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Una modesta proposta per Roma

Salviamo la Città Eterna: vendiamola a una grande corporation.

 

Roma, l’avrete capito, è in crisi. Date un’occhiata alla cronache: assessori che saltano, monnezza, autobus rotti, buche per le strade, metropolitane che non passano, feroci gabbiani che in picchiata aggrediscono incolpevoli bimbi col gelato, pantegane più grosse di un dogo argentino che ti soffiano i nachos alle apericene, articoli di Francesco Merlo… Insomma, non c’è calamità che negli ultimi mesi non si sia abbattuta sulla nostra amata (?) città eterna.

Vi chiederete voi: come ha fatto ‘a Capitale, a pochi anni dalla veltroniana Roma da bere, a precipitare in questo pozzo oscuro di degrado & decadenza? E come uscirne? È un problema di governance della città, assicura chi ne sa. E chi siamo noi per contraddirli? Sempre gli esperti, lasciano anche intendere che arrivati a questo punto non esiste amministrazione pubblica che da sola possa risollevare le sorti della millenaria Urbe. Sapete com’è: è troppo un casino, troppi attori in campo, poi si sa che pubblico = funziona male. Ebbene, è proprio rimuginando sui tetri destini della città in cui sono cresciuto che mi è tornato in mente un documento di qualche tempo fa, stilato in maniera semiclandestina dal più importante e sconosciuto (le due cose non si escludono a vicenda) gruppo di urbanistica radicale di inizi anni 2000: l’enigmatico Laboratoire Untermenschen. Se siete appassionati di sottoculture de’ borgata, scommetto che avete già capito. Ebbene sì, sto parlando di DISNEYROME.

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Uno degli (ehm) “studi preliminari” di DisneyRome (Laboratoire Untermenschen, 2004).

Il documento in questione risale al lontano 2004, quando ancor prima di dotte dissertazioni su gentrification e controversi articoli sugli air space, il misterioso Laboratoire faceva notare che “finita è l’era dei campanili; le odierne metropoli sono macchine-da-svago in scala 1:1, immense aziende fattura-divertimenti, gigantesche imprese per l’eccitamento dei sensi”. Il Pigneto per come lo conosciamo adesso era appena agli inizi, se dicevi Nolo pensavi tuttalpiù a un rivenditore di videocassette, e di citymarketing si parlava al limite in qualche tesi di laurea sul Guggenheim di Bilbao: ma intanto venivano gettati i semi di una novella urban experience le cui capitali si chiamavano Berlino, Barcellona, l’onnipresente Londra, persino la rediviva New York (che, pochi se lo ricordano, a fine anni ’90 era diventata uno dei posti meno hype del pianeta).

Metropoli del genere erano la realizzazione quasi da manuale di quella che il sociologo Giandomenico Amendola chiamava “città-evento”, ovvero la città “dove gli eventi sono il quotidiano e dove ogni cosa e ognuno – la città stessa – possono diventare evento”. Avanguardie e palcoscenico di quella nouvelle raison che ancora continua a eccitare i sogni di tutti gli aspiranti CEO presso se stessi, queste grandi città-brand si erano quindi lanciate in una serrata competizione la cui merce di scambio altro non era che la-città-in-quanto-città. Ancora Amendola: “In un clima di intensa competizione urbana sul mercato globale, l’immagine diventa strategica nella lotta per attrarre capitali, persone, imprese, e l’immaginario è un fattore decisivo per ‘vendere’ la città e le sue parti. La città deve rappresentarsi se non come ideale quantomeno come la migliore possibile per vivere, per produrre, per competere”.

È lo stesso modello che recentemente abbiamo conosciuto con la Milano di Expo; prima però c’era stata proprio la Roma del Grande Giubileo del 2000, che di Expo è – in terra italiana – il precedente più diretto (assieme forse alle Olimpiadi torinesi del 2006), e che evidentemente influenzò non poco le gesta del suddetto Laboratoire Untermenschen. Ma non divaghiamo: piuttosto, il Laboratoire pensò che, se l’obiettivo era quello di vendere la città ai flussi del capitale, la mano pubblica partiva palesemente svantaggiata. Era a suo modo una conclusione logica: sapete com’è: “privati do it better”, no? E quindi: perché non affidare Roma direttamente a una grande corporation? Solo una multinazionale attrezzata alle lotte all’ultimo sangue del mercato era in grado di lanciare la città sulla concorrenza, e così sfidare da pari a pari le temibili rivali che negli stessi anni si stavano dotando di spregiudicate tattiche di marketing territoriale, in un vertiginoso misto di brandizzazione dell’identità locale, architetture griffate, politiche del grande evento, e strategie acchiappa-visitatori prese più da Disneyworld che dai manuali di qualche vetusto ente turistico rimasto al Goethe del Grand Tour.

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Il piano generale di DisneyRome (Laboratoire Untermenschen, 2004).

L’accenno a Disneyworld non è casuale. La città-evento, ragionò il Laboratoire, era di fatto concepita come un divertimentificio su scala urbana, o per meglio dire come un immenso parco-divertimenti il cui tema di fondo è la città stessa. E quando si parla di parchi-divertimenti, c’è (o forse c’era) solo una corporation che conta: la Disney, appunto.

Per il Laboratoire Untermenschen, Roma andava dunque disneyizzata nel senso letterale del termine: e cioè vendendo l’intera città alla multinazionale americana, che a sua volta avrebbe provveduto ad applicare alla metropoli le logiche di un qualsiasi parco a tema nato sotto l’effige di Topolino, sbaragliando in questo modo la concorrenza di tutte le Londra e le Berlino del pianeta. Il risultato sarebbe quindi stata DisneyRome, una città al tempo stesso antichissima e nuovissima, la cui figura principale è quella del turista.

Attenzione però: col termine “turista” non vanno intesi semplicemente i visitatori che da luoghi lontani vengono a toccare con mano il Colosseo. E questo non tanto perché, come ricorda sempre Amendola, nella città-evento “imprese, capitali e persone sono molto meno vincolati dallo spazio di quanto lo fossero in passato. Si spostano sempre più facilmente, attratti dalla convenienza dei mercati finanziari, da vantaggi infrastrutturali, da nuove economie di localizzazione”. Piuttosto, è proprio la “messa a profitto” dell’identità urbana di turno (la stessa che sottende la disneyizzazione latente delle metropoli contemporanee) a trasformare gli stessi residenti in fruitori occasionali della città in cui pure vivono. Per dirla con uno slogan, siamo un po’ tutti “turisti a casa propria”: figure transitorie il cui contributo alla dimensione collettiva (cioè urbana) è calcolato non a partire dal nostro grado di partecipazione alla comunità, ma da come incidiamo sullo spazio condiviso (la città, appunto) in termini di consumo e produzione di ricchezza.

Per dirla con uno slogan, siamo un po’ tutti ‘turisti a casa propria’.

D’accordo, smettiamola di tergiversare e arriviamo a quello che davvero DisneyRome è. Come forse avrete intuito, il progetto del Laboratoire Untermenschen non ha nulla a che vedere con la banale ipotesi del parco-divertimenti ai margini dell’abitato. Per capirci, nessuna EuroDisney sul Tevere: semmai, ricordate cosa diceva Amendola? “L’immaginario è un fattore decisivo per ‘vendere’ la città”: ebbene, da indomiti Prometei sotto gli steroidi del turbocapitalismo yé-yé, i tizi del Laboratoire proponevano di (cito dal documento) “trasformare Roma intera in una magnifica Disneyland […] ove il turista possa agevolmente passeggiare in una serie di parchi a tema, tanti quanti sono quelli che costituiscono l’immagine e la fama di Roma nel mondo”.

Messa così vuol dire poco. Ma basta dare un’occhiata alle mappe riportate ai margini del testo, per rendersi conto che DisneyRome altro non è che un mastodontico progetto di delirante ingegneria urbana, che prevede non solo lo spostamento di interi quartieri e pezzi di città in modo da ottimizzarne (anche geograficamente) la vocazione al profitto, ma pure l’abbattimento di quelle aree considerate improduttive ai fini del Grande Progetto Disneyizzante.

Scendendo nel dettaglio, in DisneyRome il brand Roma viene declinato in quattro aree tematiche distinte, che il Laboratoire Untermenschen individua in quei topoi – la Roma Antica, la capitale della Cristianità, la città della Dolce Vita, la culla del Neorealismo – che meglio servono la causa dell’“l’immagine e la fama di Roma nel mondo”. A ciascuna area tematica, dovrà corrispondere un pezzo omogeneo di città: così, la Roma degli antichi monumenti di epoca imperiale, diventa Imperium Town; la Roma di San Pietro e delle grandi basiliche che attirano pellegrini da tutto il pianeta, diventa City of God; la Roma di via Veneto, di Cinecittà e dei cocktail al Caffè Rosati, diventa Dolcevitaville; la Roma di Pasolini e delle grandi borgate popolari, diventa Neorealisticopolis.

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DisneyRome: Imperium Town (Laboratoire Untermenschen, 2004).

Ciascuna di queste sotto-città viene identificata dal Laboratoire Untermenschen col nome di atù, che va letto sia come riferimento all’espressione “atout della città”, sia come acronimo di A.T.U., e cioè “area topografica uniforme”. Questo perché ogni atù dovrà essere urbanisticamente omogenea, prevedendo all’interno del suo perimetro tutte le attrazioni turistico-architettoniche di riferimento. Ecco per esempio come viene descritta Imperium Town nel documento del Laboratoire (che non a caso è scritto come fosse un opuscolo di presentazione):

“A te! Gladiatore dell’evo contemporaneo, oppure licenzioso patrizio dei giorni nostri, dedichiamo le sontuose rovine del fu Impero, qui redivivo in una clamorosa concentrazione architettonica di anticaglie! Passeggia ai lati del Foro per sbucare di fronte al Pantheon, tuffati nelle catacombe per raccattare qualche cristiano da spedire nell’adiacente Colosseo, fatti un giro in biga sulla antica via Appia dopo i simposi della Domus Aurea: Imperium Town, un salto in un passato che è sempre vivo! Speciale per i bambini: lapidazione di barbari assortiti”.

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DisneyRome: City of God (Laboratoire Untermenschen, 2004).

Il lancio di City of God è se possibile ancora più esplicativo del radicale progetto di riconfigurazione urbana alla base di DisneyRome:

“Ragazzi, qui la santità è di casa. Questa è la città dello spirito, è la città di Dio. San Pietro, San Paolo, San Giovanni, Santa Maria Maggiore: le quattro principali basiliche dell’Urbe tutte in una botta sola! Mai più faticose trasferte in metropolitana per il pellegrino che voglia abbeverarsi alla fonte di Cristo: in City of God avrete la possibilità di respirare il soffio divino in un recinto di pochi chilometri quadri appena, passeggiando per vicoli che trasudano incenso e abbeverandovi in fontane che sprizzano acqua santa. Ingresso vietato agli infedeli. Bonus extra: incontro col Papa, 8 €”.

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DisneyRome: Dolcevitaville (Laboratoire Untermenschen, 2004).

Con Dolcevitaville dalla Roma del passato ci si avvicina sensibilmente al presente e ai gusti retrovintage della generazione hipster:

“Ah, il fascino della Roma anni ’60! Sorseggiando un Martini a via Veneto, osservando le felliniane architetture dell’Eur; bevendo un caffè a piazza del Popolo con vista sulle attrici di Cinecittà. Ah, la Roma della dolce vita! Artisti, intellettuali, marcellimastroianni di ogni dove, Dolcevitaville vi aspetta: quante anite ekberg vi attendono nella capitale griffata Disney? Ogni sera Matia Bazar in concerto con lo show Vacanze Romane. Per gli studenti d’arte: gara di strappo-di-poster nell’ambito del torneo Mimmo Rotella”.

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Neorealisticopolis: Dolcevitaville (Laboratoire Untermenschen, 2004).

Neorealisticopolis invece pare quasi annunciare la gentrification borgatara del Pigneto, con conseguente trasformazione di personaggi come Pier Paolo Pasolini in icone hip buone per le più discutibili operazioni commerciali (chiunque abbia fatto un salto all’ormai celeberrimo Bar Necci sa di cosa parlo):

“E daje! Vòi vedé ‘a Roma dee bborgate, voi fatte ‘n giro pe’ ‘a Garbatella, ‘na pajata a Centocelle, ‘no zompetto ar quajaro der Quarticciolo? Ragazzi, qui non si scherza! La capitale neorealista, la città di Rossellini, De Sica e Pasolini: tra accattoni, ragazzi di vita e ladri di biciclette, un bel respiro dopoguerra per uno degli angoli più caratteristici e incantevoli di DisneyRome. Gli amanti della vita de’ strada a Neorealisticopolis troveranno pane per i loro denti: e annamo, ahò!!! Preferibile parlare in romano stretto. Bonus gratuito: gita fuori porta all’Idroscalo di Ostia con gara di caccia ar frocio. Fotoricordo con Anna Magnani per le donne celibi e/o divorziate”.

Infine, la viabilità interna di DisneyRome si affida al più classico degli schemi a cardo & decumano, entrambi ricavati da quella che è pur sempre la principale arteria della Roma contemporanea: ebbene sì, il Grande Raccordo Anulare. Inutile dire che, a questo punto, il Raccordo di anulare non ha più nulla; ma è soprattutto interessante notare come questo non si trovi più in periferia, per essere anzi piazzato nel bel mezzo dell’abitato. Un modo, da parte del Laboratoire Untermenschen, di ribadire l’effettiva centralità di quella lunare regina viarum che è diventato il “Sacro GRA”.

Naturalmente, il grande ostacolo a quella superficie continua che è lo sguardo del turista, è che non sempre questi pezzi di città sono tra loro… be’ sì, continui.

Per concludere, il ragionamento alla base di DinseyRome è in fondo molto semplice: sappiamo bene che il grande e inafferrabile capitalismo globale predilige le superfici continue dei grandi flussi informazionali, mentre al contrario tende ad evitare gli strappi, gli imprevisti e tutto ciò che non produce valore. È una prospettiva che ricorda da vicino quella del turista (di nuovo, inteso sia come visitatore esterno che come effettivo abitante della città-evento) che, poggiando il suo sguardo su un pezzo di città anziché un altro, applica a quel pezzo di città un valore che si traduce anche in quella nuova merce di scambio che è il dominio dell’immaginario.

Naturalmente, il grande ostacolo a quella superficie continua che è lo sguardo del turista, è che non sempre questi pezzi di città sono tra loro… be’ sì, continui. DinseyRome è quindi una modesta proposta non solo per aggirare quell’ostacolo, ma per relegarlo una volta per tutte nella pattumiera della storia. Perché mai, se una famiglia di turisti filippini vuole farsi un giro della Roma cristiana, deve ancora farsi sette chilometri per andare dalla Basilica di San Pietro a quella di San Paolo? Non possiamo metterle vicine, nello stesso quartiere? E perché se uno vuole assaporare un ultimo anelito di Dolce Vita, magari facendosi un giro in Cadillac con colonna sonora di Piero Piccioni, deve trovarsi in mezzo un rudere risalente a duemila anni fa? Mica che quando uno va a DisneyWorld si trova il Castello di Cenerentola in mezzo alle liane del Libro della Giungla, no?

Ora, il progetto del Laboratoire Untermenschen risale a più di dieci anni fa e ho seri dubbi che la Disney abbia le risorse necessarie per prendere una città di quasi tre milioni di abitanti, smontarla pezzo per pezzo, e rimontarla da capo secondo i gusti del visitatore medio di un parco a tema. Quello che però è vero è che negli ultimi anni si sono sprecati i tentativi di adattare la famigerata governance delle città ai flussi di cui DisneyRome è una sorta di manifestazione onirico-paradossale. E che volete farci: ogni volta che sento un Oscar Farinetti proclamare che “come Orlando è conosciuta nel mondo per Disneyland, così Bologna lo sarà per Eataly World”, mi tornano in mente le mappe delle varie Dolcevitaville e Neorealisticopolis.

Forse DisneyRome non sarà mai concretamente realizzabile: ma sono quasi certo che progetti come questo siano il sogno proibito di quei fantomatici attori che le governance urbane le determinano, assai più di qualsiasi amministratore locali. Ammesso che tra i due esista ancora una qualche differenza, ovvio.