Foto: Giovanni Scotti.
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Disneyland Naples

Prima di Gardaland e Mirabilandia, a Napoli c'era Edenlandia. Chiusa nel 2013, adesso riapre.

 

Avevo 14 anni e mio nonno aveva appena avuto un ictus quando misi per l’ultima volta piede all’Edenlandia. Mio padre mi ci portò per distrarmi da quello che stava succedendo in famiglia, dalla prima vera “prova” che mi trovavo ad affrontare nella mia vita. Edenlandia d’altronde, questo aveva rappresentato per centinaia di migliaia di napoletani: un perfetto rifugio dalla monotonia della vita cittadina, in una città che sa essere profondamente anormale. Vi incontravi mamme e nonni che rincorrevano accondiscendenti i bambini, coppie molto giovani al loro primo appuntamento, o gruppetti di studenti evasi dalla routine scolastica (a Napoli si dice “fare filone”). Se era durante il weekend che la magia si creava, ad andarci durante la settimana si provava quella sensazione di esclusività che a 10 anni significa pur sempre qualcosa. Io quella volta ci andai di mercoledì, o forse giovedì.

Quest’intero primo paragrafo è scritto al passato più o meno remoto per una ragione: nell’estate nel 2013 Edenlandia ha chiuso al pubblico, dichiarando fallimento, lasciando a terra 55 dipendenti e mettendo fine a uno dei più sbilenchi sogni napoletani. Ma di che sogno parliamo? E soprattutto: cos’era – e di nuovo è, come vedremo – Edenlandia?

 

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La risposta breve è che Edenlandia era un parco divertimenti a tema inaugurato nel 1965 nella zona di Fuorigrotta, a Napoli (pochissimi chilometri dallo Stadio San Paolo, in piena zona residenziale) su 150mila metri quadrati messi a disposizione dall’ente Mostra d’Oltremare. La seconda risposta, quella lunga, contiene riferimenti a due personaggi: Benito Mussolini e Oreste Rossotto. Fu infatti Mussolini che, tra le diverse opere fasciste erette a Napoli (una delle quali, la Posta Centrale, per molti ha seriamente attentato alla bellezza del Centro Storico), decise di costruire anche la Mostra Triennale delle Terre italiane d’Oltremare – ai tempi, il più grande spazio fieristico del Sud – che dopo i bombardamenti cambierà nome in Mostra d’Oltremare. All’interno di quel progetto c’era anche l’idea di aprire uno spazio per i bambini, e venne addirittura delimitata un’area con quattro archi che andavano a comporre la M caratteristica della firma del Duce.

La guerra fa tramontare qualsiasi progetto, e solo con la ricostruzione si riaffaccia l’esigenza di trovare una collocazione per quei terreni. A questo punto, la storia si intreccia con quella di un uomo di origini piemontesi, Oreste Rossotto, erede di una tradizione di intrattenitori itineranti che scommette su Napoli e che decide di piantarsi proprio lì. A detta di chi l’ha conosciuto, a Rossotto piacevano due cose: far divertire la gente e Disneyland, il parco creato da Walt Disney in California. Mettendole insieme, Rossotto crea il primo parco tematico d’Europa, solo 10 anni dopo quello di Disney, 10 anni prima di Gardaland e 40 prima di Disneyland Paris. I giornali dedicano all’evento lunghi reportage, e agli inizi degli anni ’70 Napoli è la capitale europea del divertimento.

 

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A caccia dell’incanto
Incontro Giovanni Scotti in una strana mattinata di inizio autunno in cui sole e pioggia si avvicendano dipingendo una Napoli più intima, diversa dalla cartolina che tutti conoscono. Nel 2015, Giovanni ha pubblicato un libro fotografico, La città del disincanto, con cui ha provato a cristallizzare gli ultimi sgoccioli d’emozione a Edenlandia. “Il nome del libro deriva dal nomignolo con cui era conosciuta Edenlandia, ‘La città incantata’, retaggio disneyano molto caro al suo fondatore”, mi dice. Il disincanto invece è uno dei cinque aggettivi con cui ti riuscirebbe meglio di descrivere Napoli, una città che impari a conoscere – e a riconoscere – soprattutto quando te ne allontani.

Giovanni si trovava a Milano quando apprese della situazione in cui versava la Edenlandia a un passo dalla chiusura. Semplicemente, la gente aveva smesso di andarci, senza neanche una ragione  precisa; era come se il sogno si fosse interrotto in maniera graduale, scivolando nell’oblio. Fino al fallimento. “Decisi allora di provare a fermare il tempo, e prima che il degrado arrivasse a cancellare ricordi e arrugginire le giostre, scattare quante più foto possibile. Ottenni anche il permesso (unico) di attivare tutti gli interruttori, di vivere quindi il parco nella sua dimensione più spaventosa, quella della solitudine”.

 

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Giovanni mi racconta di aver “dovuto scegliere cosa raccontare: la rovina? L’abbandono? Il non-luogo? Alla fine mi sono detto: nulla di tutto questo. O meglio, volevo provare a parlare di abbandono ma dialogando con i personaggi, per capire cosa succede a un parco, specialmente uno che prevede un percorso, quando viene privato dei suoi visitatori”. Le fotografie che compongono l’opera – un’operetta dark, come anche è stata definita – sono un tuffo al cuore per chiunque abbia mai varcato le soglie del parco e si sia avvicinato al Castello di Lord Sheidon, oppure si sia addentrato tra le costruzioni della Vecchia America “dove all’inizio, negli anni ’60, c’erano cavalli veri e attori-cowboy”: una Westworld senza psicopatici che ben presto viene abbandonata per i costi troppo alti di manutenzione.

Sono tanti i motivi per cui Edenlandia ha piano piano smesso di funzionare. Il primo è da individuare nell’apertura di Gardaland, grande più del doppio, vicina all’Europa più della metà, molto più accessibile e molto più “innovativa”. Ci sono poi una sfilza di errori amministrativi di cui mi parla Nicola Graziano, il giudice delegato a cui si devono i progressi economici e legali fatti nell’ultimo anno e mezzo. Il più grande pareva vertere sul mantenimento degli animali dello zoo interno al parco, ma c’erano anche questioni occupazionali che riguardavano direttamente i lavoratori – che adesso, mi assicura il giudice, verranno tutti reimpiegati.

 

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Edenlandia infatti riaprirà ufficialmente domani, il 26 novembre 2016. In realtà, già subito dopo il fallimento del 2013, i media locali parlarono di nuove cordate pronte a farsi avanti per risollevarne le sorti. La prima era inglese, ma aveva pochi soldi a disposizione. Poi ne arriva un’altra, poi un’altra ancora, fino a che non interviene la New Edenlandia SRL, che fa capo ad un gruppo di imprenditori il più famoso dei quali, Mario Schiano, è conosciuto a Napoli come “l’imperatore delle biciclette”.

Dapprima vengono annunciate due date d’apertura diverse, ogni volta puntualmente smentite. Sui destini del parco si avventano – come al solito – “inchieste” giornalistiche più o meno autorizzate e più o meno in buona fede, una delle quali mostra Edenlandia in un effettivo stato di deterioramento. Quando tempo fa chiesi un commento a Nicola Graziano, questo mi rispose stizzito che non aveva nulla da commentare e che i lavori proseguivano invece bene. Ed effettivamente, solo qualche settimana dopo il nostro incontro, la pagina Facebook ufficiale del parco dava la notizia che tutti stavano aspettando: il 26 novembre una piccola parte di Edenlandia riaprirà, e sarà un villaggio di Babbo Natale – o meglio un Santa Claus Village – dove iniziare a respirare un pizzico di aria natalizia. Certo, tutto intorno i lavori sono ancora in corso (e non si sa a che livello di completamento): ma era troppo importante che Napoli desse un segnale, e che quel segnale partisse  da quel triangolo che si chiama Bagnoli-Fuorigrotta-Agnano.

 

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In un pezzo di qualche anno fa uscito su Internazionale, Cristiano De Majo, parlando di Bagnoli affermava: “Ogni volta è come vedere per la prima volta tanto intensa è la vertigine”. La zona di Bagnoli in effetti è da tempo uno dei principali nodi irrisolti di Napoli, un potenziale paradiso industriale oramai abbandonato a interminabili lotte politiche. Napoli d’altronde, come mi ricorda ancora Giovanni Scotti, “è la città che inaugura la porta del parco (qualche anno fa proprio a Bagnoli) senza che esista il parco”. Per un momento mi ritornano in mente mille cliché, di quelli che vogliono Napoli “bel presepe con cattivi pastori”.

Edenlandia ha rischiato concretamente di far la fine dell’Italsider di Bagnoli, seppur in scala ridotta. Eppure, secondo Nicola Graziano, “tutte le istituzioni hanno lavorato in simbiosi” per riconsegnare a Napoli uno dei pochi parchi a vocazione cittadina – con tanto di fermata metropolitana personalizzata – in Europa, districandosi in una situazione molto complicata che vedeva coinvolti Comune, Regione e Soprintendenza. Non tutto ha funzionato come previsto: per esempio, all’inizio del 2015 i vincoli posti dalla Soprintendenza bloccarono tutto, e Ciro Cangiano – l’AD di New Edenlandia – dichiarò al Mattino: “ci vediamo costretti a sospendere i lavori di ristrutturazione a causa delle novità sopraggiunte sul parco”.

 

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E pensare che solo pochi giorni prima era arrivato a Napoli l’architetto Valerio Mazzoli, “il mago dei parchi divertimenti”, così come piace chiamarlo ai principali quotidiani italiani. È una definizione che ha un suo perché: nella sua carriera, Mazzoli ha – in ordine sparso – contribuito alla creazione di Disneyland Paris, progettato Rainbow Magic Land, resuscitato Gardaland, e pure ideato la mascotte Prezzemolo. Quasi ogni cosa nel settore dell’intrattenimento di Serie A che si può trovare in Italia, porta la sua firma. Oggi Mazzoli vive a Orlando, e quando l’ho contattato per capire perché il suo progetto per Edenlandia non sia nemmeno stato preso in considerazione, si limita a liquidare la questione con un “non c’erano i fondi necessari” che potrebbe voler dire tutto e niente, e forse è meglio così.

Quanto alla sua idea di parco invece, Mazzoli è molto chiaro: “ad oggi, nel 2016, è utopistico pensare di convincere le persone a uscire di casa con delle attrazioni tradizionali. Quello che avevo in mente per Edenlandia era qualcosa che andasse al di là della singola giostra. Non essendo Napoli una città con miliardi di abitanti, puntare sul turnover è stupido: meglio sarebbe cercare di fidelizzare il cliente – anche nel rispetto della vocazione cittadina del parco. C’è bisogno di raccontare una storia e Napoli ha tante storie da raccontare”. Spende poi qualche minuto a raccontarmi affascinanti aneddoti su Herbert Ryman e Walt Disney, e prima di salutarmi mi confessa: “sono un po’ amareggiato: il mio progetto per Edenlandia era molto bello…”.

 

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Fuori Valerio Mazzoli, come sarà allora la nuova Edenlandia? Di certo ci sarà ancora l’ambasciata Unicef, che al tempo fu la prima ad aprire in Europa, più una serie di attrazioni la cui rimessa è legalmente vincolata al rifacimento del parco. Alcune rappresentano l’essenza stessa di Edenlandia, e quindi dei nostri ricordi. Su questi, d’altronde, è concentrato tutto il libro di Giovanni Scotti, che sfoglio in quella giornata uggiosa in cui la mia ricerca è cominciata: dal Viaggio di Sogno, inquietante messa in scena del mondo che si attraversava a bordo di una piccola navetta tra  bambole robotiche che scattavano foto e sorridevano maldestramente (la stessa idea verrà poi esportata a Disneyland Paris), passando per la già citata Vecchia America che più ci penso più mi sembra davvero Westworld.

I più piccoli invece aspettavano ore per un giro sul Jumbo Volante, un fake Dumbo che si alzava fino a quelle che sembravano altezze eroicamente proibitive; a volte i giorni di attesa potevano diventare anni, come quando c’era da salire sui “Tronchi”, l’attrazione più cool del parco, non fosse altro perché l’acqua che bagnava i jeans – a volte anche troppo – portava con sé la sensazione di avventura che l’atmosfera eterea del parco tendeva a nascondere. O ancora il Festival delle Beffe, ribattezzata “Casa delle Beffe” a cui accedevi solo superando una ruota che poteva girare forte o fortissimo: nel secondo caso saresti caduto.

 

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Ma il fulcro del parco, il suo stesso logo, era il Castello di Lord Sheidon: il centro dell’esperienza, la tappa essenziale di ogni “visita all’Edenlandia”. Originariamente disegnato da Tony Stefanucci in uno stile molto orientale, nel corso degli anni ha subito più d’una modifica. Nel mio ricordo, in quella fredda giornata in cui per la prima volta avevo assaggiato l’odore degli ospedali, si saliva su una minuscola zattera che ti avrebbe poi condotto al cospetto di Lord Sheidon in persona: un mezzobusto che mi ha sempre fatto pensare al tipo di Art Attack.

E in fondo quella era Edenlandia: Un luogo che ha sempre galleggiato a metà tra sensazionalismo e provincialismo spicciolo, che per troppo tempo si è crogiolato nei suoi primati, cullato da un popolo che pur nella miseria non nasconde mai la superbia.

 

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Foto di Giovanni Scotti.