Foto: Claudio Giovannini/Getty Images.
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Firenze affonda

Cosa resta di quella che trent'anni fa Pier Vittorio Tondelli descriveva come “una fra le più vitali città italiane”.

 

È un giorno di festa sul Lungarno Torrigiani. Eppure, decine di operai sono al lavoro. Brulicano attorno a una voragine, cercando di riparare una ferita nell’asfalto lunga centinaia di metri. Al centro, come una grossa arteria che scorre nel corpo della città, una conduttura nera del diametro di circa 70 centimetri. A fianco alla ferita, mettono il dito nella piaga indigeni e turisti. Qualcuno osserva con indifferenza, altri con curiosità, altri ancora con rabbia. Non manca chi si ferma a osservare i lavori a braccia incrociate dietro la schiena, come il più classico degli umarell.

Quando arrivo a Firenze sono passati pochi giorni dal 25 maggio, quando sul Lungarno si è aperta una voragine lunga 200 metri e larga 7. Chi indica con il dito o fa domande, prova a indovinare chi sia il capocantiere e a cosa servano macchine e attrezzi, il fine ultimo delle manovre intraprese dagli uomini con il caschetto in testa. I fiorentini sembrano divisi tra due atteggiamenti contrapposti: c’è chi commenta con sdegno e osserva, come a voler lasciare impressa sulla retina quella immagine per realizzare che sia accaduto davvero. E c’è chi passa oltre, affretta il passo, prova a far finta che non sia proprio la città di cui va tanto orgoglioso.

La pioggia si infittisce un po’. Ci si accalca nella striscia di marciapiede lasciata libera dai pannelli orsogrill che delimitano il cantiere. Tra urti e malintesi si regola una sorta di senso unico alternato per la viabilità pedonale. I turisti provenienti da ogni latitudine del globo riconoscono davanti ai loro occhi l’immagine ormai celebre del marciapiede crollato, con la fila di macchine parcheggiate che all’improvviso si trova al livello del fiume. Ci sono giapponesi che non riescono a resistere dallo scattare, americani e inglesi “innamorati della Toscana”, coppie di giovani indiani vestiti con raffinatezza e all’apparenza decisamente ricchi, forse in viaggio di nozze.

Le immagini del crollo di Lungarno Torrigiani fanno il giro del mondo, conquistando gallery, video e articoli sulle homepage dei principali quotidiani, tv e mezzi d’informazione internazionale.

Un cameriere dell’hamburgeria-caffè Lungarno 23 si affaccia sull’uscio: per lui forse meno lavoro del solito, col cantiere che soffoca il locale alla moda dove si servono hamburger dai 14 ai 25 euro, carne buona, 100 per cento Toscana. E poi roastbeef di chianina, carpaccio di chianina, tartare di chianina… Sul menu sulla lavagnetta un tripudio di insaccati, affettati, formaggi. Aperitivi, apericene, aperipranzi con “il meglio dei prodotti locali”, compresi i vini che portano da queste parti i globe trotter dell’enogastronomia. Degustano, loro. Mica mangiano e bevono.

Arrivati al termine dell’area transennata, ecco il pezzo forte: alla prima conduttura nera se ne aggancia un’altra altrettanto larga. Tutto attorno morsetti a stringere come se fosse una macchina di tortura. “Vedi? È il passante”, dice un tizio che passa di fianco, con l’aria di chi la sa lunga. “In pratica, è come un bypass?”, chiedo; ma l’esperto che avrebbe potuto dare lumi è passato oltre. La vista diventa libera dalle transenne del cantiere e il centro di Firenze recupera il suo skyline. Sull’altra sponda dell’Arno riemergono la galleria degli Uffizi e la torre di Palazzo Vecchio. Poco più avanti riappare Ponte Vecchio; si può riprendere a camminare passo passo accanto al fiume.

Ma cosa è successo? Come si è aperta la ferita nella città? La fredda cronaca racconta che quel 25 maggio alle 6.15 (minuto più o minuto meno), duecento metri di lungarno cedono. L’asfalto che sprofonda ingoia diverse auto che, come perle di una collana multicolore, finiscono con le ruote a mollo. Alcune ore prima, attorno alla mezzanotte, il primo allarme: si è rotta una conduttura di 70 centimetri, la strada è allagata. Intervengono i vigili del fuoco, i vigili urbani e i tecnici di Publiacqua, la società che si occupa della gestione del servizio idrico locale. Sembra tutto risolto. Gli eventi successivi dimostreranno che non è così.

Tecnici e vigili lasciano il posto attorno alle 4 del mattino, ma l’acqua continua a fuoriuscire e a scavare, fino a provocare il cedimento. Le immagini del crollo di Lungarno Torrigiani fanno il giro del mondo, conquistando gallery, video e articoli sulle homepage dei principali quotidiani, tv e mezzi d’informazione internazionale. È un colpo al cuore e all’orgoglio. Non solo: il crollo del Lungarno diventa ben presto un simbolo del governo non solo della città, ma dell’Italia intera; per Publiacqua d’altronde sono passati nomi importanti della politica nazionale (da Maria Elena Boschi a Erasmo D’Angelis, passando per Filippo Vannoni) facendo della municipalizzata fiorentina uno degli snodi di potere più dibattuti dai commentatori.

Ma cosa è successo? Come si è aperta la ferita nella città? La fredda cronaca racconta che quel 25 maggio alle 6.15 (minuto più o minuto meno), duecento metri di lungarno cedono.

Il sindaco Dario Nardella, poco più che quarantenne erede dell’ex sindaco e oggi premier Matteo Renzi, chiede “chiarezza”. Con insistenza la politica e i cittadini vogliono la testa di un responsabile. Si cerca “l’errore umano”, un nome e un cognome a cui attribuire la figuraccia mondiale. Ma la colpa davvero di chi è? Per molti, il crollo è l’effetto di politiche urbanistiche precise anziché del caso. È il caso di un recente libro per le edizioni Aiòn curato dall’urbanista e ricercatrice universitaria Ilaria Agostini, che mi spiega: “Firenze negli ultimi dieci anni è stato un autentico laboratorio sul governo della città. Dopo che gli scandali legati alla speculazione edilizia hanno travolto il sindaco Leonardo Domenici, chi l’ha succeduto non ha fatto altro che accelerare i processi di privatizzazione e di svuotamento della funzione pubblica”. E uno dei simboli di questo passaggio è proprio l’azienda Publiacqua.

Secondo un particolareggiato dossier, negli ultimi anni a Firenze l’acqua del rubinetto costa sempre di più ai cittadini; ma gli investimenti per la manutenzione e il rinnovamento della vecchia rete idrica diminuiscono, di pari passo alla qualità dell’acqua stessa. Viene stimato che ci siano ancora 225 chilometri di tubature in amianto, per non parlare degli sprechi: la dispersione idrica sfiora il 40%, ben al di sopra della media nazionale. Un colabrodo che si traduce nella bolletta più salata d’Italia: 402 euro l’anno in media per ogni famiglia tra Firenze, Prato e Pistoia.

Col cantiere del Lungarno ormai alle spalle, proseguo il classico tour di ogni turista che si rispetti. Il paesaggio si trasforma, s’infittisce di negozi di grandi firme, le stesse di qualsiasi città globale. E poi: bar che servono panini con lampredotto e salumi, enoteche che si moltiplicano tra una vetrina di scarpe da ginnastica e una biancheria. L’enogastronomia, aggiungere “gusto” alla visita, è la true experience a cui ogni turista che si rispetti non può mancare. “Una volta qua c’erano quasi solo botteghe artigiane, ora non conviene più: chi aveva un fondo lo ha venduto, o lo affitta”, dice uno dei miei accompagnatori. Ma tra apocalittici e integrati a dire il vero ho sempre preferito i secondi: hanno il vantaggio di vivere nel loro tempo. Forse per questo non c’era da aspettarsi nulla di diverso. Dopotutto, se davvero esiste una divisione delle funzioni tra le città globali, il centro di Firenze è per sua natura immolato al turismo, allo svago.

Certo, c’è chi di tanto in tanto propone soluzioni altre. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari – fiorentino anche lui – ha scritto: “Invece di continuare a massacrare il tessuto dei nostri centri storici, dobbiamo ricominciare a prendercene cura. Amiamo le nostre città perché la loro bellezza è stata plasmata da una lunga storia: ma quella stessa storia ha prodotto cicatrici, debolezze, pericoli che non possiamo ignorare. È difficile tenerlo a mente in un’epoca che rimuove i segni del passaggio del tempo dai corpi vivi delle donne e degli uomini, e anche dai corpi (non meno vivi) delle opere d’arte più celebri, condannate ad un continuo, terribile lifting che ambisce a cancellare la storia e troppo spesso ci restituisce una bellezza astratta, disumana, inutile”.

Questa città pensata come un resort, tra edifici in vendita e spazi da affittare, deve ovviamente rimanere immutata, ferma nel tempo, fissata nell’idea collettiva che già ne abbiamo.

Riflettendo però, si sa, viene appetito. E allora cedo all’onnipresente street food, azzannando una rosetta imbottita di lampredotto e salsa verde (anche perché, mi dicono, “non lo puoi non provare”). Mi viene in mente una delle immagini più interessanti usata da Ilaria Agostini per spiegare la Firenze degli ultimi anni: quella del sindaco Nardella che gira, lui personalmente, come se fosse un’agente immobiliare, con un catalogo di edifici storici da presentare al migliore offerente per le fiere real estate di mezzo pianeta. Non c’entra solo la tanto abusata gentrificazione (è un pezzo che il centro di Firenze non è più “popolare”), ma proprio l’idea di città che ne deriva. Una dimostrazione esemplare è stato l’affitto di Ponte Vecchio alla Ferrari per un gran galà: una festa “privata e a inviti”, che tagliava fuori sia i cittadini locali, sia i turisti arrivati a Firenze da comuni mortali.

Questa città pensata come un resort, tra edifici in vendita e spazi da affittare, deve ovviamente rimanere immutata, ferma nel tempo, fissata nell’idea collettiva che già ne abbiamo. Per questo Firenze è in fondo ostile alle novità, ai cambiamenti, figuriamoci ai giovani e al divertimento. La città vive così il paradosso di essere allo stesso tempo un’attrattiva globale e una periferia culturale: eppure ancora negli anni Ottanta fu tra le capitali del rock italiano, una delle patrie della nostrana new wave. I dischi dei Litfiba, dei Diaframma, dei Neon, i dischi della I.R.A. Records e della Materiali Sonori, le serate di locali come il Tenax, hanno segnato una stagione, musicale e non solo. E poi? Quasi più nulla. Firenze è scivolata verso una sconsolata, addormentata provincia senza grandi attrattive. Certo, ci spiega Vanni Santoni, un’altra Firenze esiste. Ma trovarla è faccenda da iniziati che sanno riconoscere sentieri invisibili dentro un mondo che scorre parallelo a questo Lungarno.

La sera cerco in giro la città descritta da Pier Vittorio Tondelli, quando nel 1986 scriveva: “Oggi Firenze mi appare come una fra le più vitali città italiane, una città da cui non riesco a tenermi lontano, che mi richiama con forza alla sua vita, alle sue notti, alle sue ‘discese’. Cogliere allora in un’unica sintetica immagine, in un fotogramma, in una descrizione, il senso di questa città è impresa impossibile. Firenze è una grande capitale culturale ma, a differenza di altre città in essa è ancora possibile rintracciare e vivere qualcosa che le altre città, o metropoli, hanno perduto, o forse, nemmeno lontanamente, hanno mai avuto: il centro. Perché Firenze conserva fra due piazze, un ponte e qualche via, un centro vitale e fervido, in cui batte il cuore della città”. Ma dell’elenco di novità e cose interessanti messo in fila dallo scrittore di Correggio, quasi non vi è più traccia. “Il crollo è inevitabile /Tutti pieni e tutti salvi /Senza responsabilità”, vaticinavano proprio i Litfiba, in brano che del 1993. Il titolo era, guarda un po’, Firenze Sogna.