Foto di Matteo Betti
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Il paese dei balocchi?

Un giro nella sede di Facebook a Dublino tra divani, ottimo cibo gratuito e un vago senso di morte.

In Italia la tassazione sulle imprese ammonta al 31,4%. L’Irlanda, invece, richiede solo il 12,5%, entrando di diritto tra i primi posti nella classifica dei regimi fiscali sulle imprese più favorevoli al mondo. Col passare degli anni Dublino è quindi diventata un agglomerato di aziende e lavoratori internazionali, grazie all’apertura di moltissime sedi europee di multinazionali. Apple, Google, Facebook, Twitter, sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno scelto Dublino come loro culla. Nonostante a Dublino vengano assunti i migliori dipendenti da tutto il globo, però, la città resta però quella di sempre: un gigantesco quartiere. Girovagando per le strade di Dublino mi sono sentita come in un paese di provincia, con un grande stradone pieno di negozi, qualche pub dove divertirsi con gli amici e poco altro.

Dublino è quasi tutta periferia, e il centro è così piccolo da farmi sentire una cittadina di mondo, con il mio bagaglio di esperienze milanesi. Ho parlato con un ragazzo indiano che lavora da Google. Mi ha raccontato di come sia stato difficile ambientarsi in una città che, nonostante l’internazionalità, è piccola quasi come una famiglia. Anche la più piccola delle famiglie, però, ti accoglie e ti fa sentire sempre a casa, ed è anche per questo che, alla fine, ci si riesce comunque ad ambientare e abituare alla vita “tranquilla” della cittadina.

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Foto di Matteo Betti

Qualche mese fa ho avuto il piacere di fare un giro alla sede di Facebook e devo dire che le sensazioni che ho provato girovagando in quell’enorme palazzo non mi sono piaciute granché. Anzi, mi hanno un po’ spaventata. Dopo la visita mi vorticavano in testa senza sosta molti pensieri, tanto da aver incrinato il rapporto di amicizia che da sempre avevo con il social network. Siamo ancora amici? Sì, lo siamo, ancora non ti lascio, ma ci sono certe cose di te che non capisco.

Ho provato a documentarmi su internet e cercare impressioni di persone che, come me, avessero visitato l’azienda; ero certa di trovare qualche storia che potesse dare un nome alle mie riflessioni, invece sono rimasta delusa: esistono solo recensioni positive ed entusiaste. In particolare mi ha colpito molto questo articolo dell’Huffington Post, scritto da una giornalista che ha visitato la sede dell’azienda a Dublino e ne è rimasta così entusiasta da scrivere un articolo sui 10 motivi per cui lavorare da Facebook sarebbe una figata pazzesca (senza parlare dello stipendio). La cosa buffa è che tutti o quasi i punti che lei elenca come positivi, a me hanno fatto venire un senso di nausea e angoscia che ancora fatica ad andarsene, per questo ho deciso di confrontarmi virtualmente con lei.

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Foto di Linda Codognesi

I colori e gli elementi d’arredo
Che l’azienda in cui lavori non sia tutta tinta di grigio topo e verde militare è positivo e confortante, certo, ma la sensazione che ho provato io entrando negli ambienti è stata soprattutto di straniamento: dove mi trovo? In un’azienda multimiliardaria o all’asilo di mia sorella? Sono presenti ovunque elementi d’arredo moderni e colorati: divani verdi, pouf rossi, pareti gialle. Certamente Marky Mark ha voluto ricreare un ambiente divertente e creativo, ma a me viene più voglia di prendere un biberon e sdraiarmi per terra che aprire il laptop e iniziare a lavorare. Inoltre sono appesi ovunque, come mantra ossessivi, quadretti rappresentanti motti life-style, frasi sul lavoro, sulla passione, sull’amicizia, loghi e quant’altro. Ogni dipendente può appendere le sue creazioni, sviluppabili in un’apposita saletta piena di stampanti 3D e seghetti, cosicché tutti possano esprimere la propria creatività a servizio degli altri. Non male come idea, peccato che certi ambienti siano saturi, e molti di questi cartelli mi ricordano i manifesti di propaganda fascista.

I bagni
Ogni bagno è provvisto di sapone, carta igienica in quantità, assorbenti di ogni genere, tipo e colore, collutorio, spazzolini, dentifrici, e chi più ne ha, più ne metta. Questa è una cosa bellissima, mi ricorda tanto il mio bagno di casa. Ecco il tasto dolente: ho tutto quello di cui ho bisogno qui, nel posto in cui lavoro. Perché mai dovrei tornare a casa, dunque? Però un 30 e lode alla pulizia e all’igiene glielo concedo.

I dipendenti
Nell’articolo dell’Huffington Post a questo punto si parla di “meritocrazia”, ma io, non conoscendo dipendenti che lavorano da Facebook, non ho potuto testare questo punto. Parlerò invece delle persone che popolano l’azienda. La cosa più angosciante di tutte forse è questa: la totale assenza di persone. Il palazzo è enorme ed essendo vetrato si ha una visione quasi completa di tutte le stanze dell’edificio. Non ho visto nessuno nelle stanze di fronte a noi, nessuno che girovagava per i corridoi, nessun ufficio pieno di programmatori chini sui computer. Le uniche persone incrociate, oltre alle guide, sono stati due ragazzi seduti su dei pouf in una delle innumerevoli aree ricreative, intenti a chiacchierare amabilmente senza computer né smartphone e altri tre intenti a giocare al biliardino alle tre del pomeriggio.

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Foto di Matteo Betti

Il cibo
In aziende così grosse, creative e stravaganti (come ad esempio Google), è normale che ci siano distributori di merendine e mini-frigoriferi ovunque. Facebook però non si limita a questo: il cibo è letteralmente ovunque. A ogni angolo, ogni finestra, ogni parete. Cibo gratis in quantità industriale, da far venire gola a qualsiasi essere umano che metta piede lì dentro. Frigoriferi ripieni di bibite dolci e gassate (pochissima acqua in giro però), carretti che distribuiscono caramelle di ogni genere e tipo, scaffali ripieni di merendine cioccolatose, bar con tanto di bancone (ovviamente sprovvisti di personale) in cui ci si può servire di gelati e altre leccornie. Appena arrivata mi sono riempita una tazza di Skittles (le mie preferite), mi sono presa due o tre barrette, una Coca-Cola, una Sprite e una bottiglietta d’acqua. Dopo mezz’ora già avevo il vomito. Ho come l’impressione che qui le persone si stufino dopo 24 ore di attingere da queste fontane di colesterolo, e che siano soprattutto uno specchietto per allodole con la funzione di far sembrare l’azienda un gigantesco Paese dei Balocchi.

Mi aspettavo che uscisse fuori Lucignolo con una coda d’asino e un sigaro in bocca, pronto a incitarmi a trasferirmi qui, a divertirmi e non pensare più al resto della mia noiosa vita.

L’architettura
Su questo punto, Zucky, nulla da dire a riguardo. Il palazzo è meraviglioso ed enorme, lo stile è quello della sede di Palo Alto: moderno, confortevole e spazioso. Se non ho capito male (le guide parlavano con un forte accento irlandese a me incomprensibile) gli interni sono stati ricreati sullo stampo della sede americana, progettati da Frank Gehry. L’unica pecca che getta un’ombra su cotanta magnificenza è l’eccesso di trasparenza: potrà sembrare di voler cercare il solito pelo nell’uovo, ma poter controllare praticamente tutte le stanze da quella in cui ti trovi, personalmente mi mette un po’ a disagio.

L’igiene
Sono presenti più o meno ovunque dei pacchettoni di fazzoletti e saponi disinfettanti simil-Amuchina per avere sempre le mani pulite e igienizzate, spesso – non ho capito perché – affiancati a riviste. Mi sono sentita personalmente un po’ divertita e in imbarazzo dato che questo scenario mi ricordava molto il kit del masturbatore quattordicenne chiuso nella propria cameretta, e la cosa mi ha provocato qualche risatina imbarazzata; quando mi sono girata e ho visto che tutte le persone che erano con me avevano lo stesso sorrisetto beffardo stampato in volto, mi sono resa conto di non essere l’unica che trovava buffo quel quadretto.

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Foto di Linda Codognesi

Le zone off-limits
In quanto visitatrice accompagnata da guida, non ho avuto l’onore di visitare queste zone off-limits e scoprire cosa ci sia dentro perché, appunto, sono off-limits. Immagino e spero che vi siano stipati i dipendenti che lavorano, perché se non sono lì, dove diamine si trovano?

Il senso di appartenenza
La prima cosa in cui ci si imbatte una volta entrati nella sede è un enorme muro in cui ogni dipendente, una volta assunto, appende una figurina che rappresenta se stesso con un materiale dorato, creato con le stampanti 3D, ciascuno come preferisce. Una grande, scintillante famiglia, dinamica e diversificata: ci sono omini che stanno al pc, omini che corrono, omini che chiacchierano, omini che fanno palestra. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Ogni cosa nell’azienda è targata Facebook: i bicchieri in cui mi hanno offerto dell’acqua, gli zainetti, le postazioni per i selfie. La “f” bianca con sfondo blu è ormai uno dei loghi più riconoscibili del pianeta, e non mi sorprenderei di vederlo tatuato su alcuni dipendenti.

La spensieratezza
Non mi stancherò mai di ripeterlo:  Facebook mi è sembrato un enorme paese dei balocchi, tantoché mi aspettavo uscisse da dietro qualche tavolo da biliardo Lucignolo con una coda d’asino e un sigaro in bocca, pronto a incitarmi a trasferirmi qui, a divertirmi e non pensare più al resto della mia noiosa vita. Spensieratezza e ricreazione sono due concetti chiave nell’azienda: per quello che mi è stato permesso di vedere, esistono molte più aree ricreative che uffici dove la gente lavora, e ogni spazio ha il suo perché. Ce ne sono di più basic in cui sono presenti poltrone, pouf, divani, biliardini, tavoli da biliardo, banconi del bar. Altri invece molto più originali, ad esempio un muro completamente fatto di Lego in cui ogni persona può creare forme e parole con i tasselli, o un corridoio dipinto di giallo con scritte che rimandano a fun e game con dei ganci ai quali sono appese delle tute a forma di animali o, ancora, delle scatole di legno piene di oggetti divertenti sparse in giro per l’azienda in cui ogni persona può mettere la mano dentro e pescare qualcosa, a patto che ci lasci dentro in cambio un pensierino o un oggetto. Io ho lasciato un biglietto con scritto “Facebook I love you” e ho pescato il mio regalo, ovvero una t-shirt con Flash a forma di gelato con bastoncino. Mi sono esaltata moltissimo, ma quella maglia in realtà non l’ho ancora messa. Rimedierò presto.

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Foto di Linda Codognesi

La serietà del lavoro e degli obiettivi
Non avendo visto in giro nemmeno un dipendente o una postazione di lavoro, non posso pronunciarmi su questo punto, ma se Facebook vale tutti quei miliardi, qualcuno che ci lavora ci sarà. Anche se tutto ciò è nascosto agli occhi dei visitatori.

Ci ho pensato su, e sono arrivata alla conclusione che l’azienda rispecchia, in tutti i suoi spazi, colori, filosofie di vita e di lavoro, il social network alla perfezione. Ogni cosa è studiata per farti stare bene, farti sentire a tuo agio, soddisfare ogni tuo bisogno, fisiologico o psicologico che sia. Ti troverai così bene qui da Facebook che non dovrai mai più lasciare l’azienda. Tutto quello di cui hai bisogno e che hai sempre desiderato è qui dentro. La vita reale, fuori, non esiste più.