Foto: Patrick Copley/ CC.
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La perduta arte della polemica

Un'opinione americana sul caso Elena Ferrante.

 

Non molto tempo fa, mi sono trovato, come tanti altri, stranamente arrabbiato con un oscuro giornalista italiano. Quel giornalista, di nome Claudio Gatti, aveva pubblicato un articolo in diverse lingue che si proponeva di rivelare l’identità della celebre scrittrice italiana Elena Ferrante. L’autrice, la cui opera in questi anni è stata acclamata dalla critica quanto pochi altri scrittori viventi, si è aperta riguardo la scelta di scrivere sotto pseudonimo e poco altro. Nelle rare interviste rilasciate, ha dichiarato che l’uso di uno pseudonimo fa sì che sia la sua opera ad attirare l’attenzione, permettendole di concentrarsi sulla scrittura ed evitando le insidie della fama letteraria. Gatti sembra averla privata di quella libertà. Nel suo articolo, spiega nel dettaglio fin dove si sia spinto per condurre la sua indagine, ricercando nei documenti finanziari sia della donna che individua come Ferrante, sia di suo marito. Devo dire che trovo convincenti le sue dichiarazioni sulla vera identità della Ferrante. Trovo anche che il suo lavoro sia stato invadente e disgustoso.

Sicuramente la mia affezione per la scrittura della Ferrante gioca la sua parte. Ferrante è davvero una gigante, uno dei rari autori viventi la cui fama è proporzionale al talento. È una scrittrice estremamente raffinata, i suoi libri offrono una visione morale davvero insolita rispetto alle opere politicizzate di oggi, e usa un raro genere di ironia, sottile e dimesso. Eppure, anche se non fossi stato così preso dalla scrittura della Ferrante, avrei provato rabbia nei confronti di Gatti e del suo articolo autocelebrativo. Prima di tutto, l’inconsueta presa di posizione della Ferrante contro la fama, in un mondo in cui al tempo stesso ce ne si lamenta e la si desidera – si veda Jonathan Franzen, tipico caso di scrittore che si lamenta della celebrità pur ricercandola senza sosta – dimostra un’integrità immensa. Negandole l’anonimità, e affermando che proprio i tentativi di rimanere anonima siano stati lo stimolo per la sua indagine, Gatti essenzialmente pignora ogni possibilità di impegno artistico al di fuori della macchina della celebrità. L’indagine di Gatti sui documenti finanziari lo porta quasi a violare gli standard etici di privacy. Per un giornalista, una cosa è ricercare nei documenti di Hillary Clinton o Donald Trump, entrambi in gara per la carica più potente del pianeta. Un’altra è trattare lo stipendio di uno scrittore sotto pseudonimo come se fosse il Watergate.

Le giustificazioni di Gatti, nel frattempo, si sono rivelate deboli e fini a se stesse. Scrive che “annunciando che qua e là avrebbe mentito, a nostro giudizio la scrittrice ha però compromesso il diritto che ha sempre sostenuto di avere: quello di scomparire dietro ai suoi testi e lasciare che essi vivessero e si diffondessero senza autore.” Davvero? In che modo, Claudio? Questo non è un argomento, è un espediente, eppure occupa uno spazio fondamentale nelle giustificazioni di Gatti. Per essere chiari: non penso che Gatti abbia infranto la legge, e devo concordare a malincuore con Hamilton Nolan di Deadspin sul fatto che i giornalisti abbiano il diritto di investigare sull’identità di uno scrittore famoso. Ma questo non vuol dire che io debba apprezzarlo, o astenermi dal giudizio su Gatti e le sue assurde giustificazioni.

Ferrante è davvero una gigante, uno dei rari autori viventi la cui fama è proporzionale al talento.

All’inizio, quindi, sono stato contento di vedere tanta gente su internet unirsi alla mia disapprovazione. Molti dei tweet, dei post e degli articoli che ho letto esprimevano la mia stessa infelicità per questa scrittrice geniale costretta a sopportare un atto di giornalismo voyeuristico infame. Col tempo, però, le conversazioni sulla vera identità della Ferrante e sulla condotta del giornalista hanno preso una piega familiare. Come sembra succedere sempre più spesso, il caso contro Gatti è stato strumentalizzato politicamente in termini precisi: non era solo colpevole di un giornalismo sconveniente, o di essere un cretino, ma di abuso, di abuso di genere: un tipo di abuso particolarmente corrotto, particolarmente tabù. I social media si sono accesi di accuse che l’articolo di Gatti fosse sessista, molesto, un tipo di violenza di genere, e che fosse paragonabile alla violenza domestica o all’aggressione sessuale. Charlotte Shange di New Republic ha affermato che le rivelazioni siano state sessiste, sostenendo che le giustificazioni di Gatti “riecheggiano le agghiaccianti dichiarazioni di uomini che violentano una donna sostenendo che fosse lei a volerlo e che se la fosse cercata”. Un sito di attivisti che si occupa di catalogare i casi di victim-blaming ha affermato che l’articolo di Gatti fa “parte del continuum di violenze sulle donne e sulle ragazze.” Tom Geue ha definito le azioni di Gatti “un tentativo reazionario di riappropriazione”, paragonandole alle antiquate tradizioni di uomini che schiavizzano le mogli. Il messaggio da ogni angolo era chiaro: Gatti non era solo colpevole di un’invasione della privacy particolarmente spiacevole, ma di qualcosa di molto più oscuro.

Cosa pensare di tutto questo? Soprattutto, mi sembra che queste persone stiano banalizzando proprio quelle accuse che prendono più sul serio. Paragonare un giornalista che svela l’identità di un ricco scrittore ad atti di violenza domestica, sottomissione, e aggressione sessuale vuol dire mancare di rispetto alle vittime di questi crimini orrendi. Quello che è successo alla Ferrante è stato spiacevole, e anche opportunista; ma non può essere paragonato a una violenza fisica o sessuale. Questa distinzione è necessaria se vogliamo conservare lo status di quei crimini e la loro particolare condanna morale. Lo sdegno è una risorsa finita; cercare di suscitarlo più e più volte significa che il suo valore nel futuro sarà sempre minore. Allo stesso modo, malgrado non ci siano dubbi che il genere abbia un ruolo in questa storia – il genere ha sempre un ruolo – non penso che sia costruttivo giudicare le azioni di Gatti come sessiste. Schifose e maliziose basterà.

Sto chiedendo, in altre parole, di riabilitare il concetto dello stronzo. Non penso che Gatti sia un criminale o qualcosa di simile a un marito violento. Penso che sia uno stronzo. E “stronzo” può essere davvero un’accusa forte (lo dico come qualcuno che è spesso accusato di esserlo). A conti fatti, è assolutamente positivo aver raggiunto una maggiore consapevolezza della presenza diffusa di intolleranza e di ineguaglianza, e che le conseguenze sociali per chi offende un gruppo emarginato si siano intensificate. Ma dobbiamo essere in grado di lanciarci in condanne più o meno dure a seconda della situazione. Ci servono più strumenti retorici, non meno; ci servono sia bisturi che asce da guerra politiche. Se ci limitiamo a interpretare ogni comportamento che non ci piace come un gesto di intolleranza, non solo perdiamo la specificità necessaria a una critica circostanziata, ma anche la possibilità che il nostro sdegno giunga alle altre persone. Abbiamo un disperato bisogno di affrontare il pregiudizio sistematico che è intorno a noi, e per questo dobbiamo fare attenzione a non smussare i nostri strumenti retorici abusandone.

Penso che si possa al tempo stesso trovare sgradevole il modo in cui Elena Ferrante è stata esposta, sostenere gli sforzi di fermare la violenza sulle donne, ma anche rifiutarsi di interpretare il primo come un esempio della seconda. È vero che la violenza sessuale rimane spesso impunita, che dobbiamo credere alle vittime che si fanno avanti, ma anche pensare che il fiasco di Rolling Stone sulla University of Virginia si sarebbe potuto evitare con un adeguato scetticismo e un controllo iniziale più accurato. È vero che Hillary Clinton è stata vittima di sessismo per tutta la sua carriera, è giusto opporsi a quel sessismo, ma anche riconoscere che delle frivole accuse di sessismo vengono usate continuamente per proteggerla da critiche legittime. Chiedo di essere liberi di usare il nostro giudizio per decidere quali rivendicazioni di intolleranza sono credibili e quali non lo sono, senza essere accusati di stare dalla parte del torto. In poche parole, mi sto schierando a favore del pensiero critico tra chi in generale condivide gli obiettivi del liberalismo e della giustizia sociale. Dico che il nostro impegno nel combattere il sessismo, il razzismo e altre forme di intolleranza e ingiustizia non può impedirci di essere critici su quali specifiche accuse siano più o meno credibili. Dico che unirsi a una lotta non può e non deve significare abbandonare il proprio diritto e la responsabilità di mettere in discussione o criticare chi sostiene di essere impegnato in quella lotta, quando sembra appropriato farlo.

Chiedo di essere liberi di usare il nostro giudizio per decidere quali rivendicazioni di intolleranza sono credibili e quali non lo sono, senza essere accusati di stare dalla parte del torto.

Siamo una specie cinica e viviamo in un mondo cinico. Le persone approfittano di idee legittime e nobili cause per il proprio tornaconto continuamente. È la vita. E nessuno di noi è libero dal potere della nostra autopersuasione, dalla nostra abilità di convincerci che ogni futile, naturale frustrazione dell’esistenza umana sia in realtà frutto dell’ingiustizia. Viviamo in un mondo a predominanza bianca, patriarcale, con una rigida struttura di classe e quindi, più spesso che non, le accuse di razzismo, sessismo e classismo saranno vere. A volte, non lo saranno. In quei casi, è fondamentale essere in grado di dirlo, perché la credibilità di ogni movimento politico dipende in parte dalla volontà dei suoi membri di criticarlo.

La sinistra critica rispetto al progressismo ha spesso faticato a trovare un termine che descrivesse retoriche o strategie non costruttive. Termini come “politicamente corretto” e “politiche identitarie” sono generalmente associati ai conservatori, e sono troppo maldestri per essere efficaci. Personalmente, ho iniziato a pensare a un certo tipo di impegno politico progressista mal indirizzato, come alla politica della deferenza – e cioè la teoria politica che suggerisce alla persone di inclinazione progressista di abbandonare il proprio pensiero critico e impegnarsi in un supporto non ragionato di chiunque si faccia portavoce di movimenti antirazzisti e antisessisti. È pensiero comune che i sostenitori dovrebbero “ascoltare e basta”. Questo approccio provoca diversi problemi, primo tra tutti la questione di chi esattamente dovremmo ascoltare quando membri di gruppi emarginati diversi sono in disaccordo, come succederà inevitabilmente. Di più, l’idea che dovremmo ascoltare e basta implica la rinuncia alla più fondamentale delle esigenze morali: quella di seguire la nostra coscienza. Ascoltare e basta è semplice, e troverete eserciti di persone privilegiate nel mondo dei media, in quello accademico, e nell’industria dell’intrattenimento che ne hanno fatto una carriera, sostenendo per inerzia la moda progressista del momento. Ma ascoltare e basta ci priva di quella spietata autoanalisi che è l’unica difesa dei movimenti politici dalla propria deriva, dalla compiacenza, e dalla corruzione. Ascoltare e basta è autodifesa; ascoltare e basta è malafede.

Certo, c’è un elemento autoreferenziale che entrerà sicuramente in gioco: i critici di questo articolo mi accuseranno della stessa intolleranza che dico dovremmo essere più attenti a discutere. È il circolo vizioso degli spazi liberali di oggi: non il nobile e corretto divieto di assumere comportamenti razzisti o sessisti, ma il meta-divieto di domandarsi se una data accusa sia credibile o convincente. Una tendenza politica che impedisce ai suoi sostenitori di dibattere, o che considera il vaglio critico delle proprie convinzioni sull’intolleranza come intolleranza stessa, ha piantato i semi della sua stessa rovina.

Se non era chiaro prima, lo è sicuramente adesso: i progressisti hanno vinto una battaglia senza precedenti nella guerra culturale. Ciò che però non hanno ancora conquistato è tangibile: concrete azioni politiche che accompagnino questo dominio culturale, un modo per trasformare la retorica in realtà, un modo perché la forza della condanna sociale si tramuti in conquiste materiali per gli oppressi. Serve un duro lavoro per farlo. Serve anche una introspezione vera, un impegno critico, e una politica culturale che sia disposta a essere in disaccordo, anche energicamente, riguardo agli obiettivi, alle tattiche, al linguaggio. E per farlo servirà precisione in questo linguaggio, servirà il diritto di distinguere un cretino da un intollerante, e la saggezza per coglierne la differenza.

 

Traduzione di Alessandra Castellazzi.