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Feste dell’Unità e belle straniere

Il ritorno del liscio, icona inventata dell'identità romagnola.

 

“Ho un ricordo preciso di quando la crisi si manifestò: capodanno 2000, le strade erano piene, sembrava dovesse finire il mondo. E noi, nei locali, guardavamo la gente andare in piazza, mentre i dancing restavano vuoti. Dopo oltre vent’anni di gestione del Fifty-Five a Forlì, oggi faccio il dj di liscio alle terme di Castrocaro e al Piteco, ma oggi le scuole da ballo stanno tagliando fuori i locali, non hanno più bisogno delle balere. La mia idea di maggiore successo, al principio degli anni ’90, furono i ‘mercoledì delle badanti’. Intercettammo le badanti e oggi l’80% delle donne che frequentano i locali sono straniere. Non è del tutto un bene”.

Questa, registrata né più né meno di due anni fa dalla viva voce di uno storico titolare di balere, è la situazione in cui versa l’industria del ballo liscio, quella che più di ogni altra è riuscita a incarnare l’iconografia più verace (e al tempo stesso più inventata) della Romagna, miscelandola con l’indole imprenditoriale del suo popolo; lo stesso popolo che – per intenderci – ha innalzato la California d’Europa lì dove sorgevano solo distese di dune afose e acquitrini popolati da zanzare (lo stesso popolo, en passant, che ha inventato la piadina, il fascismo e un “dialetto tra i più poetici d’Italia”).

Quell’immaginario che ha messo insieme le feste dell’Unità e le “belle straniere”, i suonatori zazzeruti e i dancing di paese, i valzer a non finire e le “belle burdele fresche e sedute sul cannone della bicicletta” è stato la cartolina che ha portato in giro per l’Italia l’idea della Romagna come di uno Strapaese al quadrato. La stessa idea che ha fatto odiare visceralmente il concetto di “tradizione” a quasi tutti i romagnoli che hanno meno di 50 anni.

 

 

Che poi, se proprio di tradizione vogliamo parlare, la storia del liscio è piena di se e di ma: non è una musica “spontaneamente” sorta in riviera (non è “la taranta del centro-nord”, insomma), ma la musica mondana che i romagnoli hanno voluto, cocciutamente, eleggere a stendardo identitario. La sacra triade valzer-polka-mazurka è nata altrove, nella Mitteleuropa del ‘7-800, e in Romagna si è accoppiata con i primi ancheggiamenti sudamericani, giunti in riviera al cambio di secolo, ed è stata poi cesellata con lo strumentario del jazz, per lo meno dalla fine degli anni ’20, quando entra in pista il leggendario Secondo Casadei. Che non fu il primo compositore-imprenditore romagnolo, perché non è mica vero che il liscio è nato nelle aie. Ingranaggio fondamentale dell’universo-liscio è infatti la balera, inventata a inizio Novecento da Carlo “Zaclèn” Brighi, uno capace di suonare con Arturo Toscanini ma anche di inventarsi, all’interno del suo casone di Bellaria, un locale in cui si pagava per ogni ballo. E le donne, guarda te, spesso non pagavano neanche.

Le balere e i dancing permeano da decenni l’immaginario dei romagnoli, quindi oggi è più facile accettare l’idea che siano loro, le balere, il patrimonio vero da riscoprire rispetto a quanto non lo sia una musica della quale per lo più ci si vergogna, ma che proprio nei dancing ha furoreggiato. Del resto le discoteche, e le balere prima di loro, sono totem identitari della “città espansa” romagnola. Certo, considerando l’impatto che il faraonico progetto ravennate della Cà del Liscio ha avuto sull’immaginario collettivo locale, si arriva anche a comprendere la penetrazione delle avanguardie giovanili in un luogo irreale come il Woodpecker di Milano Marittima, avveniristico dancing abbandonato degli anni ’60 (in verità più frequentato da orchestre di musica leggera che da ruspanti suonatori di liscio), che incarna l’idea stessa di “futuro anteriore”. All’interno del Woodpecker campeggia da anni un affresco dello street artist Blu e il locale è divenuto sede di una rassegna di musica elettronica come il Modulo Fest.

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Il Woodpecker di Milano Marittima (via Huffington Post).

La rivalutazione del liscio in quanto musica, invece, è lungi dall’essere compiuta, e certo non hanno aiutato i controversi strali che qualche anno fa l’autoproclamato Re del liscio Raoul Casadei ha rivolto a uno dei suoi “principali datori di lavoro”. Chissà, magari questa polemica ha aiutato tanti romagnoli a prendere le distanze in via definitiva da un’industria del divertimento invecchiata assai male, e che proprio oggi, mentre ne constatiamo il declino, riusciamo a immaginare finalmente distinta dal suo portato musicale e iconografico. I tempi, insomma, sono maturi perchè il “vecchio” diventi “vintage” e quindi torni ad avere appeal. Del resto, il fenomeno musicale vintage per eccellenza degli anni ’90 fu la cocktail music, che ebbe come massimi ambasciatori tricolori i Montefiori Cocktail, romagnoli di Tredozio, e il loro babbo Germano che fu un campione assoluto e un innovatore del liscio in tempi non sospetti.

 

 

L’inizio della riscossa fu probabilmente il connubio tra Elio e le Storie Tese e l’orchestra Casadei per La Terra dei Cachi, vincitrice morale del Festival di Sanremo nel 1996. Sul palco insieme agli Elii c’era Moreno “Il Biondo” Conficconi, frontman dell’orchestra di Raoul, che anni dopo sarebbe passato sotto l’egida della cugina Riccarda (figlia ed erede del capostipite Secondo Casadei), alla testa dell’orchestra Grande Evento.

 

 

Nello stesso 1996 il fisarmonicista Riccardo Tesi pubblica l’album Un Ballo liscio (una cosa folk-jazz con poco Casadei in repertorio ma un’idea abbastanza chiara su che cosa, ancora, ci mancava da ripescare); al cambio di secolo il Mei – Meeting delle Etichette Indipendenti, s’inventa un’esperienza sgangherata ma pioneristica come il carrozzone Transromagna e partono, per la prima volta, operazioni di filologia e ricerca come la Piccola Orchestra Zaclèn e i libri di Franco Dell’Amore, Gianni Siroli e Paola Sobrero. Nel 2013 il Ravenna Festival dedica un’edizione alla “musica popolare” – di fatto: al liscio –  permettendo all’orchestra-spettacolo Grande Evento di Moreno il Biondo di suonare insieme dell’orchestra Cherubini, quella dei pupilli di Riccardo Muti.

 

 

A quel punto ci si mette anche il sottoscritto, che a gennaio 2014 pubblica, su una nota rivista musicale, un lungo articolo sulla strampalata storia della “musica da ballo romagnola”. Qualche cosa comincia fatalmente a muoversi, mentre prende corpo (e coraggio) l’idea che il liscio possa suonarlo anche chi non è cresciuto tra clarinetti e balere. Difficile dire se il recente esperimento della Notte del liscio funzionerà: in questi casi il rischio è sempre che la sovrastruttura (l’evento e i suoi risvolti politico-identitari) travalichi la struttura (la parte schiettamente musicale).

Sul piano musicale, i primi a convincere sul serio sono stati i Sacri Cuori Social Club, ossia la più internazionale delle band romagnole che presta il proprio suono “italiano da frontiera” ai valzer e alle polke, con l’ausilio dei maestri Michele Carnevali e Primo Montanari.

 

 

Si è poi buttato nella mischia anche un agitatore indefesso dell’underground italiano, uno che la storia sonora della nostra penisola la conosce come le sue tasche e già qualche anno fa – si racconta – coltivava un progetto sul liscio dal nome talmente bello che non ve lo rivelo perché sarebbe fargli un torto (vorrei tanto ci tornasse su). Parliamo di Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35 e mille altre cose), unico non romagnolo a cimentarsi con l’Orchestrina di Molto Agevole, che rivanga nel passato remoto di una musica pre-Casadei o quasi, con retaggi operettistici, sottintesi colti, contaminazioni retro-geografiche e divagazioni nella canzonetta primo Novecento di Giovanni D’Anzi.

 

 

D’altra parte, se mi è concessa una digressione storica, il liscio è musica quintessenzialmente contaminatissima (non c’era motivo di porsi le problematiche filologiche del folk, dato che questa roba doveva più che altro far ballare e far sognare), quindi non stupirà scoprire che anche il romanissimo reuccio Claudio Villa si trovò a suo a agio con il suono d’antan della Vera Romagna, sull’album Villa… liscio e balla.

 

 

Detto che La Paloma di Sebastian de Iradie fa parte oggi del repertorio tanto dei Sacri Cuori Social Club quanto degli Extraliscio (vedi oltre), a riprova dell’ecumenismo del liscio va ricordato che a guidare La Vera Romagna c’era il sassofonista Ivano Nicolucci, forse l’erede “vero” di Secondo Casadei, il cui cavallo di battaglia era un altro immortale classico ottocentesco, perfettamente a cavallo tra la musica popolare e quella colta, come La Ciarda di Vittorio Monti.

 

 

Tornando a noi, il popolo indie si avvicina alla faccenda del neo-liscio con alcuni membri del Collettivo Ginsberg, che cambiano una parte della formazione per ri-battezzarsi Mr. Zombie Orchestra e suonare, con un piglio lounge-rock molto Ray Manzarek, un repertorio di “musica sepolta”, che inizialmente prevedeva anche vecchio jazz; ma il secondo album C’era una volta in Romagna – Danze tribali del popolo del liscio secondo voi a che repertorio attinge?

 

 

Recentissimo e «in divenire» è poi il progetto Secondo (sui nomi si potrebbe essere un po’ più originali…) di Claudio Zappi, che coinvolge anche la cantante Luisa Cottifogli (già coi Quintorigo) e l’ex Transgender Alessandro Petrillo, annunciandosi come variabile colta del neo-liscio, che strizza l’occhio all’etno-jazz ma lavora anche a un’interessante versione post-punk-jazz di Romagna Mia.

Il più ambizioso tra tutti i progetti è sicuramente Extraliscio, supergruppo dalle enormi potenzialità nato con la “missione esplicita di rilanciare la musica da ballo romagnola e riaprire le balere”. Tra i primi concerti della band c’è stato quello in un centro sociale come il Tpo di Bologna, all’insegna di un clash of cultures spregiudicato.

Sotto l’egida dell’inedita unione d’intenti fra Casadei Sonora e l’etichetta indie bolognese Garrincha (quella de Lo Stato Sociale, per intenderci), Moreno il Biondo, il cantante veterano Mauro Ferrara e il cantautore Mirco Mariani (figura cult della musica romagnola, già al fianco di Capossela e leader dei Saluti da Saturno) hanno riesumato tutto il gusto per il divertimento e la spudorata vena melodica del liscio. L’album Canzoni da ballo vol.1 punta quindi alla canzone romagnola (cioè al valzer, al country, alla cumbia, alla polka, al boogie e così via), e non al repertorio strumentale, revisionandone spirito e lingua solo in parte, come se Ciao Mare arrivasse da una balera retrofuturibile. In primo piano c’è l’esuberanza genuina del liscio, grazie anche a un’immagine studiatamente esplosiva.

 

 

Dal vivo la band perde qualche cosa della sua poesia ma diventa una straripante orchestra spettacolo che punta al divertimento puro, con autentici colpi di genio come una Vita spericolata in chiave tango.

Il secondo volume è in lavorazione, punterà più al versante strumentale del liscio e chi preferisce approcci più decostruittivi e “d’avanguadia” può stare in allerta, visto che già il volume 1 conteneva questo incredibile Saltarello, al quale Massimo Simonini di Angelica ha riservato un trattamento un po’ alla Otomo Yoshihide.

 

 

Ma perché, in definitiva, tanti musicisti tornano al liscio? Probabilmente la più reazionaria tra tutte le musiche oggi reagisce alla mancanza di “contatto”, fisicità e senso della “festa” che si avverte in uno scenario attuale incapace di partorire immaginari “familiari”. Per paradosso, il bisogno di suonare dal vivo, di avere “il musicista in carne ed ossa” come tramite per officiare il rito del ballo e la necessità per i musicisti di ritrovare un ruolo in seno alle “comunità” hanno finito per tramutare la più bistrattata fra tutte le storie musicali in una possibilità che forse ha un lungo futuro da scrivere. Signori, fate le vostre puntate.