Immagine per gentile concessione di Filmstudio.
Commenti

Filmstudio Memories

Storia della leggendaria sala romana rifugio del cinema d'avanguardia (ma anche del primo Nanni Moretti).

 

Pubblichiamo un estratto dal libro Buio in sala – Guida breve ai cinema di Roma ringraziando autore ed editore per la disponibilità.

Arrivo in orario in questo bar da cui pare sia passato pure l’ingegner Gadda ai tempi del Pasticciaccio e lì riconosco Armando Leone che fuma e il suo cane Cesare occupato a mangiare del pane dalle mani della cameriera. Ci sediamo fuori, ordiniamo il caffè e subito mi passa un plico zeppo di articoli sul Filmstudio provenienti dal suo archivio personale.

Raccontano tutti la storia di questa piccola sala in via degli Orti D’Alibert, all’ombra del Gianicolo, che sin dal 1967 è stata, ed è ancora, la culla della cinematografia sperimentale e d’autore della capitale. In questo luogo che con le sue due salette rappresenta la prima multisala d’Italia, dove la prima cosa che si nota entrando è la lunga carrellata di locandine d’autore che campeggia appena sopra la biglietteria di legno circolare, è passata la storia del cinema e non solo sullo schermo: Pasolini e Gian Maria Volonté vi tengono le loro lezioni, Rossellini chiede quegli spazi per poter supplire all’occupazione del Centro Sperimentale di cinematografia da parte dei movimenti studenteschi del ’68, Jean Luc Godard un anno dopo lo utilizza come studio cinematografico per la preparazione del lungometraggio Vento dell’est, Moravia ci viene a vedere i film da recensire per la sua rubrica sull’Espresso e ancora, nel 1976, un giovane Nanni Moretti vi esordisce con il lungometraggio in super8 Io sono un autarchico. Poi Antonioni, Sergio Leone, Storaro, Verdone e le prime di autori che in Italia erano ancora dei perfetti sconosciuti come Wim Wenders, Fassbinder, Herzog fino al Living Theatre che con le sue prove in questi locali era di casa.

La storia va avanti con lo sfratto del 1985 che costringe il Filmstudio a spostarsi in diverse sedi provvisorie fino all’ottobre del 2000 in cui finalmente ritorna nella  storica sede di Trastevere dopo quindici anni di esilio.

Ma come dicevo questa storia è nota, la si può ritrovare in molti articoli, su internet, perfino raccontata in un bel docufilm di Toni D’Angelo dal titolo Filmstudio mon amour. Quello che cerco invece si trova tra le pieghe, in quei momenti in cui le vicende del cinema contaminano quelle personali di Armando (o forse il contrario), un eclettico siciliano che nella sua vita è stato fotografo, artista, critico, reporter, promotore culturale e che da oltre trentotto anni anima questo posto unico.

01-locandine-crop

Alcune storiche locandine del Filmstudio del periodo fine ’60/inizi ’70.

Quando gli chiedo come è arrivato a Roma e al Filmstudio partendo dalla provincia di Siracusa, capisco subito che devo resettare la bussola puntandola a nord-est, per la precisione a Udine dove alla fine degli anni ’60 Armando sconta la naia senza però dimenticare la sua passione per le storie da raccontare. Ha un’idea: realizzare un reportage sullo scrittore Fulvio Tomizza e così sfrutta ogni scampolo di tempo per spostarsi nella vicina Trieste. Ne diventa amico e durante una licenza premio se lo porta in Sicilia dove a bordo di una vecchia Mini Minor col cambio a frusta, lo accompagna sui luoghi che compongono il mondo letterario di Elio Vittorini.

Per un uomo che ha sperimentato sia la scrittura che l’immagine, il cinema rappresenta la sintesi perfetta o meglio l’approdo, e dunque la Roma degli anni ’60 e ’70 la terra promessa.

“Quando sono arrivato nella capitale avevo poco e niente; citando una canzone di Nino D’angelo direi appena ‘nu jeans e na maglietta’”, mi dice sorseggiando il suo caffè che sembra infinito.

In quel periodo Armando cerca il cinema in ogni occasione, in ogni vicolo finché non si imbatte nel clan di Silvano Agosti (oggi gestore del cineclub Azzurro Scipioni) con cui inizia a collaborare; sui loro set incarna l’espressione massima del factotum: guida l’auto, accompagna gli attori, porta i cestini del pranzo, sistema le luci, sbircia negli obiettivi, tutto purché sia cinema.

Poi nel 1977 finalmente arriva al Filmstudio, Pier Farri (socio storico del cinema) lo invita ad entrare nel gruppo e lì comincia una nuova stagione. E sì perché di stagioni si tratta secondo Armando che nella sua testa ne immagina nove, una per ogni cambiamento storico e sociale che ha investito questo cinema trasteverino. Da come lo guardo intuisce che non ho capito cosa intende, allora si sporge in avanti facendosi più didascalico: “È come se il Filmstudio rispecchiasse nella sua storia e nella sua programmazione le oscillazioni culturali della gente e quindi del pubblico. Cambia il gusto e cambiano i film e così cambia il nostro cinema. Però sempre con la stessa costante volontà di offrire solo film di qualità”.

“Come dire che avete sempre proposto senza subire. Insomma il Filmstudio è una cosa viva”.

“Ecco, hai capito, è una cosa viva, una perenne inquietudine”.

02-ingresso-crop

L’ingresso del Filmstudio a Trastevere.

L’ultima volta che entrai nel suo cinema davano La versione di Barney; ricordo la grande concretezza che si respirava in questo posto, come entrassi in una specie di tempio laico dello spettacolo che porta avanti la sua attività malgrado tutto.

“Il pubblico moderno è antropologicamente diverso”, mi dice “ha sempre lo schermo in tasca, non ha più la memoria viva di quando i film si potevano vedere solamente in sala. È un pubblico che ha perso il mito della sala buia e del grande schermo”, e in tutta questa inarrestabile disgregazione, il Filmstudio rimane un luogo in cui il cinema ha una sua solidità, un peso specifico, allora lo incalzo: “Ti senti lontano da questa generazione, da questa idea di cinema sconsacrato e diffuso?”.

“Per niente, non siamo rimasti a guardare indietro, anche se era un bel vedere, ma ci siamo evoluti e se adesso ci troviamo nella stagione post-cinematografica in cui la sala ha perso la sua centralità, allora vuol dire che ai cinema come il Filmstudio rimane soprattutto l’informazione, la formazione e la condivisione. Insomma accompagnare morbidamente il giovane nella sua crescita critica e sociale. Non dobbiamo dimenticarci che lo spettatore è sempre di razza umana”.

È per questo che quando definisco Armando semplicemente un “esercente” sbarra gli occhi. Per gestire una cosa viva e concreta ci vuole di più: “Io preferisco ‘organizzatore culturale cinematografico’ perché non ci limitiamo a scegliere un film sul catalogo dei distributori. Ce lo andiamo a cercare anche quando nessuno lo propone, ci crediamo, ci puntiamo, lo teniamo anche quando potrebbe sembrare poco conveniente. Insomma è un lavoro complesso in cui bisogna sapere far tutto: dal critico al contabile. Sai in passato quante volte la mia collega Delia Peres ha dovuto realizzare programmi e locandine armata solo di una macchina da scrivere?”.

Sergio Leone ed Ennio Morricone entrarono sedendosi sui braccioli della poltrona e senza troppe cerimonie improvvisarono una bellissima lezione sul rapporto tra cinema e musica, come parlassero a casa fra di loro. Andarono avanti così per ore.

Nella cartellina che mi ha passato poco prima, c’è un articolo di Tullio Kezich sulla Repubblica di qualche anno fa in cui parlando di questo cineclub elogiava il perfetto equilibrio tra cinefilia e pragmatismo. Mi confessa che sta pensando di organizzare dei corsi o delle lezioni-racconto sulla formazione di questa figura professionale; sul funzionamento di una sala o il delicato rapporto tra distributori, autori e produttori. Vuole raccontare come organizzare e promuovere una rassegna, cosa si vuole comunicare con la scelta dei film, la ricerca, l’archiviazione e molto altro.

Sarebbe bello poi che ognuno di questi studenti potesse sviluppare la propria creatività e cominciare a giocare “seriamente” col cinema, che si tratti di un cineclub o di un qualsiasi altro spazio culturale, non importa, a patto che sia appassionato come il Filmstudio.

Come quella volta all’inizio degli anni ’80 in cui organizzarono una rassegna su Sergio Leone, non potendo però proiettare un paio di pellicole per questioni di diritti. Amando ricorda che andò a prenderle direttamente dalle mani del regista, nella sua cineteca personale invitandolo a partecipare a uno degli incontri. E così la penultima sera mentre dentro la sala blu i ragazzi del centro sperimentale aspettavano di far partire il film, lo vide arrivare sulla via a braccetto con Morricone. Entrarono sedendosi sui braccioli della poltrona e senza troppe cerimonie improvvisarono una bellissima lezione sul rapporto tra cinema e musica, come parlassero a casa fra di loro. Andarono avanti così per ore, “ricordo che il proiezionista se ne andò senza neanche aver fatto partire il film. Ancora oggi rimpiango di non aver avuto un registratore con me quella sera”.

Entrambi rimaniamo in silenzio per qualche istante ad immaginare l’episodio; accanto a noi il marciapiede si anima, passano un paio di signore coi loro chihuahua che abbaiano ad ogni cosa, Cesare dorme sotto il tavolo. Non vorrei fare la parte del disincantato ma mi tocca: “Pensi che oggi una cosa del genere sia irripetibile? Insomma pensi che ci siano meno talenti in circolazione?”.

03-logo-crop

Il logo del Filmstudio.

“In realtà vedo una notevole vivacità tra i giovani, per questo mi ostino a dare una linea di programmazione privilegiata al cinema indipendente. A forza di insistere qualcosa di buono si trova. Lo faccio con i sacrifici, con le serate speciali, con quella austerità che io chiamo la ‘dignità spartana’ ossia poche risorse e molta attenzione a ciò che ci sta intorno. Solo così puoi trovare qualcosa di nuovo e interessante allo stesso tempo. Ma forse è una cosa che dovrebbero sostenere le istituzioni, in fondo non parliamo di somme impossibili”. “E la crisi? Avete mai la tentazione di cedere a scelte più commerciali per far quadrare i conti?”. “Anche se volessimo non sapremmo come fare”, e non saprebbero nemmeno dove.

Mentre segno una freccia indelebile sulla mia mappa dei cinema, proprio all’altezza del civico 1C di questa strada chiusa tra il Tevere, l’orto botanico e il penitenziario, chiedo ancora: “Secondo te la posizione del cinema ha influito sulla sua storia?”.

“Assolutamente sì. A quei tempi Trastevere era l’ombelico di Roma, tutto passava da lì. Non saprei immaginare il Filmstudio da nessun’altra parte”.

Parla della capitale ma c’è ancora un po’ di consapevole accento siciliano nelle parole di Armando. Mi appunto il nome della sua città natale per dovere di cronaca ma sbaglio qualcosa, mi sfila il quaderno e lo corregge. In stampatello scrive PALAZZOLO ACREIDE e poi AKRAI, il nome in greco del monte, specificando che lì si trova il teatro ellenico più piccolo del mondo e tre cinema, o almeno finché era ragazzo. A uno di questi è legato un particolare ricordo cinematografico:

“Negli anni ’50 le arene estive erano permanenti e non improvvisate come quelle di oggi. C’erano muri e palizzate che le delimitavano tutt’intorno. Ricordo ancora la sera in cui all’arena Di Mauro proiettavano Il mostro della laguna nera e ricordo pure che mio padre non volle darmi i soldi per il biglietto perché esasperato dalle mie continue richieste. Così presi delle cassette di legno dalla frutteria vicino non riuscendo comunque a guardare oltre il muro dell’arena, allora con un temperino scavai una fessura tra due assi passando tutta la sera a spiare il film con la faccia attaccata alla parete, rischiando di cadere dalle cassette ogni volta che il mostro emergeva ululante dalle acque. A ripensarci oggi mi fa ancora male la schiena”.