Foto: Stuart Seeger/ Licenza immagine: CC.
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Elliott Smith vs. Portlandia

Le mille forme e i contraddittori nomi di Portland, tra bar hip ed eroina in riva al fiume.

 

Il centro finanziario di Portland è uno spazio circoscritto e arrugginito, quasi sempre vuoto di sera e nei fine settimana. Lo si può guardare dall’interno fermandosi alla Keller Fountain, una fontana di enormi parallelepipedi irregolari, che formano una moderna ziggurat color sabbia rossastra. Dentro dovrebbe scorrere acqua e formare imponenti cascate, ma spesso (anche in estate) è secca. È stata progettata nel 1970 dalla paesaggista americana Lawrence Halprin, ha vinto premi internazionali ed è stata definita il più importante spazio urbano creato dopo il Rinascimento, con paragoni azzardati con piazza Navona e la fontana di Trevi. L’elemento più interessante però è un altro: il monumento è stato costruito sull’isolato che un tempo ospitava la taverna di Bud Clark.

Una tipica storia americana quella di Clark, che negli anni ’80 da barista è diventato sindaco della città, facendo intuire quale sarebbe stata la missione di Portland: moltiplicare all’infinito la buona cucina, il cibo di strada, i ristoranti, il tutto annaffiato di ambientalismo e pensiero politico progressista. Ma da qui Portland, non sembra Portland. L’immagine internazionale della città dell’Oregon è completamente annullata. Non c’è alcuno chef stellato, nessun bar alla moda o caffè, oltre alle solite catene americane. Non ci sono biciclette, niente prodotti locali, birre artigianali e neppure comunità di resistenza urbana.

Appena sono sceso dal Coast Starlight, il treno panoramico che da San Francisco mi ha portato in Oregon, ho deciso che la mia visita sarebbe iniziata da qui. Da quello che è un piccolo centro urbano dell’America dell’Ovest, lontano da ciò che ha reso Portland, PORTLANDIA. Qui la città perde la sua estensione spaziale (un inno alla grandezza e all’assenza di confini dell’ovest) per diventare un luogo chiuso e monotono, se non fosse per la fontana, appunto, e per una sconosciuta scuola superiore: la Lincoln High School.

 

 

Ci sono passato il pomeriggio stesso del mio arrivo per vedere una targa dorata, uno dei pochi segni visibili della presenza di Elliott Smith, che a Portland ha studiato, ha iniziato a suonare e a registrare prima di trasferirsi a New York e poi a Los Angeles. Nessuno degli studenti sa nulla di lui e non ci sono pellegrinaggi di turisti, a parte me. La scuola è circondata da un parco verdissimo e buio a qualsiasi ora del giorno tanto è fitta la vegetazione. Perché sono qui? La mia è la ricerca di un’illusione: intuire la forma reale di Portland e distinguerla dalla sua immagine percepita nel mondo, costruita attraverso migliaia di articoli e in parte dalla serie tv Portlandia. Ma anche dall’immagine che io stesso mi sono fatto di un luogo così lontano che mai avrei pensato di visitare.

La realtà è che la cultura hip-gastronomica che rende Portland una meta internazionale si mescola alla perfezione con la decadenza descritta a metà degli anni Novanta da Smith. Un senso di nostalgia molto simile a quello raccontato da Svetlana Boym nel saggio The Future of Nostalgia, in cui la scrittrice russa ripercorre l’evoluzione del termine, che da malattia diagnosticata ai soldati svizzeri nel 1700, si è trasformato in uno stato dell’anima durante il Romanticismo. Boym spiega bene come gli Stati Uniti abbiano costruito la loro estetica su questo concetto: tutto iniziò con Thomas Jefferson, il presidente che finanziò la spedizione di Meriwether Lewis e William Clark, gli esploratori che aprirono il passaggio verso l’Oregon. Jefferson parlò di “Natures Nation che vive costantemente nel presente e non ha bisogno del passato”: un rifiuto della storia che ha portato a una venerazione nostalgica della natura. E Portland ha in sé tutti questi elementi: è come vivere in un presente senza fine, in cui sono gli alberi e i boschi a definire i confini di ogni opera umana.

Keep Portland Weird”, ti viene da ripetere. Quando arrivi a Portland (soprattutto se lo fai in treno da sud, attraversando i boschi dell’Oregon), ti sembra di essere proprio Lewis e Clark, i primi due occidentali a entrare nel territorio dove nel 1845 sarà fondata la città con più soprannomi d’America. Anche il nome Portland arrivò solo qualche anno dopo, in onore dell’altra Portland, quella che sta nel Maine. La comunità era conosciuta come Stumptown (che oggi è un marchio di caffè) e The Clearing, visto che sono stati abbattuti migliaia di alberi per fare spazio al centro urbano. Ma basta scendere verso il Willamette River per accorgersi di Portland. Il fiume è attraversato da 12 ponti (per questo è chiamata anche Bridgetown), che danno l’illusione di essere vicinissimi l’uno all’altro e uniscono la parte storica all’area residenziale.

La mia è la ricerca di un’illusione: intuire la forma reale di Portland e distinguerla dalla sua immagine percepita nel mondo, costruita attraverso migliaia di articoli e dalla serie tv Portlandia.

Di là c’è la nuova frontiera. Boise, Sunnyside e il quartiere che prende il nome dal monte Tabor, un vulcano spento che è anche un parco e uno dei belvedere da cui osservare la città. A ogni angolo c’è un ristorante o un bar ma, a differenza di altri centri urbani, la controcultura arrivata negli anni ’60 da San Francisco non si è fatta addolcire dal denaro e dai turisti. Tutto è lasciato al caso: i giardini soprattutto, e gli orti, sembrano spontanei. Un po’ come la vegetazione che avvolge le case e le strade. “Strana e piena di opportunità” (“weird and crunchy”) scrive Bruce Katz nel saggio The Metropolitan Revolution, in cui definisce la metropoli dell’Ovest un esempio di rinascita economica: oggi è una delle prime tre città degli Stati Uniti per esportazioni grazie a un rilancio iniziato alla fine degli anni ’80. Ma questo non ha creato troppe aspettative negli abitanti, che continuano a essere il risultato dell’incontro tra una comune hippy e il grunge di Seattle (la città antagonista).

Lungo il fiume incontro Rory. Ha combattuto in Iraq, ha un figlio e un’ex moglie che vivono a San Diego, in California. Lui invece, dopo il divorzio, è tornato qui, ha vissuto in strada, si è drogato e adesso abita in un monolocale nei palazzoni che mi indica. “Là, proprio, là”. Il suo biglietto da visita dice che fa l’artista e mi racconta della città, elencandomi i suoi infiniti soprannomi. Quello che mi piace di più è Little Beirut. È stato inventato dallo staff di George H. W. Bush, dopo gli scontri che accompagnarono la sua visita nella città negli anni ’90, cosa che portò il presidente a fare un parallelo con la città mediorientale, distrutta dalla guerra civile tra il 1975 e il 1990.

Oltre a qualche famiglia e a gruppi di ragazzi che passeggiano, sulla sponda del fiume si possono vedere centinaia di clochard. Sono 16.000 le persone che vivono in strada, dicono le associazioni, 4.000 per il Department of Housing and Urban Development degli Stati Uniti. Negli ultimi 10 anni la situazione è peggiorata e il programma del comune per diminuirne il numero è spettacolarmente fallito. Sul fiume ci sono senzatetto che sembrano sadu indiani in contemplazione, accanto a famiglie che fanno picnic. E poi c’è l’eroina. Una ragazza si inietta la sua dose. Nessuno ci fa caso. Solo io guardo.

A nord di Chinatown, che sorge sulla struttura urbana della vecchia Portland, c’è Pearl District, uno dei quartieri alla moda della città. Le case di legno sono sostituite da edifici industriali di mattoni, quasi tutti ristrutturati, con vetrate enormi. File di locali si susseguono lungo ogni lato delle strade che percorro. A Pearl c’è anche una parte della storia della controcultura di Portland, Powell’s Books, che occupa un intero isolato e si è proclamata la più grande libreria indipendente al mondo. È meno famosa di City Lights di San Francisco o di Strand di New York, ma con molti più libri e una parte dedicata a quelli rari. Ne sfoglio uno che racconta la storia dell’International Rose Test Garden, il giardino in cui dal 1907 si conservano oltre 550 varietà di rose e si selezionano nuovi colori e fragranze. Si trova su una collina all’estremo opposto della città rispetto al monte Tabor, con il quale forma il confine naturale. Mentre osservo il tramonto guardando il Willamette penso che Elliott Smith ha dedicato pochissime canzoni a Portland: quasi tutte parlano di incubi, quartieri periferici e droga.

 

 

“Rose Parade”, invece, racconta il festival dedicato alle rose che si svolge ogni anno, a giugno, sul lungofiume e che Smith trasforma in un inno contro il folklore popolare. Una condizione che Portland continua a non voler dimenticare, e che spinge la città a conservare la sua estetica decadente e anti-commerciale anche quando diventa, come spesso accade, un fenomeno di costume. Le stelle Michelin assegnate ai ristoranti di Southeast Portland non hanno cambiato la struttura sociale dell’area, come invece è successo a New York o a Los Angeles. Anzi la riqualificazione continua a essere un’esperienza condivisa e non un affare per élite.

Sulla targa dedicata a Smith appesa a uno dei muri in prefabbricato della Lincoln High School c’è inciso il verso di una canzone che non parla dell’Oregon, ma che dopo aver passato alcuni giorni qui, descrive alla perfezione l’effetto Portland. È “Waltz #2″ e recita “I’m never going to know you now, but I’m going to love you anyhow”.