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L’estate Latina

La verità pontina che nessuno ha mai trovato il tempo di raccontarvi prima.

 

Quando dico Latina non intendo Sabaudia e nemmeno Terracina o Gaeta, ma proprio Latina, Latina città. Quella fondata dai fascisti. Quella vicina a Roma, che però non è in provincia di Roma. Sai quella che ha dato i natali a Tiziano Ferro e Manuela Arcuri? Eh, quella Latina!

Una volta qui era tutta palude. Provarono a bonificarla tre Papi, ma contro le zanzare anofele nulla poterono le preghiere. Servivano il piglio e la caparbietà dei fasci che vollero farne la loro città simbolo e ci riuscirono, grazie alla manodopera di veneti, emiliani, friuliani e romagnoli affamati di terra che vennero giù a dare una bella pulita.

Mussolini all’inizio non ne voleva nemmeno sentir parlare, poi si sparse la voce, qualcuno applaudì l’iniziativa e lui si tolse la camicia e si mise a zappare la terra posando tranquillo davanti ai fotografi: “Anvedi che bella, la mia Littoria!”

Latina, sulla carta, è il paradiso terrestre: l’inverno passa in un lampo grazie alla protezione  dei Monti Lepini e l’autunno è più dolce della primavera. L’estate, invece, è umida da sgocciolare.

L’umidità estiva è il principale argomento di conversazione dei latinensi da metà maggio a metà settembre. Chi volesse andare a Latina d’estate farebbe meglio a studiare un po’ la questione umidità e prepararsi, ma molto bene, sul tema “caldo percepito”.

Perché quando fa caldo, come il caldo che fa a Latina, l’unica cosa alla quale si riesce a pensare e della quale si riesce a conversare, effettivamente, è il calore.

Quando ci si stanca di sudare per l’umidità, si può sempre andare al mare. Ancora una volta non intendo altro, non parlo di Sabaudia e nemmeno di Terracina o Gaeta, ma proprio Latina, Latina Lido.

Quel pezzo di mare che i romani sanno esistere perché segnalato dai cartelli sulla Statale Pontina, ma che non scelgono mai perché: “Sabaudia è meglio”, “A Sabaudia ci vado da quando sono piccolo”, “Ho un bugalow al Camping Sabaudia prenotato dal 2014” e soprattutto: “Perché, a Latina c’è il mare?”.

A Latina il mare c’è eccome.

Il Lido dista dal centro città 7 chilometri, per questo non si può dire che Latina sia una città sul mare e nemmeno che si tratti di una città di mare. L’unica espressione corretta è “Latina ha il mare”. Come se 8 km di costa sabbiosa con dune coreografiche – Bandiera Blu da due anni almeno – fossero l’accendisigari compreso nel prezzo in un’auto super accessoriata di tecnologie moderne.

Latina, sulla carta, è il paradiso terrestre: l’inverno passa in un lampo grazie alla protezione  dei Monti Lepini e l’autunno è più dolce della primavera. L’estate, invece, è umida da sgocciolare.

Che poi Latina ha pure le montagne. L’Antiappenino, dal lato latinense – la cui punta più alta tocca i 700 metri sopra il livello del mare – è ricco di storia e bellezze naturali. C’è il tempio di Castore e Polluce a Cori, un’acropoli a Norma e il giardino di Ninfa, monumento naturale della Repubblica Italiana vicino a Sermoneta, splendido borgo Medievale. Il tutto raggiungibile in 30 minuti dal centro del capoluogo di provincia.

Se poi non bastasse, Latina ha anche la pianura… pontina, dove sorgono la città vera e propria e con lei tutti i borghi di fondazione tipicamente rurali. Tra il mare e la montagna è tutta un’enorme installazione di architettura fascista ordinata e scarna ma insieme inspiegabilmente ariosa e aperta.

La toponomastica fascista permette di non perdersi mai. Se giri a destra, poi di nuovo a destra e a destra ancora una volta, ti ritrovi al punto di partenza. Non è forse un buon motivo per venire in vacanza qui?

Le strade sono larghe, spaziose. Forse nel costruirle i fascisti immaginarono di doverci far transitare migliaia di festosi cortei con il Duce in testa.

La proverbiale lungimiranza delle camice nere le fece perfette anche per la vita moderna. Qui la sosta in doppia fila non si può nemmeno considerare violazione del codice stradale, visto che, a parte bloccare chi ha parcheggiato correttamente, non incide minimamente sul traffico.

Le strade larghe si sono dimostrate eccellenti anche per altri eventi politici: il raduno degli Alpini, le visite Papali e la sfilata per l’inaugurazione di un nuovo McDrive.

La presenza di ben due McDrive consacra Latina come perfetto esempio della città di passaggio. Da Nord ci passi per andare a Sabaudia, da Sud ci passi per andare a Roma, da ragazzino ci passi il tempo fin quando decidi di non volercelo passare più. Nel tragitto che fai, un hamburger non te lo mangi?

Non ci manca nulla, eppure tutti, d’estate, preferiscono questa Sabaudia. Succede dagli anni ’60, quando pure Alberto Sordi per schiaffeggiare Monica Vitti in “Amore mio aiutami” scelse le dune di Sabaudia invece di quelle di Latina.

Anche i latinensi di città a Latina Lido preferiscono Sabaudia, Terracina, Sperlonga, alcuni addirittura Gaeta. Disprezzano la battigia che li ha iniziati alle gioie della spiaggia dai primi mesi di vita fino all’età adulta.

Dimenticano i bei tempi del liceo quando era obbligatorio il full time 12 – 19 con la Nivea al posto della protezione solare e l’ustione sulla schiena alla prima giornata di esposizione. Dimenticano i falò notturni, le salsicce, le chitarre, il bagno di mezzanotte, la birra e i cocomeri in acqua a raffreddare.

Oggi preferiscono darsi un tono tra gli ombrelloni sabaudi occupati dai romani, entrare in acqua fino al ginocchio, lamentarsi della temperatura troppo bassa, bagnarsi i gomiti e tornare davanti all’ombrellone, mani sui fianchi, a guardare i propri pargoli scavare buche sul bagnasciuga.

L’estate scorsa il mare di Latina era popolato da meduse e la reazione di alcuni latinensi fu di catturarle con dei bastoncini e sotterrarle nel bagnasciuga per evitare che pungessero i figli in acqua.

Anche a Sabaudia l’estate scorsa c’erano le meduse e la reazione dei bagnanti fu: “Te lo dicevo che il mare de Sabbaudia è mejo che Latina”.

I latinensi di montagna, invece, il mare se lo sono sempre sudato. Costretti, per via della distanza, ad affrontare le levatacce, infilare per tempo tutti i familiari in macchina e organizzare ogni tipologia di borsa per ogni tipo di emergenza: la fame, la sete, il ciclo mestruale, la diarrea, la puntura delle tracine e la voglia improvvisa di una partita a scopone scientifico. I latinensi di montagna si mettono in auto alle 9:15 e se tutto va bene arrivano a Capo Portiere alle 9:50. Lì ogni giorno affrontano il grande bivio della vita: mare di destra o mare di sinistra?

Capo Portiere è lo spartiacque del Lido di Latina, il bivio della vita del bagnante.

A destra ci sono gli stabilimenti balneari, gli arenili piastrellati, le discese in spiaggia su comode passerelle ombreggiate, il ristorante di pesce, il panettiere che fa i panini con la mortadella. A sinistra c’è la spiaggia libera, le dune popolate di vecchietti con le braghe sempre aperte, due o tre chioschetti attrezzati con caffè, gelati e pizzette rosse e il parcheggio con vista su Jurassic Park aka il Lago di Fogliano visto dal mare.

A Latina il mare di destra e quello di sinistra sono la sintesi didascalica delle due fazioni politiche. Da un lato la gerarchia di ogni singolo stabilimento impone file perfette di ombrelloni, tutti dello stesso colore, posti precisamente tra due sdraio rivolte verso il mare. Gli addetti, disciplinati e veloci, prima di accogliere nuovi ospiti si assicurano che il vento non abbia sollevato la sabbia sui tessuti e provvedono, nel caso, ad eliminarla con colpetti precisi dal basso.

A sinistra il melting pot culturale si manifesta in una colorata coreografia di ombrelloni, tende, piccoli accampamenti famigliari.  Una sorta di caos dentro il quale ciascuno riesce a trovare un proprio posto anche quando sembra non essercene più.

Così, se il latinense di città sceglie Sabaudia, svoltando a sinistra ben prima di Capoportiere, evitando del tutto il bivio simbolico, il latinense di montagna affronta la prova e se ne va a sinistra.

Parcheggia, mette il tappasol sul cruscotto, svuota l’auto di persone e cose e, carico come un venditore ambulante, si avvia alla sabbia. Scendendo tra le dune, all’improvviso, il mare appare in tutta la sua ampiezza ed è in quel momento che il latinense di montagna comincia a valutare quale sia il posto migliore per piantare uno o due ombrelloni, dove sistemare il frigo portatile, la sdraio di nonna, la tenda per i piccoli, le sedioline dei grandi, le bocce, il pallone, i racchettoni, il tavolino pieghevole con le 4 sedie e ovviamente i 6 teli mare XXL.

Io sono una latinense di città, ma non ho mai fatto il full time 12-19 con la Nivea. Io sono nata rossa di capelli e il mare per me è sempre stato una tortura.

In genere il posto migliore è vicino a me, anzi attaccato a me che sono sola con il mio telo mare, il mio borsino per le creme, la radiolina e le chiavi di casa.

Io sono una latinense di città, ma non ho mai fatto il full time 12-19 con la Nivea. Io sono nata rossa di capelli e il mare per me è sempre stato una tortura.

Da bambina ero una minoranza etnica, tacciata di inferiorità perché catarifrangente ai raggi solari. Ero l’unica in tutta la città di Latina a essere ancora bianca al 3 giugno. Una vergogna per una che vive in un posto che ha il mare.

Da piccola andavo in spiaggia con amici di famiglia le cui figlie avevano il dono della magrezza e della carnagione caraibica. Stesa di fianco a loro ero come una mozzarella fluorescente tra due fette di pane nero. Mi scottavo con la crema protezione totale, mi scottavo sotto l’ombrellone, mi scottavo anche con indosso la maglietta. Il brutto di quelle scottature è che non diventavano mai abbronzatura, come per tutti gli altri. Da rossa peperone semplicemente tornavo bianca, con qualche lentiggine in più: una fatica inutile.

Andare al mare era una tortura e non andarci pure perché voleva dire restare a casa a parlare del caldo e dell’umidità sudando.

A distanza di anni è tutto ribaltato.

Vivendo a Milano ho cominciato a capire perché Fossati senta l’urgenza di infilare il mare in quasi tutte le sue canzoni. Passo le ferie estive a Latina per la famiglia e per il mare. Di entrambi sento il bisogno, forse anche mossa dai sensi di colpa e dalla necessità impellente di apparire meno pallida e più colorita, almeno per due settimane l’anno.

Il mare è diventato il rituale catartico per il corpo e lo spirito, soprattutto perché il mare, anche quello di Latina tanto disprezzato dai cittadini, stanca. Passare 4 ore immobili sotto al sole, rotolando di tanto in tanto in acqua per sfiammare la pelle dagli attacchi dei raggi, permette di passare il resto della giornata in un delizioso stato comatoso.

Con 4 ore di mare di Latina resta addosso una specie di catalessi ottimista turbata solo da qualche goccia di sudore che stagna sulla schiena, sulla fronte, certe volte sulle palpebre. L’estate a Latina è sopravvivenza passiva al caldo, al tran tran paludoso, alla malagestione dell’amministrazione comunale, alle resine cadute sulle carrozzerie delle auto dai milioni di oleandri sparsi per tutta la città, ai volanti bollenti, ai cani che abbaiano alle 2 del pomeriggio, ai centri commerciali pieni di gente che si inebria dell’odore dolciastro diffuso dal McDonald’s, alle strade deserte mentre l’asfalto si scioglie e alle nottate rumorose di cicale canterine.

Però l’estate a Latina è anche ristoranti di pesce sul mare, pane veramente pontinbuono, verdura che sa di verdura, mozzarella di bufala che lusinga le papille gustative ad ogni morso. A Latina esci per farti un caffè e finisci a cena a casa di qualcuno che non vedi dall’estate precedente e che ti improvvisa una grigliata di gamberoni o uno spaghetto allo scoglio. Latina d’estate è pura lentezza. La cura perfetta per guarire da 11 mesi milanesi durante i quali tutto ha la precedenza, tutto è urgente, tranne la vita.