Fringe Performers Take To Edinburgh's Royal Mile. Jeff J Mitchell/Staff
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Design antipatico

Alla ricerca della Camden Bench, la panchina pensata per scoraggiare "comportamenti indesiderabili”. Tipo sedersi.

 

Per raggiungere Camden Town da Charing Cross devo dirigermi a nord e camminare per 3,7 chilometri: tanto dista Camden, come i più semplicemente la chiamano, da quello che viene riconosciuto come “il vero centro di Londra”. Questa zona è famosa per i mercati e per lo stile di vita “alternativo” dei suoi abitanti, e i molti studenti che la popolano ne apprezzano soprattutto quest’ultimo aspetto – anche se, come da prassi, la gentrification ha già provveduto ad alterarne i caratteri. E così le attività indipendenti chiudono a vantaggio delle grandi catene, gli affitti si alzano, e chi non può permetterseli è costretto a cambiare aria.

So che è camminando per queste strade in pieno cambiamento che potrei notarla per la prima volta, la Camden Bench. Di certo non è facile accorgersi immediatamente della sua presenza. Le superfici squadrate e affilate di questa panchina sembrano fatte apposta per far scivolare lo sguardo, facendolo perdere lungo l’intrico di possibili vie di fuga prospettiche che si dipartono da questo altare urbano, il cui profilo ricorda quello tagliente dei cacciabombardieri F 117 Nighthawk, i primi velivoli militari che con la loro linea spezzettata riuscivano a ingannare i radar. Stealth, invisibili, li chiamavano.

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La Camden Bench/Wikicommons.

La Camden Bench è stata disegnata per rispondere alle esigenze del comune di Camden, come si legge nella scheda sul sito di Factory Furniture, l’azienda che la produce. Gli amministratori del quartiere londinese cercavano infatti un elemento di arredo urbano capace di resistere a tutta una serie di comportamenti considerati criminali e antisociali.

Scordatevi perciò di poter utilizzare la panchina per schiacciare un pisolino, perché le sue ruvide e increspate superfici, le stesse che prevengono l’accumulo della spazzatura, vi renderanno impossibile anche solo pensare di sdraiarvici sopra. L’assenza di fessure fa invece sì che la seduta sia sconveniente per gli spacciatori di droga: senza un posto dove nascondere le dosi il dealing diventa un’attività troppo rischiosa. La rientranza frontale consente infine, a chi riesce a sedersi sulla panchina, di utilizzarne il design per presidiare i propri averi da ogni possibile tentativo di furto.

Le superfici squadrate e affilate di questa panchina sembrano fatte apposta per far scivolare lo sguardo.

Questo pallido e amorfo blocco di cemento – qualcuno lo ha chiamato anti-oggetto – si inserisce a pieno titolo in quel filone dell’urbanistica che va sotto il nome di “hostile architecture”. E cioè un modo di concepire la città e gli spazi urbani che ha come scopo quello di prevenire l’insorgere di comportamenti indesiderati; un’attitudine difensiva, che guarda con sospetto gli utilizzi liberi e non convenzionali dello spazio; una grammatica e una sintassi che codificano i rapporti di potere attraverso il design di specifici elementi di arredo urbano.

Del vocabolario dell’architettura ostile fa parte tutto un armamentario di soluzioni costruttive che ci eravamo abituati a comprendere più come ostacoli nei videogiochi platform che come oggetti in cui imbatterci nella vita di tutti i giorni: spuntoni, inflorescenze di metallo, inciampi in cemento, piani inclinati, protuberanze bizzarre, rientranze inspiegabili, angoli sbilenchi… Trovate di design pensate per limitare gli usi di un elemento di arredo urbano soltanto a quelli che il committente ritiene siano leciti e accettabili. Il problema, alla sua radice, sta tutto qui ed è una questione di definizione: chi giudica se un comportamento è accettabile o meno? A chi spetta l’onore e l’onere della decisione?

Fermata di Vauxhall Bridge Road/ Wikicommons.

Fermata di Vauxhall Bridge Road/ Wikicommons.

Per molti attivisti, quelli che gli amministratori pubblici o i proprietari di immobili e aree urbane giudicano comportamenti criminali o antisociali, non sono altro che l’effetto della povertà – cos’altro se non la povertà costringe una persona a dormire per strada? – o del disagio sociale, quello da cui nascono buona parte dei comportamenti microcriminali che registriamo e stigmatizziamo nelle nostre città.

La volontà di sradicare questi comportamenti attraverso scelte di design piuttosto che tramite una coordinata azione politica, sarebbe quindi un momento di quella “guerra di classe” contro la povertà che è una delle cifre della contemporaneità. Un periodo segnato dalle retoriche del “decoro” e del “degrado”, il cui corollario ed effetto è la progressiva marginalizzazione degli spazi pubblici, ibridi e meticci, che rendono possibile l’incontro tra le diversità e un uso libero dell’ambiente che ci circonda.

Non è dunque un caso se sono stati gli skateboarder i primi ad aver maturato una coscienza di quanto queste scelte di arredo urbano siano limitanti e lesive per la nostra libertà individuale. Non ci si deve stupire della consapevolezza di questi “teppisti”: al di sotto e al di sopra dell’estetica di rottura, gli skaters sono una sottocultura urbana che ha fatto dell’esplorazione e dell’uso creativo della città una delle sue caratteristiche distintive; proprio per questo motivo, una delle prime forme di ostilità architettonica di cui io abbia notizia sono proprio gli skatestopper, quegli elementi di arredo urbano pensati per impedire o rendere difficile la pratica dello skateboarding.

Ma quei tempi sono ormai lontani e l’ostilità architettonica oggi non pianifica più la sua offensiva solo sulla base della semplice marginalità sociale dei soggetti i cui comportamenti si prefigge di arginare. L’apparizione nelle nostre città dei cosiddetti dispositivi “Mosquito” si basa infatti su criteri anagrafici piuttosto che sociali: è accaduto a Trento, dove questi dissuasori sonori sono stati installati nella centralissima piazza di Santa Maria Maggiore e configurati in modo che la frequenza degli ultrasuoni emessi, 17kHz, fosse particolarmente insopportabile soprattutto per i giovani che avevano eletto quello spazio a luogo di ritrovo e aggregazione.

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Spuntoni anti-senzatetto/Flickr.

C’è tutto questo sotto la ruvida e uniforme superficie della Camden Bench; nascoste sotto la sua apparente e aurea razionalità, ci sono all’opera logiche discriminanti e criminalizzanti che prendono di mira gruppi umani sempre più ampi e variegati, mentre rodono un poco alla volta l’identità e la libertà degli spazi che viviamo ogni giorno.

Penso a tutto questo mentre percorro a piedi quei 3,7 chilometri che da Charing Cross mi portano a Camden. Penso e cammino, con la stessa concentrazione di un cacciatore all’inseguimento della preda, e nel cuore la speranza di riuscire a vederla, questa panchina che di passo in passo m’è diventata unità di misura del mondo che mi circonda – un mondo che mi appare sempre più ostile e sulla difensiva. Perché è un mondo ritratto, protetto da muri, barriere e confini su cui la vista scivola via, proprio come scivola sulle superfici stealth, invisibili, della Camden Bench che ora proprio non mi riesce di trovare da nessuna parte.

È quando sto per gettare la spugna, solo allora e non prima, che lo sento. Inconfondibile. Rumore di tavole che schioccano sull’asfalto, ruote che accarezzano il selciato, truck che mordono il cemento. Rumore di skateboard. Lo seguo d’istinto, ed eccola lì, la Camden Bench. Me la trovo davanti quasi per caso, proprio mentre il suono degli skaters si allontana dietro l’angolo più lontano della piazza, inseguito dal frastuono della città. Non faccio nemmeno in tempo a vederli, tanto andavano veloci i “teppisti urbani” su tavole a rotelle. E allora mi avvicino, osservo la panchina, circospetto ci giro intorno. La guardo, la studio, e infine provo a sedermi.

Appoggio le chiappe sulla superficie increspata della seduta e cerco di trovare la posizione. Il culo scivola lentamente verso il basso e per contrastare la spinta gravitazionale mi puntello coi piedi, fletto i muscoli e m’aggrappo con le natiche finché non trovo l’equilibrio che interrompe la mia lenta caduta. Siedo finalmente sulla Camden Bench, in questa piazza trafficata a 3,7 chilometri dal centro di Londra. E lì percepisco che siamo soli: io, una monade persa in un mondo dove valgo solo in funzione del numero esponenziale di informazioni che riesco a elaborare a ritmo incessante; e lei che, in ogni istante, si difende da me.