Foto di jacopo/CC. Artwork by The Towner.
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Di fantasmi e parricidi

Beatrice Cenci, decapitata nel 1599, è il più famoso fantasma di Roma. Da allora si dice che compaia sul ponte Sant’Angelo ogni notte dell’11 settembre.

 

Un complotto contro un padre violento e autoritario. Un’alleanza familiare contro un tiranno, parricidio come quello primordiale che per Freud diede inizio alla civiltà. Beatrice Cenci aveva ventidue anni quando uccise il genitore, quando fu condannata a morte e pubblicamente decapitata. Era il 1599 e sono trascorsi 417 anni. Si dice che la ragazza continui a percorrere il mondo, per ricordare l’ingiustizia della colpa. Di sicuro è il più celebre fantasma di Roma.

Tra le molte versioni della leggenda, preferisco quella secondo cui Beatrice appare sul ponte Sant’Angelo, da allora, ogni notte dell’11 settembre. Camminando in silenzio, con la testa in mano. La preferisco perché l’apparizione avverrebbe proprio nel luogo e nel tempo che hanno segnato il passaggio tra vita e morte. L’ultima notte di Beatrice. L’ultimo tratto di strada che separa la Corte Savella, dov’era imprigionata, dalla piazza dell’esecuzione.

In quest’epoca incapace di uccidere figurativamente i padri, e su quel tratto che ha il bonus di simbolismo proprio dei ponti, ho passato la notte in attesa dello spettro.

Arrivo poco prima di mezzanotte, ci ho pensato a lungo e mi sembra l’orario giusto. Per prima cosa faccio un attraversamento del ponte, con una certa solennità che non mi pare ridicola: dalla riva sinistra, quella del Pantheon e di piazza Navona, poco distanti, raggiungo la riva destra, dove si alza pesantemente Castel Sant’Angelo. Appena il ponte sbocca verso la piazza omonima, c’è una volante dei carabinieri. Faccio il percorso all’inverso, accompagnato da lucchetti di giovani amanti. Camminerò avanti e indietro fino alla fine, anche perché l’aria è fresca.

Se la “Rocca” dove Beatrice venne reclusa è un castello, questo ponte guarda in faccia a un “Castello” che per secoli fu un sepolcro – dell’imperatore Adriano. Poco distante, visibile, la basilica di San Pietro. In un unico sguardo la Roma del Cristianesimo e la Roma Antica.

 

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Immagino di incontrare dei mitomani, fanatici della leggenda. Immagino una qualche rievocazione storica, gente in costume cinquecentesco, ragazze che recitano la parte della decollata. Ma più di tutto, naturalmente, immagino di trovarmi di fronte a una ragazza che tiene la propria testa in mano. Beatrice Cenci vestita di bianco, come l’ho vista ritratta da Guido Reni e come prevede l’iconografia dei fantasmi.

Accanto a me, un gruppo di adolescenti si passa una bottiglia di Glen Grant, camminando via. I gabbiani strillano dal fiume. In corrispondenza di questo punto, il personaggio di Lo chiamavano Jeeg Robot riceve i suoi superpoteri. E qui sotto, a fine Ottocento, durante i lavori per l’incanalamento del Tevere, viene ritrovata la spada che pare aver decapitato Beatrice. Una spada del Cinquecento, in effetti, emersa proprio in corrispondenza del palco delle esecuzioni. Luogo irresistibile – a sentire la leggenda – per il fantasma del boia più famoso di Roma, Giovanni Battista Bugatti detto Mastro Titta. Che si dice vagare da queste parti e ovunque abbia lavorato, e offrire prese di tabacco in memoria di quando ne offriva ai suoi condannati.

Orfana di madre, da bambina sbattuta in un monastero, da ragazza allontanata da Roma e rinchiusa in un castello, picchiata e forse violentata dal padre. Il conte Francesco Cenci fa della figlia Beatrice una moderna principessa imprigionata. Nessuno arriva a salvarla, organizza tutto da sé.

All’una passata c’è lo stesso movimento di mezzanotte. Continuano a esserci quelli che accennano al cupolone di San Pietro e vogliono darsi un tono (“Da qua, sembra non avere la prospettiva”) e quelli che si fermano a commentare ogni statua del ponte (“Me pare ‘a croce de Cristo, dico ‘na cazzata?”). Dieci statue d’angeli, che non c’erano ancora ai tempi di Beatrice Cenci, realizzate da allievi del Bernini sotto la direzione del maestro, nato nove mesi prima della decapitazione.

Più di tutto, si fanno foto. È questa la vera funzione del ponte. Foto a se stessi, di rado a San Pietro o a Castel Sant’Angelo, mai alle statue degli angeli. Sono turisti stranieri, italiani, sono romani: non cambia. Hanno con sé treppiedi, selfie stick, allungano il braccio all’infinito pur di farsi le foto da soli, nessuno mi chiede di scattargliene. E le foto fanno discutere: se si alzano i toni, sul ponte, è quasi sempre per un disaccordo sul filtro da usare, sulla posizione del corpo, sulle troppe luci. Tre ragazze ci mettono dieci minuti (li ho contati) per una foto che soddisfi tutte.

 

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Una madre parla al figlio, dice: “Ogni statua rappresenta un simbolo” e altre cose che non riesco a sentire, e il bambino deve avere un anno, un anno e mezzo. L’ultima statua d’angelo, la più vicina al luogo dell’esecuzione, impugna un martello, come quello che sfondò il cranio al padre di Beatrice. Forse non è un martello, a veder bene, forse esagero per far tornare tutto.

Un martello, un chiodo. Così gli esecutori finiscono Francesco Cenci, per volere di Beatrice. Al centro della congiura c’è lei. I complici sono membri della sua famiglia: due fratelli, il probabile amante, la matrigna, cui si aggiunge un maniscalco della Rocca. Sono uniti da un accordo orizzontale contro il dominio di Francesco Cenci. Il quale viene stordito con l’oppio, picchiato, finito. E per fingere un incidente, una caduta, viene gettato oltre una balaustra del castello, nel vuoto.

Sulla balaustra del ponte c’è una bottiglia d’acqua, piena e abbandonata lì. Almeno un paio di volte mi capita di sentire passanti scherzare che sia una bomba. Poco lontano, un ragazzo appoggia i gomiti e guarda il fiume con ispirazione. Gli amici dietro lo chiamano per andar via, lui dice: “Ciao Roma, ci vediamo chissà quando”.

Durante il Giubileo del 1450 queste balaustre cedettero per la gran calca dei pellegrini, ci furono parecchi morti. Gli unici pellegrini che incontro stanotte, in quest’anno di Giubileo straordinario, arrivano tutti insieme in bicicletta, tutti con lo stesso fazzoletto al collo, e si allontanano ordinati in fila indiana.

Scatto qualche foto anche io, per accompagnare il pezzo e per passare inosservato qui. Ascolto i discorsi di amici che passeggiano. È un continuo, tra i maschi come tra le femmine, di confidenze di pene d’amore, voglia della persona giusta. E comunque nessuno tenta approcci, mai, nonostante l’ora. Uno con la maglietta BOMBER registra un messaggio vocale, urlando dall’inizio alla fine. C’è stato un problema con una serata, “Dovevo cantare io”.

 

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Sono passate le due, il ponte si è svuotato. Continuo però a vedere un uomo che avrà quarant’anni. La barba, i tatuaggi, una bicicletta che mi pare un’ottima bicicletta. Non mi guarda mai. Compare, sparisce, ritorna. Lo vedo qui da mezzanotte, continuerò a vederlo fino alle tre. Penso sia una guardia in borghese più che uno spacciatore. Poi penso che potrebbe considerarmi allo stesso modo, e decido che può stare in attesa del fantasma di Beatrice Cenci quanto me.

In verità la balaustra della Rocca non dà nel vuoto, ma su un giardino. È dove viene ritrovato il corpo, dove ha inizio l’inchiesta. Passerà un anno esatto, tra quel ritrovamento e la condanna a morte della colpevole. In mezzo: indagini, arresti, torture e confessioni.

Beatrice viene rinchiusa, stavolta dalla legge, in un altro edificio. La Corte Savella oggi non esiste più, ma era collocata nell’attuale via di Monserrato, a un chilometro dal Ponte. Qui Beatrice viene anche processata.

La condanna alla decapitazione è prevista per la mattina dell’11 settembre. Un gran pubblico è accorso, tra gli altri c’è Michelangelo Merisi, il Caravaggio. La calca e il caldo terribile provocano svenimenti, qualcuno cade e annega nel Tevere. La testa di Beatrice viene tagliata. Il corpo viene sepolto ma sulla lapide, come per tutti i giustiziati dell’epoca, non c’è nome. Manca l’identità e manca il cognome del padre.

Passate le tre, la città è muta. Sul ponte cambiano gli sguardi, crescono insieme la diffidenza e una solidale curiosità. L’unica presenza fissa è quella di due ragazzi francesi seduti sulla balaustra, che non hanno freddo nonostante la camicia, e si passano un cartone di vino bianco del Conad.

È tardi e sono stanco. Un vecchio mi domanda di una tabaccheria vicina, aperta di notte, gli dico che non so e mi saluta con “Buongiorno”. M’affaccio sul fiume e fantastico di Mastro Titta che ha finito le prese da offrire. C’è un cormorano che vola basso sull’acqua. Credo per una macchina rumorosa sul lungotevere, comunque per qualche motivo mi volto. Sul ponte c’è una donna vestita tutta di bianco. Mi stacco dalla balaustra. Non ha una testa in mano. Dietro di lei c’è un’altra donna, sono ubriache. Provano a farsi una foto e intanto cantano: “Selfie nella capitale / andiamo a comandare”.

 

Foto dell’autore.