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Niente vicoli e niente De André

Genova, Marassi, il pop, gli anni '90: conversazione con gli Ex-Otago.

 

Nel 2016 ho incontrato Maurizio Carucci, il frontman degli Ex-Otago, tre volte. A due concerti. Uno era loro, a Sestri Levante: piena estate, una luna da apocalisse e il mare immobile. L’altro di Calcutta, qualche mese prima, in un minuscolo teatro genovese, il pubblico che si sgolava su “Frosinone” before it was cool, i bene informati già consapevoli che, di lì a poco, i club non sarebbero più bastati di fronte a certi artisti della scena indie (?) pop (?) italiana.

Il terzo incontro invece è stato a casa sua. Di Maurizio. E di Martina, la sua compagna. Una cascina piccolissima tra vigne e orti sulle colline della Val Borbera, nell’alessandrino. Faceva caldissimo e Maurizio e Martina aravano la terra, smilzi come spaventapasseri, sudati come pugili. Ci offrirono nocciole tostate e uno sciroppo di erbe di prato, e si parlò di promoter buoni e cattivi, di contratti precari, di villaggi abbandonati. E di un nuovo disco – Marassi – che stava prendendo forma e, con le fughe in campagna, c’entrava davvero poco.

 

 

Oggi Maurizio Carucci ha una barba più da uomo saggio che da hipster e, quando non è in tournée oppure inviato a Quelli che il calcio, fa l’agricoltore. Lo fa davvero. Ma esistono fotografie del 1995 o giù di lì che lo ritraggono in jeans marchiati Essenza, camicia attillata e ciocche di capelli fissate a punta con il gel. “Un tamarro? – ride – Ma certo che ero un tamarro. Al tempo facevo il dj in discoteca, ed era fantastico. Mi ero fatto regalare i piatti per i dischi dai miei genitori, avrò avuto neanche 12 anni. La figura del dj per me era come quella di Cristo per un chierichetto”.

Victor, Vanilla, Cezanne erano i nomi delle discoteche genovesi al pomeriggio. Ognuno aveva almeno un paio di compagne di scuola che, ogni sabato pomeriggio, facevano le ragazze cubo al Victor, al Vanilla, al Cezanne. Dagli schermi a bordo pista Corona – o chi per lei – scuoteva le treccine scandendo il playback di “The Rhythm of the Night”. E non è un caso se ogni volta che gli Ex-Otago suonano dal vivo la loro personalissima versione di questa pietra miliare dell’eurodance il pubblico impazzisce. Lo fa davvero. “La mettiamo sempre in scaletta, perché ci appartiene, e chi ci segue si sente coinvolto, anche se nel 1995 magari non era neppure nato”. I millenials, gli dico. “Wow”, risponde lui, e anche se stiamo parlando al telefono (è in autostrada chissà dove sul furgone della band, per l’ennesima data di un tour che sta registrando soltanto sold-out) sento il rumore di un conato sarcastico che contagia anche me. Gli racconto di un episodio avvenuto un paio di anni fa, durante un viaggio di lavoro con alcuni colleghi trentenni.

 

 

Siamo in una discoteca a Valencia, frequentata per il 95% da Erasmus. Dalle casse esce fuori l’intro riverberato di “The Rhythm of the Night” e io e i miei coetanei iniziamo a cantare, galvanizzati. Tutti gli altri, giovanissimi, smettono di ballare e ci guardano come si guarda qualcuno che cammini in mutande per strada. Solo una volta superato l’imbarazzo capiamo che la nostra giovinezza è diventata “un classico”. Che gli anni Novanta saranno the next big thing. “Siamo figli di quella musica, di quella cultura – continua Maurizio Carucci – più ancora che di quella degli anni Ottanta. Nelle nostre tastiere, e in qualche melodia, c’è esattamente quella roba. Noi siamo pop, e finalmente in Italia non è più qualcosa di cui vergognarsi, ebbene, il pop si è espresso al meglio proprio in quel periodo”. Confesso al leader otaghiano che il mio primo cd fu Cannibali di Raf, e non sparo a vuoto: “In realtà sto scrivendo alcune nuove canzoni, una di queste si chiama ‘Fuori Controllo’ e ricorda tantissimo Raf anzi, sto ascoltando Raf pure troppo, ultimamente”. Non riesco a capire  fino a che punto la citazione e rievocazione degli anni Novanta, più o meno modernizzata e consapevole, sia un’esigenza estetica, un incantesimo di nostalgia o una formula di marketing. “Per gli Ex-Otago è innanzitutto un ritorno a casa – commenta Carucci – da un punto di vista musicale, ma non solo”. La risposta non mi convince granché. Tuttavia.

 

 

Marassi, l’ultimo disco della band, ha in copertina una bella fotografia del Biscione. È così che i genovesi chiamano da sempre il Quartiere Ina, un complesso di edilizia residenziale pubblica realizzato sulle alture di Marassi tra gli anni Cinquanta e Sessanta su progetto di Carlo Daneri ed Eugenio Fuselli. Si allunga come un serpente di cemento e finestre lungo il profilo della collina, tra pinete che prendono fuoco continuamente. Anche le auto e gli scooter prendono fuoco continuamente. Persino gli autobus della Amt prendono fuoco continuamente, perché non ce la fanno, con i loro motori d’antan, a risalire i tornanti di strade che portano i nomi di antropologi, naturalisti, esploratori.

Fino a qualche anno fa il Biscione era un posto ostile, adesso è un sogno residenziale, meta dei pellegrinaggi di studenti di architettura americani e finlandesi e coreani e così via. Ma è rimasto un posto vero. “Marassi è la Genova postmoderna, quella che non ha bisogno della retorica dei vicoli e di De André – osserva il cantante degli Ex-Otago – tutti noi siamo cresciuti lì ed è vero, abbiamo avuto bisogno di altro, per un certo periodo, ci siamo sentiti stranieri nella nostra Marassi, però questo distacco ci ha concretamente aiutato a cogliere quello di cui dovevamo riappropriarci. Nei centri storici c’è la vita, ma anche la commedia, il teatro. Nei luoghi come Marassi c’è solo vita. Senza filtri. E credo che siamo in un momento storico in cui essere senza filtro, paghi”. Marassi è pop ed è anni Novanta nella misura in cui alcune cose bisogna digerirle e abbandonarle per tornare ad apprezzarle di nuovo. Un po’ come dopo un’intossicazione alimentare. O come per gli album di Luca Carboni.

 

 

Hanno chiuso il Blue Moon. Diventerà un Unieuro. “Che tristezza”, è il commento di Maurizio al mio tentativo di aggiornarlo su ciò che accade nella sua periferia. Non lo sapeva. Perché canta di Marassi ma non ci vive più e se il carcere e lo stadio sono sempre lì, molte cose, invece, cambiano. Il Blue Moon è stato per lungo tempo uno dei pochi spazi a Genova dove fare musica dal vivo. Misure ideali, acustica perfetta, luci fluo e specchi ovunque, l’insegna che sembrava quella di un night. Forse lo era pure stata. “In queste settimane stiamo girando l’Italia e suoniamo in posti davvero molto belli. A Genova non esistono locali abbastanza grandi per ospitarci. Noi come altri. Ci si arrangia con altre soluzioni, alla sperindio, ma questa inadeguatezza è il sintomo di una città che non è in grado di vivere il presente. Se il Blue Moon diventa un negozio di televisori hd e ferri da stiro, è il simbolo del fallimento culturale di questa città nei confronti dei giovani”.

L’ultimo concerto degli Ex-Otago a Genova è stato un evento raccontato con toni epici da chi l’ha vissuto (“un’empatia così, solo ai concerti di Springsteen” ha detto un amico, con un’iperbole che mi ha ricordato come negli anni Novanta, Genova, ospitò pure un concerto del Boss), ma piuttosto complicato per la band stessa. “Un calore favoloso, le persone stupende, ma la location era troppo piccola, c’era un caldo bestiale – racconta Carucci – e il punto è che un’alternativa non esiste”. Ma se Genova è una città per persone che comprano televisori e ferri da stiro, la colpa non è soltanto dei “vecchi”. “Ho sempre avuto l’impressione che stiamo morendo di questa cosa che è l’eccessiva ricerca della nicchia, della cultura per pochi, dell’iper-indipendente a tutti i costi”. Parafrasando i Commitments: sono pop e me ne vanto. “Qualcuno sostiene che alcune nostre canzoni ricordino Jovanotti. E allora? Magari. Jovanotti riempie gli stadi. Noi non siamo Jovanotti, ma non siamo neppure la piccola band da poche decine di persone. Siamo in mezzo e quindi ce l’abbiamo un po’ nel culo”.

 

 

Dal pop alla pop art. Un paio di sere dopo la telefonata con Maurizio Carucci incontro a Genova Francesco Bacci, che negli Ex-Otago suona la chitarra. È seduto sulla scalinata d’ingresso del museo di Arte contemporanea Villa Croce. Insieme a lui, una ragazza con i capelli blu e un androide di latta, parte di una mostra dedicata ad Andy Warhol e il digitale.

Francesco ha un Mac sulle ginocchia e sta scegliendo le canzoni per il dj-set che inizierà di lì a poco. Ascoltiamo “Because I’m Me” dei The Avalanches e “Genius of Love” dei Tom Tom Club e “Rampi Rampi” di Grazia. Nello stesso tempo, all’interno del museo, un Commodore Amiga 1000 riproduce alcune opere realizzate al pc da Warhol pochi anni prima di morire. Negli stessi anni in cui disegnò, tra le altre, la copertina di Milano – Madrid di Miguel Bosè.