Immagine per gentile concessione di Dr. Pira.
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L’etica del lavoro secondo il Dr. Pira

Dove si parla di bar, di gite al mare e di gnomi.

 

Dr. Pira è un artista italiano residente a Roma che da tempo sconvolge le nostre percezioni con i suoi Fumetti della Gleba, fumetti “disegnati male” (in realtà da dio) in cui le ferree logiche dell’universo sembrano entrare in sciopero. In questi giorni sta promuovendo L’Almanacco dei Fumetti della Gleba sul sito Prima o Mai: c’è tempo fino al 15 luglio per ordinare l’opera da 900 pagine, che arriverà a settembre a tutti i donatori. Oltre quella data, nulla. Un’offerta irripetibile.

Ma come lavora Pira? E come vive? Perché è ossessionato dalla Norvegia? Sono alcune delle domande che gli abbiamo posto. Buona lettura.

The Towner: Dove vai quando devi scrivere o lavorare?
Dr. Pira: Per scrivere vado sempre in giro. Ho provato per un periodo a scrivere in casa, ma non mi riusciva. Non che mi dispiaccia casa mia, ma non funzionava la situazione: per un po’ ho pensato di aver esaurito le idee. Poi mi è tornato in mente che all’Università seguivo apposta corsi noiosi perché per qualche motivo disegnavo meglio lì. Quindi ho provato a mettermi in tutte le situazioni più improbabili per scrivere storie. In quel periodo ero appassionato di classici dell’avventura (Stevenson, Jack London, Conrad) e da quelle letture avevo concluso che era necessaria una vita avventurosa per poter scrivere storie interessanti.

Di conseguenza, quando non riuscivo a disegnare niente andavo il più lontano possibile in bici e trovato il posto giusto disegnavo en plen air. Motivo per cui molte storie finivano bruscamente, con un’esplosione atomica o un tramonto improvviso, perché poi dovevo tornare a casa – tramontava il sole, veniva freddo o mi inseguiva un cane pastore. All’epoca facevo anche altri lavori per sbarcare il lunario, non potevo dedicare tutta la giornata all’avventura. Però funzionava bene.

Da un paio d’anni ho deciso di dedicare più tempo al fumetto, perciò riesco a fare avventure più strutturate, potendo star via più giorni. Mare, montagna, collina o boschi, dipende dai periodi. Quest’anno per esempio sono andato in fissa con le terme, ma non riesco ad andarci tutti i giorni ovviamente. In mancanza d’altro, anche andare nei bar mi piace, ma ho dovuto dedicare molto lavoro alla ricerca del bar giusto. Non c’è una logica in tutto questo. I miei amici erano preoccupati. Mi giustifico con tutti i cliché del mestiere, dicendo che sono uno scrittore e sono costretto ad andare in posti belli per ispirarmi. Probabilmente, per me, fare fumetti è una scusa per fare cose simili.

La solitudine è importante per queste cose? Sei uno a cui danno fastidio i rumori mentre lavori?
Dipende dalle fasi: ci sono momenti in cui mi serve passare del tempo con delle persone, altri in cui sto meglio da solo. In generale vale la regola del “meglio soli che mal accompagnati”, ma ci sono certe persone con cui mi basta parlare qualche minuto per avere otto storie da scrivere. Per mettere giù le trame e strutturarle sto meglio da solo, e dopo per inchiostrare le tavole mi piace stare in compagnia.

All’Università seguivo apposta corsi noiosi perché per qualche motivo disegnavo meglio lì. Quindi ho provato a mettermi in tutte le situazioni più improbabili per scrivere storie.

Per diversi anni ho abitato in Germania, con degli amici del giro dei graffiti: una cosa che facevano spesso era arrivarmi in casa in un’ora a caso della giornata e mettersi a disegnare. Mi piaceva e mi sono sempre chiesto perché i fumettisti non facciano lo stesso. Credo che i writer lo facessero perché si vedeva nei film rap, mentre per il fumetto c’è ancora quell’immaginario noioso da persona puzzolente china sul tavolo. Inchiostrare è una di quelle cose che faccio bene anche a casa, ma spesso chiamo degli amici su Skype mentre lo faccio. È una buona via di mezzo. In più, grazie alla situazione telematica, ho sempre l’impressione di stare dentro a Ritorno al futuro 2.

A proposito di bar giusti, che caratteristiche deve avere un locale per diventarlo?
Sto cercando di capirlo anche io per riuscire a trovare il bar giusto più in fretta. Non dipende dall’estetica: va bene il bar storico, quello moderno, quello cinese. Più importante è l’affollamento e la posizione – esposti al sole d’inverno, all’ombra d’estate, meglio se con giardinetto. È necessario poi fare un po’ di test: anche se il posto è bello, non è detto che il personale sia quello giusto. Di solito, provo a ordinare solo un caffè e sto al tavolo per qualche ora. Se nessuno si allarma o si innervosisce, allora ci torno. Se son contenti di vederti spesso, allora va bene. A quel punto posso anche pensare di mangiarci, se il posto fa da mangiare. Se si mangia anche bene, è perfetto.

Come vedi ci vuole del tempo. La scorciatoia è sviluppare una sensibilità psichica per i posti, cosa che sto perfezionando. Una volta ero in viaggio con la mia ragazza e sono andato a fare colazione in un bel bar, dove però sentivo il campo della Forza disturbato: la cameriera si è infatti rivelata molto antipatica. Poi siamo passati davanti a un bar qualsiasi, ma sentivo una forte energia: il barista aveva il sorriso di uno che era stato in diversi altri mondi. Infatti, quando mi ha mostrato la saletta interna, le pareti erano dipinte con funghi giganti e folletti. Era il bar perfetto, peccato che io fossi solo di passaggio.

I tuoi posti preferiti dove lavorare a Roma e dintorni?
Ho una complessa mappatura di bar che dipende dall’orario e dalla stagione. Se non ho molto tempo, rimango attorno alla zona dove abito – vivo a Roma in zona Piramide, perché mi piacciono le piramidi. Lì intorno stanno aprendo un sacco di posti nuovi che hanno una vaga ispirazione nordeuropea/New York City, quelli con i mattoni e le sedie tutte diverse. In certi casi è positivo, perché vogliono imitare quei locali dove la gente va a lavorare al bar, ma non tutti ce la fanno. La Città dell’Altra Economia, dove mi trovo in questo momento, è un bel posto tranquillo. Poi ci sono i parchi, dove però è difficile trovare tavolini.

Quando ho più tempo vado nel litorale romano, ci si arriva in un’oretta di bici o prendendo il treno, ed è un buon investimento di tempo. Il Pelota Beach di Passo Oscuro è il miglior posto tra le spiagge vicino a Roma. L’anno scorso ci sono andato da maggio a settembre, e una volta trovati i baretti giusti ho scritto quaderni interi di storie che devo ancora pubblicare. Anche ai laghi ci arrivo comodamente, e mi regalano sempre forti emozioni. Tutte le volte che arrivo ad Anguillara mi sento come Jay-Z, non saprei dirti per quale motivo. Sarà che non sono di Roma.

Quando ci siamo sentiti su Skype per preparare questa intervista mi hai detto: “Andare in giro per scrivere è come andare a caccia: se passa una gazzella è più facile prenderla che stando a casa”. Puoi elaborare?
Non ho mai capito perché, quando chiedono a uno scrittore perché lavora nei bar, risponde quasi sempre che “osservare la gente che passa lo ispira”. Credo sia un modo per tagliare corto, ma non la dice tutta. Personalmente, mi può ispirare vedere delle belle ragazze, ma a livello di storie posso trarre molto di più da una bella puntata di Gianni e Pinotto. Per un po’ ho pensato che invece quel che fa funzionare la situazione non è osservare la gente, ma sapere che la gente può guardare te: non puoi star troppo tempo a fissare il vuoto, perciò ti dai un tono scrivendo.

Quando vado a scrivere in giro il tempo non sembra mai sprecato. Anche se non concludo molto alla storia su cui sto lavorando, mi sono venute idee per altre cose.

Poi ho notato che, mentre in casa mi sembra di perdere tempo anche le volte che combino qualcosa, quando vado a scrivere in giro il tempo non sembra mai sprecato. Anche se non concludo molto alla storia su cui sto lavorando, mi sono venute idee per altre cose. Più investo del tempo o dei soldi per andare in un posto, più questo effetto è forte. Credo funzioni in maniera simile alla caccia: se ti apposti e passa una gazzella, la prendi. Se comunque sei stato nel cespuglio tutto il giorno, mal che vada una marmotta la porti a casa. Se proprio non passa nulla, almeno ci hai provato. Se invece stai nella caverna tutto il giorno, difficile che fai qualche preda. Poi arrivi a casa e fai i dipinti rupestri. O forse le caverne con i petroglifi erano i bar della preistoria? Su questo la storiografia non è ancora certa.

Montagna o mare?
Spesso sono andato a passare un po’ di giorni in montagna per scrivere, soprattutto per i libri più lunghi. Avendo scritto una trilogia fantasy, ho fatto lunghi viaggi a piedi in Norvegia con la scusa di cercare degli gnomi. Non ne ho trovati – anche se in qualche momento mi sembrava che fossero molto vicini – ma ad ogni modo l’idea di fare una quest per scrivere una quest è stata ottima.

Ma non funziona sempre, si sa che la routine ammazza tutte le cose che non dipendono dalla logica, e in special modo quelle piacevoli. Dovevo fare camminate sempre più lunghe per trovare l’idea giusta, e la cosa stava diventando logorante. Perciò, metà dell’ultimo libro l’ho scritta al mare.

E la Norvegia com’è?
Molto bella. Inizialmente l’avevo scelta perchè ascoltavo tanto black metal e per via della rete di rifugi di cui è dotata: ci sono in tutta la Norvegia, a distanza di una ventina di chilometri uno dall’altro, collegati da sentieri ben segnati, e a buon prezzo. Ho attraversato l’Hardangervidda, un altipiano tra Oslo e Bergen, camminando per 200 km: una bella avventura ma lì il paesaggio è abbastanza monotono. I fiordi invece sono posti incredibili, sotto c’è la vegetazione tipo Cinque Terre, e quando poi sali a un migliaio di metri, in una giornata, sembra di stare sulle Alpi. Con la differenza che in certi punti ti affacci da una roccia e ci sono mille metri di strapiombo.

La regola, mi sembra, è “un libro, un viaggio”. Gite in programma?
Non saprei, dipende se farò altri libri. È difficile convincere una casa editrice della necessità di viaggi di formazione. L’ultimo libro l’ho coprodotto, ci ho messo i soldi sia per il viaggio che per la stampa, ma almeno con le vendite penso di riuscire a finanziarmi altri viaggi.

È solo grazie ai lettori che posso andare a prendere altre storie e riportargliele. Può trattarsi di andare fisicamente in viaggio o di fare ricerca psichica: spesso le cose coincidono. Ma in ogni caso, solo finché ci sono lettori che mi seguono posso permettermi di fare questa vita. Anzi, glielo devo!