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I giorni di Sant’Agata

Piccola guida alla festa simbolo di Catania.

 

Chiedersi cosa spinga delle persone a costruire una città sotto a un gigantesco vulcano è lecito. Soprattutto quando questa città, Catania, è stata ripetutamente devastata dai terremoti e dalle eruzioni dell’Etna. Ci sono due risposte a questa domanda: una è razionale e noiosa. L’altra è Sant’Agata.

Catania è una città barocca in bianco e nero (i colori delle pietre che l’hanno ricostruita decine di volte), dove l’assetto stesso delle strade è stato concepito per accogliere riti sacri dopo le colate e i terremoti che l’hanno distrutta e obbligata a rinascere da zero. Ciò che ha permesso ai catanesi di risorgere dalle proprie ceneri – letteralmente – è stato l’aiuto di questa santa ragazza, Agata, la quale ha messo il suo velo tra la città e la lava per preservarne quel tanto che bastava a farla rinascere. Così ogni anno, dal 3 al 6 febbraio, la città e i suoi abitanti cambiano vestito per celebrare la santa protettrice che si è presa l’onere di vegliare su un posto tutt’altro che sicuro.

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Sebastiano Del Piombo, Il martirio di Sant’Agata, Firenze, Palazzo Pitti.

La storia di Sant’Agata è avvincente a partire proprio dai fatti che l’hanno resa martire: giovane di nobile famiglia nata nel III secolo d.C., viene obbligata dal perfido console Quinziano, invaghitosi di lei, a rinunciare ai suoi voti cristiani. Incontrando la resistenza di Agata, l’uomo la sottopone a una serie di tentazioni orgiastiche per piegarne l’inscalfibile fede. Il risultato fu solo una condanna per la ragazza a una serie di torture. È piuttosto interessante notare come i catanesi abbiano negli anni reso omaggio alle pene della povera quindicenne attraverso una rivisitazione vagamente ironica dei fatti macabri: il seno di Sant’Agata si è così trasformato in piccole cassate con tanto di capezzolo candito dette appunto “le minnuzze di Sant’Ajta”. Non so se, nel caso in cui Sant’Agata fosse stata un uomo, gli oggetti delle sue mutilazioni avrebbero avuto la stessa sorte dolciaria.

Nei giorni in cui la festa di Sant’Agata invade Catania, si assiste a una vera e propria sospensione della realtà quotidiana, sostituita da una festa cristiana che ha in sé molto di pagano, tanto da farla risalire al culto della dea Iside: le scuole chiudono, le decorazioni addobbano tutte le vie che verranno percorse dal fercolo, le bancarelle di venditori ambulanti di cedro e mandorle tostate si appostano negli angoli strategici, le immaginette stampate col viso placido e sornione della santa si fanno spazio in ogni centimetro cubo della città.

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Un’immagine delle celebrazioni.

Di solito quei giorni di febbraio sono freddi e limpidi, e il cielo terso dà spazio allo spettacolo dell’Etna imbiancato, come se la montagna innevata dovesse fare da sfondo obbligatorio alla già pittoresca ambientazione di una delle feste religiose più partecipate del mondo cristiano. I protagonisti in carne e ossa sono i devoti, uomini e donne di tutte le età che hanno chiesto una grazia alla santa e indossano di conseguenza un saio bianco, detto sacco, segno di riconoscimento inconfondibile. Ma come spesso accade quando la religiosità si mischia con dei rituali particolarmente popolari, il prototipo del devoto di Sant’Agata coincide nella maggior parte dei casi con il profilo del ragazzo di quartiere non sempre dotato di principi moralmente impeccabili. I devoti, costantemente incalzati durante la processione da urla che recitano slogan per la santa (il più frequente è il “siamo tutti devoti tutti”, gridato a squarciagola fino a svenire, letteralmente in alcuni casi) esplicitano la propria dedizione portando sulle spalle giganteschi ceri, accesi e gocciolanti di cera fumante, per tutta la durata della festa, cioè per tre giorni e tre notti. Più è grande il cero, più è grande la grazia chiesta a Sant’Agata, ovviamente.

Oltre ai portatori di ceri, ci sono anche quelli che invece tirano il cordone legato al fercolo, detto vara, il quale racchiude le reliquie della santa, coperte da una statua mezzobusto che la raffigura a sua volta completamente ricoperta da gioielli, occasionalmente trafugati. L’espressione di Sant’Agata nella sua raffigurazione più diffusa, quella appunto della statua, è per me una delle cose più belle di tutta la festa: ha un sorriso beato ma allo stesso tempo divertito, quasi come se stesse sogghignando della magnificenza che le riserva un’intera città.

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Il sorriso della santa.

Il percorso del fercolo attraverso la città cambia nei giorni centrali della festa, cioè il 4 e il 5, ed è molto significativo per il rapporto viscerale che c’è tra la santa e il tessuto della città che lei ha più volte salvato. Il 4 febbraio è il giorno in cui la “vara” esce dal Duomo all’alba, dopo la messa dell’Aurora, chiamata a gran voce da tutti i catanesi che l’aspettano trepidanti, desiderosi di poterla guardare in faccia e di poterla toccare. Comincia così, nel primo giorno di celebrazione vera e propria, il giro extra moenia che tocca anche le parti più periferiche della città, come la stazione. Durante questa prima uscita, scandita da diversi riti durante il percorso, c’è anche quella che si chiama la “salita dei Cappuccini”. Chi non è mai stato a Catania forse non sa che la città è tutt’altro che pianeggiante: ci sono dei punti in cui le salite si fanno ripidissime proprio a causa della natura vulcanica dell’area. La salita dei Cappuccini, appunto, è uno di quei momenti in cui il pesantissimo fercolo viene trainato dal cordone di devoti che lo trascinano correndo. Il risultato oltre che spettacolare è pericoloso, vista la possibilità di rimanere schiacciati dal fiume bianco di persone, a mo’ di Mufasa de Il Re Leone.

Il 5 febbraio è il giorno del percorso intra moenia, nelle parti più antiche della città. A questo punto della festa è facile poter apprezzare la stanchezza mortale di tutti quei devoti, che devono ancora dare il meglio per la loro santa. Nel percorso finale il feretro attraversa la via Etnea, la via principale di Catania, fino ad arrivare a due dei momenti più topici della festa: la salita di San Giuliano e la sosta in Via dei Crociferi. Così come per la salita dei Cappuccini, anche quella di San Giuliano prevede una rischiosissima corsa in salita immersa in un bagno di folla. In effetti proprio durante questa salita c’è chi da devoto, per ironia della sorte, è morto schiacciato. Arrivati in via dei Crociferi, una via che abbonda senza modestia di sfarzo barocco, si verifica una scena spettacolare degna di Sorrentino: le suore benedettine si affacciano dalle sbarre del loro monastero e cantano nel silenzio più assoluto delle prime luci dell’alba. Da qui in poi la festa si avvia alla conclusione, e la malinconica stanchezza dei devoti riconduce la santa nella sua stanzetta dentro il Duomo, lasciandola con un ultimo spettacolo pirotecnico il quale inutilmente proverà a placare l’animo affranto dei catanesi che salutano la bella protettrice come si saluta un’amata che non vedrai più per tanti mesi.

E così si ritorna alla vita normale, con i postumi di una sbornia dei sensi. Per le settimane successive, le strade saranno coperte di segatura a causa dei chili di cera sciolti sulla pietra lavica. Gli operatori ecologici passeranno per le vie del centro a ripulire il macello di una gigantesca festa, con la tristezza di un party durato troppo o troppo poco. E tutti staranno a parlare del rientro della santa, come quando ci si vanta di essersi divertiti tanto a una festa da aver fatto ritorno a casa alle dieci del giorno dopo.