nei bar, anziché propormi “il solito” mi racconta di un’intera collezione che deve ancora prezzare, venduta al negozio da un marito minacciato dalla moglie per via dello spazio rubato dagli LP: “Giulia – mi dice accorato – secondo me c’è un sacco di roba che ti aspetta” e io, puntualmente, ci casco. Oltre i veri piccoli negozi che gli appassionati e i cultori della mia generazione riscoprono ovunque nel mondo, però, non dimentico né mai dimenticherò il valore che in città hanno avuto, per i milanesi di questa stessa generazione, i caldi pomeriggi FNAC, non scorderò quelle volte in cui io e quel mio fidanzato ci guardavamo e decidevamo che quella sera non saremmo usciti e che con tutti i soldi risparmiati avremmo comprato dischi e ci saremmo ammazzati di musica dentro casa, né smetterò di ricordare di quella volta in cui Andrea, dopo un’accesa conversazione su Brian Eno, appoggiati alla colonnina per l’ascolto, mi raccontò di Tania, dicendomi: “Oh, è l’amore della mia vita, finalmente”. Stanno ancora insieme e da un paio di giorni c’è un nuovo disco di Brian Eno.