Foto: Claudia Galal.
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Egitto Underground

Alla scoperta della scena indipendente del Cairo, tra musica, gallerie e street art.

 

“Ci vediamo più tardi in Downtown” è una delle frasi più usate dai ragazzi al Cairo, un modo classico per darsi appuntamento lì, dove “succedono le cose” (il “più tardi”, significa che sarà parecchio più tardi rispetto a quello che intendi). Il Downtown è il cuore della capitale egiziana, e non soltanto dal punto di vista geografico: comincia idealmente da piazza Tahrir, il simbolo della rivoluzione del 25 gennaio 2011 e della Primavera Araba, e si estende in un intricato disegno di ampi viali e vie minori, lasciandosi il Nilo alle spalle. Dall’architettura ti accorgi subito dell’importanza storica e strategica della zona: basta alzare lo sguardo ai meravigliosi palazzi che circondano piazza Talaat Harb, alle elaborate rifiniture di balconi e finestre, o passare davanti ai locali più famosi e frequentati.

Non è il fascino decadente di Heliopolis, né la tranquillità vagamente snob di Zamalek: a invaderti corpo e mente, è semmai una sensazione di vita piena; è qui che s’incontrano le persone interessanti ed è qui che e si fanno le chiacchierate migliori, davanti a un tè alla menta o a una birra Stella, magari aspirando lentamente da una shisha. Ed è sempre da qui che ho cominciato la mia indagine sulle culture underground del Cairo, in un pomeriggio lontano in cui qualcuno mi ha detto “ci vediamo più tardi in Downtown”. Trovare le persone giuste e stringere rapporti con artisti, musicisti e attivisti, è stato facile; il difficile è stato scrivere un libro – Cairo Calling, appena uscito per Agenzia X – e renderlo interessante anche per qualcun altro diverso da me, che per ragioni di cuore sono legata a questa città e profondamente attratta dal suo fermento creativo, ancora fresco e originale.

 

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Nonostante la narrazione proposta dai media internazionali, l’arte abusiva non è stata un frutto della rivoluzione del 2011, né i writer sono magicamente comparsi sulla scena egiziana dopo i fatti di piazza Tahrir. I graffiti erano presenti per le strade del Cairo e di Alessandria già nel decennio precedente e prontamente disapprovati – non solo dalle forze dell’ordine, ma anche dagli stessi cittadini: ancora culturalmente impreparati al fenomeno, consideravano queste variopinte manifestazioni visive come un’appropriazione indebita di muri altrui.

D’altronde, è vero anche che le diverse forme d’arte urbana – graffiti, street art, installazioni pubbliche – hanno conosciuto un’esplosione proprio grazie agli spazi di libertà aperti dalle rivolte di cinque anni fa e dal conseguente caos generalizzato. È stato in quel momento di lotta e fervore politico che gli artisti hanno sentito di poter dominare le strade e comunicare con un pubblico finalmente vasto, trasformando l’arte di strada in una sorta di social media analogico e metropolitano, capace di parlare a tutti grazie a un linguaggio immediato.

 

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Nella fase iniziale è stata più una questione di quantità che di qualità: erano pochi quelli che, come Aya Tarek, portavano avanti una propria ricerca estetica e stilistica, mentre chiunque poteva prendere una bomboletta in mano e scrivere qualche motto rivoluzionario sul cemento. Eppure, per quanto facile e banale, ogni singola frase o parola è servita a incrementare un rumore di fondo sempre più assordante, che ha contagiato Il Cairo e alimentato per mesi lo spirito di ribellione. Non solo, ma questa vivacità di stimoli ha fatto succedere qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impensabile in Egitto: e cioè portare l’arte fuori dalle gallerie e dai luoghi istituzionali, dove poteva essere vista solo da nicchie di intellettuali, appassionati e ricchi compratori, per riversarsi fuori ed essere condivisa dalla gente comune.

Gli artisti egiziani hanno quindi acquisito un nuovo ruolo sociale, quasi sempre con consapevolezza e responsabilità. Personaggi come Ganzeer, che oggi vive negli Stati Uniti, Keizer, El Teneen, NeMo, Ammar Abo Bakr e tanti altri, contribuiscono con le loro opere a tenere alta l’attenzione sui gravissimi problemi del paese, dalla crisi socio-economica alla mancanza di libertà d’espressione. Giusto per fare un esempio, il collettivo Mona Lisa Brigades ha proposto e realizzato alcuni splendidi progetti in quartieri popolari come Ard El Lewa, coinvolgendo bambini e ragazzini per educarli a una nuova idea di città e partecipazione attiva attraverso l’espressione creativa. Naturalmente però, l’underground culturale del Cairo non si riduce alla sola street art.

 

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La musica per prima, ma anche le arti digitali e i nuovi media, il cinema sperimentale e il nuovo teatro, sono tutti linguaggi che portano avanti contaminazioni e confronti tra mondi in apparenza diversi. Le stagioni sono scandite da festival ed eventi multidisciplinari di respiro internazionale, come il D-Caf (Downtown Contemporary Art Festival), il Cairo International Video Festival o il recente CairoTronica, mentre differenti spazi per l’arte e la cultura nascono, si trasformano e resistono ai controlli improvvisi, alle minacce di chiusura, agli abusi di potere da parte delle forze di sicurezza del regime, così come succede alle redazioni delle testate indipendenti, alle sedi delle associazioni e delle compagnie di danza e teatro. La cultura fa paura a El Sisi, che mostra i muscoli e sventola lo spauracchio del terrorismo internazionale per reprimere ogni voce di dissenso.

Eppure niente riesce a fermare la forza trasgressiva di quell’ibrido musicale chiamato mahraganat, comparso su YouTube ed esploso con la Rivoluzione, e conosciuto anche (specie da noi) come electro-chaabi. Lo strettissimo slang locale, incomprensibile anche a moltissimi egiziani, si srotola su beat pesanti, auto-tune e ritmi serrati, ma recupera l’attitudine ultra-locale della musica shaabi, rendendola elettronica a colpi di techno e hip hop. Con il suo linguaggio volgare e le liriche “scabrose” su droga e sesso, il genere è stato subito bandito dalle emittenti radio e tv, perciò i suoi protagonisti si sono costruiti la propria reputazione nei rispettivi quartieri, facendo circolare registrazioni casalinghe via internet. È così che dj Sadat, padrino riconosciuto del mahraganat, ex operaio in una fabbrica di alluminio, è diventato prima l’idolo di Salaam City, il sobborgo popolare dove è nato e cresciuto, e poi un nome (quasi) internazionale – almeno a giudicare dall’attenzione a lui riservata da testate di settore come The Quietus, o giornali mainstream quali il Guardian.

 

 

In generale, negli ultimi anni le diverse scene musicali – rap, elettronica, rock – si sono sviluppate ed evolute, sono uscite dai rispettivi confini e talvolta si sono mescolate, creando una rete attiva di band e supporter. Al Cairo ci sono bei posti dove si suona e si produce buona musica, ma è un fermento che resta nascosto, fuori dai circuiti ufficiali sostenuti dai soldi di sponsor e istituzioni. Le grandi multinazionali (bibite, marchi sportivi, agenzie di marketing) scelgono piuttosto di promuovere prodotti commerciali e poco originali, perché più rassicuranti e facili da gestire.

Il tema dell’indipendenza artistica di band e musicisti è al centro di una discussione piuttosto animata al Cairo, anche perché spesso si tratta di una condizione dettata semplicemente dalle difficoltà economiche e organizzative. Come da noi, ci sono musicisti che restano indipendenti per scelta, perché portano avanti una certa idea musicale di rottura e in contrasto con la tradizione; e altri che invece sono indipendenti perché… be’, non se li fila nessuno, e venderebbero pure la madre per salire su un palco marchiato Pepsi. Come mi ha detto una volta il rapper Aly Talibab (il mio preferito), molti si definiscono alternativi per giustificare i propri insuccessi e attribuirne la colpa a una supposta impreparazione del pubblico. In altre parole, non sono io che faccio musica di merda: sei tu che non capisci.

 

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Le esperienze più interessanti derivano comunque sempre dall’incontro fra generi diversi, anche apparentemente lontani. Come l’electro-sufi del duo Saleh & Miniawy, il pop contaminato di Maryam Saleh & Zeid Hamdan, l’hip hop elettronico dei Malafat (il rapper Aly Talibab con Dijit), la world music elettro-acustica del produttore Maurice Louca, e tante, tante altre. Bisogna soltanto avere la voglia di seguire traiettorie insolite e cercare i locali giusti, a volte il coraggio di infilarsi in qualche buco nascosto del centro o semplicemente la curiosità di fermarsi per strada ad ascoltare. Si attacca un generatore e comincia la musica, o persino una performance di danza contemporanea che probabilmente non ti aspetteresti in una piazza del Cairo.

Se quindi qualcuno vi dice “Ci vediamo più tardi in Downtown”, fidatevi, perché vi attende una serata memorabile, si trattasse soltanto di godersi la vista della metropoli dall’alto di una terrazza. La compagnia sarà sicuramente buona, la birra anche; fate solo molta, molta attenzione quando tornate a casa…

 

Foto dell’autrice.