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Il doppio fondo di Teheran

La vera Teheran si nasconde sotto la superficie, si svela nell'illegalità.

 

Teheran è un ventre profondo – a doppio fondo – di attività illegali, paradossali ed intriganti. L’istinto umano piroetta attorno al rigore islamico in un continuo gioco di compromesso tra lecito ed illecito. Si svela, si nasconde e si traveste. Si traveste sfruttando lo spazio pubblico per assumere un significato proprio; si nasconde sotto la superficie, si svela nell’illegalità. Così, Teheran ne esce come vasto palcoscenico della creatività umana.

La Los Angeles di Blade Runner ha ben poco da invidiare a Teheran. Una architettura cyberpunk in stile orientale: autostrade disegnate al neon oltrepassano indifferenti bazar dalle mille e una notte, sfrecciando tra gli alti minareti, mentre chador neri si destreggiano nel traffico tra fiammanti SUV Porsche Cayenne.

La retorica della guerra combattuta contro l’Iraq (1981-88), con le sue immagini propagandistiche di martiri e santoni, ancora urla agli occhi degli iraniani, che si orientano tra strade trafficate e immagini emotive, pronte a stimolare lo stomaco più che la testa. Sono soprattutto gigantografie degli eroi di quella guerra, nient’altro che fototessere di giovani spediti al fronte troppo presto. Nei loro occhi una sorta di continuo giudizio imperioso, espressioni appiccicate a lerci muri di cemento o immerse in affreschi di giganteschi paesaggi bucolici che ricordano la causa rivoluzionaria e il sacrificio fatto dalla nazione per sostenerla.

Così sono i muri di una città che porta il peso di diciotto milioni di abitanti.

La vita quotidiana iraniana è disciplinata da incontri programmati e movimenti studiati. Le regole socio-familiari sono spesso troppo rigide per poter contare sull’incontro fortuito: il caso fa dunque fatica a trovare un suo spazio. La strada diviene la dimensione di infinite proiezioni romantiche, di sogni proibiti e parole non dette, dove i giovani giocano a caricare di pathos l’attimo fuggente nella consapevolezza che quest’ultimo sfumerà una volta girato l’angolo.

La strada diviene la dimensione di infinite proiezioni romantiche, di sogni proibiti e parole non dette, dove i giovani giocano a caricare di pathos l’attimo fuggente.

La strada è un luogo di scontro, ma soprattutto di sensuali incontri. Essendo il traffico la condizione esistenziale in cui l’abitante di Teheran è chiamato a vivere in modo permanente, la macchina diviene una seconda casa. Alcuni dei grandi boulevard di Teheran sono diventati in questi ultimi anni corsie di rimorchio, dove sguardi truccati e nasi rifatti si scambiano numeri per appuntamenti o gare notturne. La lentezza del traffico può portare all’esasperazione, ma può anche fornire le migliori occasioni di seduzione. Una ‘vasca’ ad Andarzgoo boulevard è d’obbligo.

In autobus una sbarra divide lo scompartimento degli uomini da quello delle donne. Ma questo certo non fa demordere i primi dal lanciare sguardi silenziosi, ma senza pudore, verso la sezione opposta. Senz’altro un gioco che praticano più i maschietti che non le signorine, concentrate piuttosto a guardarsi le unghie di fresca tintura. La comunicazione all’interno dei settori è invece senza ritegno, e nella metro diventa frenetica. Entrare nel vagone per sole donne è come entrare in un ventre caldo e protetto, quanto chiassoso, oltre che in uno dei migliori mercati della città. Reggiseni con pizzi all’ultimo grido, culotte paillettate e reggicalze tigrati vengono venduti come fossero pistacchi. È nel vagone en rose che si vendono i segreti della seduzione.

A Teheran manca la piazza pubblica, nel senso di luoghi di incontro, di confronto e di scambio. È questa l’abilità di tutti i sistemi che pretendono di  controllare la società, limitando ai suoi membri le possibilità di comunicare, lasciandoli frammentati in diverse isole, isolati in un rapporto di sfiducia reciproca. L’istinto umano comunque non demorde dal tentativo di resettare tale impostazione socio-grafica e nell’escogitare i metodi più disparati per riattivare la comunicazione degli uni con gli altri. L’effetto di tutto questo? La febbre del sabato sera che a Teheran scoppia di venerdì pomeriggio, quando le gallerie d’arte contemporanea aprono le loro porte. Gli openings delle mostre sono difatti tra i massimi momenti di gathering nella nuova Teheran. L’arte in secondo piano, l’incontro al primo. Ed ecco che le comunità-isole intrecciano rapporti e costruiscono ponti tra di loro.

Vale dunque la pena di andare a scoprire i salotti dell’arte, non solo per visitare il luogo in cui le giovani generazioni si confrontano, ma anche per comprendere che forma prenda il linguaggio artistico in una società dove politica e libertà d’espressione non vanno sempre a braccetto. Quale dimensione dunque si presta meglio all’indagine artistica senza dover fare opera di denuncia aperta? Il passato. Un’infinita produzione contemporanea di miniature, calligrafie, tessiture con personaggi appartenenti all’epica nazionale riempiono le gallerie di Teheran. Ma gli iraniani sono molto presenti a se stessi e navigano nel loro passato senza venir meno alle ragioni, e alle domande, del presente. Ecco dunque che la calligrafia si sveste del suo rigore grafico per divenire tratto libero, rivendicando la superiorità del segno rispetto al contenuto; gli eroi medievali di Ferdowsi – autore dello Shahname, la più importante opera letteraria persiana dell’XI secolo – divengono pugili moderni che in un’erotica lotta corpo a corpo celebrano la centralità dell’uomo a dispetto di una generale fede nel sovraumano. I personaggi delle miniature si sostituiscono con icone pop accompagnate da smartphones mentre lo sfondo di foglia d’oro viene sostituito da carta stagnola per denunciare il flagello dell’eroinodipendenza.

Reggiseni con pizzi all’ultimo grido, culotte paillettate e reggicalze tigrati vengono venduti come fossero pistacchi. È nel vagone en rose che si vendono i segreti della seduzione.

Eppure, sia nelle strade che nelle gallerie, il velo rimane in testa, come un simbolo dell’inibizione imposta al corpo. Il corpo però ha bisogno di esprimersi più che stando seduto in una macchina, piuttosto che in una galleria. Ha bisogno, come ovunque, di ballare. E a Teheran, per scoprire le piste di danza semi clandestine bisogna andare a cercarle dietro certe chiese armene o in garage abbandonati. Non si tratta di rave, ma di luoghi in cui si tengono dei corsi di danza. Ma un corso di danza nel sottosuolo per sole donne è una terapia intensiva.

A Teheran, la strada si impossessa del tuo corpo, che si assottiglia sotto il codice islamico, si spaventa dinanzi al giudizio sociale e si riduce sotto la pressione dello sguardo maschile. Il corpo negato finisce con il negarsi. Coprirsi è nascondersi. E nascondersi è sempre una forma di mortificazione. Danzare a Teheran, significa pertanto riappropriarsi per un’ora del proprio corpo. L’insegnante di danza racconta della difficoltà che le sue allieve affrontano ad ogni lezione nel doversi liberare di tutto ciò che la vita pubblica impone e di riappropriarsi di tutto ciò che essa nega. È un processo che a ogni lezione ricomincia da capo, visto che ogni passo imparato dovrà essere dimenticato non appena si torna fuori.

Un altro dei grandi segreti di Teheran è il suo erotismo che spesso sembra dissimularsi nelle forme della più accesa spiritualità. L’Iran è un paese shiita. Lo shiismo ha come momento fondamentale e fondante la celebrazione dell’ashura che cade nel decimo giorno del mese di Muharram (che orbita nel calendario gregoriano attorno al mese di ottobre). L’ashura è una delle più drammatiche e spettacolari rappresentazioni della disperazione umana: le donne urlano e gli uomini si sfidano a petto nudo in una competizione all’ultimo sangue di resistenza al dolore. Si piange la morte, avvenuta nel VII secolo, dell’Imam Hosseyn, figlio di Ali, che pur consapevole della sconfitta certa si lanciò eroicamente nella battaglia di Karbala contro le soverchianti forze Omayyadi. Un atto che rappresenta il rifiuto di riconoscere alcuna autorità spirituale a chi non appartiene alla famiglia del Profeta. La devozione verso l’Imam Hosseyn e l’evocazione della sua morte eroica, fulgido esempio di resistenza cavalleresca, definisce una parte importante dello shiismo. Durante l’ashura, la folla si riversa nelle strade, le donne piangono e si strappano le vesti, battendosi le mani al petto, mentre gli uomini inscenano una flagellazione mimando un dolore lancinante che stravolge i lineamenti. Le mani invocano Dio in una competizione mistica tra chi riesce a versare più lacrime. Non ho conosciuto momento più fisico e passionale di questo. La celebrazione dell’ashura offre la possibilità di lanciarsi in un urlo collettivo, un momento di sfogo e di contatto corpo a corpo che non sarebbero altrimenti permessi.

L’ashura è una delle più drammatiche e spettacolari rappresentazioni della disperazione umana: le donne urlano e gli uomini si sfidano a petto nudo in una competizione all’ultimo sangue di resistenza al dolore.

Ma c’è un argomento di cui tutti chiedono a chiunque abbia abitato per qualche tempo in Iran: il sesso. Passeggiavo tra le vie deserte di un conglomerato periferico con una mia conoscente, discutendo sulla sua vita matrimoniale. Con mia grande sorpresa, mi informa che la sua unione si basa su un contratto a tempo determinato. Nell’islam shiita il codice civile prevede una legge per noi strabiliante: la possibilità di sposarsi per un periodo determinato, che può andare da un’ora a novantanove anni. Ed ecco che gli uffici degli Imam, che stipulano questi contratti, diventano interessanti luoghi d’impicci matrimoniali.

Può essere una legge molto progressista se si pensa all’enfasi, sociale e legale, che vige sulla separazione tra uomo e donna; in questo quadro, il ‘matrimonio temporale’ sancisce anzitutto la possibilità legale di una frequentazione o di una convivenza che altrimenti sarebbero punibili. Inoltre, si tratta di un fenomeno interessante se si considera il nocciolo concettuale che sta alla base di tale disposizione: legittimare legalmente il piacere sessuale, al di fuori dell’idea di riproduzione. Ma può anche risultare, e così spesso avviene, un’escamotage aberrante per camuffare la prostituzione. Infatti, esiste un insieme di regole inerenti a tale contratto, quali ad esempio la registrazione formale e l’obbligo del riconoscimento di una eventuale paternità. Ma quasi sempre queste regole sono ignorate, riducendo il matrimonio breve alla copertura legale di un’ora di piacere sessuale clandestino. A Teheran la questione si dibatte a voce bassa, ignorandola o denigrandola. Al contrario dei Mullah che hanno a tal proposito una opinione ben diversa, e difendono a spada tratta questa norma in sé molto libertaria, ma che viene spesso stravolta.

E anche questo è l’Iran, e a Teheran bisogna andare con l’intento di scoprirne i segreti. Ogni cosa ha un valore doppio e ogni parola contiene significati molteplici da interpretare con attenzione. Destreggiandosi tra lecito e illecito, le coppie non hanno mai rinunciato a flirtare, le donne a danzare, gli artisti ad esprimersi. Come ovunque, anche a Teheran.