Courtesy: Netflix.
Commenti

Dentro l’Inferno

Werner Herzog e il suo viaggio al centro della Terra.

 

Guadalupe e Martinica, Antartide, Indonesia, Etiopia, Islanda e Corea del Nord, la Repubblica di Vanuatu: Dentro l’inferno, l’ultimo documentario di Werner Herzog, è un canto corale — o meglio, una via del canto che unisce emisfero boreale e australe, Oriente e Occidente. La via del Vulcano.

La scena di apertura del film dialoga con quella di Aguirre, la discesa delle Ande, o con il classico volo d’uccello dei documentari ambientati nella macchia amazzonica. Il budget concesso da Netflix, però, eleva il gioco a un livello superiore. Si parte dal fianco di una montagna lambita dalle nuvole e, in sovrimpressione, i soliti credits, così rassicuranti: lo sguardo indugia  sulla parete, per poi puntare verso l’alto, verso il crinale, dove una manciata di uomini —insignificanti, circondati da strumenti insignificanti — danno le spalle all’osservatore, lo sguardo rivolto a qualche chilometro sotto di loro, dove sbrodola una enorme polla di fuoco: stiamo entrando nell’inferno, noi e loro, insieme.

Ecco la fiera con la coda aguzza, / che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza.

 

devil-crop

 

Assholes! Do you ask a volcano for another take?”, disse una volta Klaus Kinski in un’intervista a Playboy, riservando il suo livore a quei registi che osavano chiedergli di girare due volte la stessa scena. Impossibile ripetere da capo un’eruzione vulcanica. Herzog  riuscì a domare abilmente le esplosioni di Kinski per cinque volte prima della morte dell’attore. Nel 1976 i due avevano già lavorato insieme su Aguirre quando Herzog si ritrovò a filmare un vulcano vero e proprio – e non più figurato – nell’imminenza di un’eruzione. Nelle Antille, l’isola di Guadalupe era stata evacuata per i borbottii sempre più insistenti dello stratovulcano La Grande Soufrière. Settantacinque mila persone avevano abbandonato le proprie case, spesso di fretta, lasciando le imposte al vento o l’aria condizionata ancora accesa. Herzog e due operatori volarono sull’isola, attratti dal racconto della catastrofe imminente, nel tentativo di riannodare in qualche modo il filo del destino instabile assegnato a questa piccola fetta di umanità da una natura così grandiosa e indifferente.

Nonostante i segnali inequivocabili, quell’eruzione, misteriosamente, non avvenne mai. Con il materiale girato Herzog montò La Soufrière, un film minore, un documentario di trenta minuti, la storia di una minaccia destinata a rimanere solo sospesa. “Per noi, le riprese di questo film hanno assunto un aspetto patetico”, dice la giovane voce fuori campo di Herzog quasi con rammarico, in chiusura del corto, “tutto è finito con un nulla di fatto e nel ridicolo più completo. Ora questo è il documentario di una catastrofe inevitabile che non si è mai verificata”. A quarant’anni di distanza, in Dentro l’inferno, Herzog torna a visitare uno stratovulcano in procinto di eruttare: quello del Monte Sinabung, in Indonesia. Questa volta il rischio non è rimasto potenziale, però. Qualche giorno dopo le riprese, nel maggio del 2016, esattamente nel punto in cui Herzog e la troupe avevano piazzato le proprie telecamere, una pioggia di polvere e lava ha ucciso sette persone.

Dentro l’inferno inizia da dove l’ultimo lavoro del regista, Lo and Behold, era finito: con il fuoco. “Tutta la letteratura è memoria della perdita del fuoco”, secondo Agamben, un progressivo quanto illusorio allontanarsi dal mito, un ricordo sbiadito della fiamma. Herzog vuole tornare alla fiamma; ha capito che, come scrive Scholem, “la montagna [o la verità mistica] non ha bisogno di alcuna chiave; occorre soltanto penetrare la cortina di nebbia della storia che la circonda”.

 

vulcani

 

La sua particolare visione della civiltà umana e del pianeta Terra lo ha portato a mescolare vocabolari e linguaggi diversi, dalla poesia alla fantascienza, in un’esplorazione continua: Il diamante bianco (2004), Grizzly Man (2005), L’ignoto spazio profondo (2005), Incontri alla fine del mondo (2007), e adesso anche Dentro l’inferno, possono tranquillamente essere visti come capitoli di un unico grande film ambientato nei posti più ostili che l’uomo abbia mai raggiunto: nel deserto, nelle foreste pluviali, nelle profondità del mondo sottomarino e nello spazio interstellare.

Anche in Dentro l’inferno il regista tedesco si rifiuta però di perdere di vista l’elemento umano. “Non ero interessato al vulcano, ero interessato a un singolo uomo che si rifiutava di essere evacuato”, dice nel suo ultimo film quando ricorda le riprese di La Soufrière. Il fuoco del regista – inteso questa volta come l’oggetto verso cui dirigere la propria curiosità – è sempre lo stesso. Herzog vuole raccontare l’uomo, le interazioni tra le persone e i territori, i modi in cui la morfologia stessa della terra finisce per modificare le vite degli esseri umani.

Lungo i pendii dei vulcani, in giro per il mondo, Herzog scopre così che quelle zone sono terreno fertile per popolazioni che vivono la propria esistenza nel mito, in racconti religiosi e spirituali intimamente legati ai vulcani stessi.

 

vulcani

 

L’approccio del documentario è binario, diviso tra la felice divulgazione scientifica di Clive Oppenheimer (vulcanologo conosciuto dal regista sul set di Incontri alla fine del mondo) e la ricerca mistica di Herzog, un dialogo riconoscibile fin dalle prime battute del film nell’intervista con il capo villaggio vanuatiano, al quale Oppenheimer cerca di carpire i segreti del vulcano, ricevendo in cambio uno sguardo perso nel vuoto, il ricordo della vista del magma, così ipnotica da trasportare l’intervistato “somewhere else”, lontano, oltre. Il capo villaggio, poi, si chiede perché a questi estranei interessi il vulcano, perché vogliano parlarci, disturbarlo. Ed è la stessa domanda rivolta dieci anni prima da Oppenheimer a Herzog, sulla vetta del Monte Erebus, un vulcano attivo alto quasi quattromila metri, uno dei pochi al mondo a presentare un lago di lava. Herzog risponde di essere affascinato dai vulcani non solo per il loro carattere distruttivo: “Sono qualcosa di diverso. È bene che esistano. E che il suolo su cui camminiamo non sia stabile”, così come “non c’è nessuna stabilità negli sforzi dell’essere umano, nessuna stabilità nell’arte, nessuna stabilità nella scienza”. I vulcani hanno creato l’atmosfera di cui abbiamo bisogno e possono riprendersela in un istante.

Diventa questione di vita o di morte non dimenticare la danza, dice il capo villaggio accompagnandoci dalla sua famiglia, nuda e pronta a mettere in scena la danza “più felice di tutte”, incanalata dalla stessa euforia poi testimoniata dagli universitari coreani in cima al monte Paetku, o dai bambini “cannibali” di Vanuatu, o ammaestrata nella coreografia demenziale di Oppenheimer e dei ricercatori di fossili nella piana etiope.
L’uomo di fronte al sublime deve esprimersi, e la danza è forse il linguaggio più immediato.

La stessa danza che ossessionava Katia e Maurice Kraft, una coppia di vulcanologi francesi omaggiati dal film, epitome dell’eterno eroe herzogiano, il sognatore bruciato dall’allucinazione. Passeggiando — letteralmente — accanto a fiumi di lava rossonera, i Kraft regalano immagini incredibili, impressionanti, assurde, demoniache, ultramondane, incoscienti, allucinanti, magiche.

Immagini che si allineano spontanee al repertorio di un regista da sempre sedotto da una visione holderliniana della Natura o, in poche parole, l’unico Romantico domiciliato sul Sunset Boulevard.

 

 

Ricercatori e generici appassionati che lavorano ai confini della scienza sono diventati personaggi feticcio ricorrenti negli ultimi documentari di Herzog. Eppure il regista non costruisce mai alcuna gerarchia tra le opinioni degli scienziati e, per esempio, i racconti delle leggende mistiche delle popolazioni aborigene. Lo scienziato per Herzog è essenzialmente una sorta di monaco folgorato dai misteri dell’universo. Tutto è posto sullo stesso piano narrativo e alle opinioni dei ricercatori viene data la stessa dignità di quelle dei santoni indigeni. In Dentro l’inferno sismologia e vulcanologia hanno così lo stesso peso delle leggende di una comunità dell’arcipelago Vanatu, dove una divinità di nome John Frum, dalle fattezze di un fantomatico soldato americano, vive “in una stanza speciale” all’interno del cratere del vulcano dell’isola.

Quando Herzog e Oppenheimer vanno in Etiopia assistono allo show stralunato di Tim D. White, famoso paleoantropologo e incredibile divulgatore, in Africa per cercare i resti dei primi Homo Sapiens, resti risalenti a 100.000 mila anni fa e che potrebbero aiutare a capire come alcune gigantesche esplosioni vulcaniche hanno modificato la distribuzione della popolazione e quindi l’evoluzione umana. Uno dei collaboratori di White, dopo un piccolo monologo sulla propria carriera, si china a baciare il terreno dove il team lavora alla ricerca di fossili. Un gesto che possiamo immaginare imposto o quantomeno suggerito dal regista tedesco che ama modificare il comportamento degli intervistati dei suoi documentari, alla ricerca di quella che lo stesso Herzog chiama verità estatica. Una verità più intensa, anche se spesso pilotata, una esposizione che più facilmente riesce – secondo Herzog – a far trasparire la natura sfuggente e poetica della realtà.

Forzature che diventano superflue in uno dei passaggi più incredibili del film, lo spezzone girato in Corea del Nord. Grazie alla collaborazione tra l’università di Cambridge e quella di Pyongyang, Herzog e Oppenheimer riescono a ottenere un permesso per visitare e filmare le zone vulcaniche della Repubblica Popolare Democratica.  “Tutto quello che abbiamo visto è stato un atto dimostrativo, ma li abbiamo assecondati. Non c’è altro modo per vedere questo enigmatico paese se non come desidera rappresentare se stesso”. Anche in Corea il vulcano è diventato un mito, perfettamente incorporato nella propaganda quotidiana del regime, dove il fondatore della patria Kim Il-sung, esattamente come le divinità delle popolazioni del Pacifico, trae la propria forza onnipotente dalla potenza eruttiva del vulcano.

 

vulcani

 

«In tutte tue question certo mi piaci», / rispuose; «ma ’l bollor de l’acqua rossa / dovea ben solver l’una che tu faci.  

Herzog è nato qualche anno prima di un altro intellettuale bavarese, Winfried Georg Sebald. I due sono uniti da un filo che solo lo scrittore sembra interessato a tirare. Sebald omaggia implicitamente il regista ne Gli anelli di Saturno, esplicitamente in Moments Musicaux; un’opera in cui mancano i riferimenti all’opera herzogiana è invece Storia naturale della distruzione, un libro emerso dalla memoria mentre il documentario mostrava la distruzione feroce di cui i vulcani sono capaci. Intere città piallate dalle correnti piroclastiche, manichini rachitici chiusi nei sarcofagi di plastica della croce rossa, insomma, l’ennesimo spartito del silenzio mortale. La tesi del saggio è semplice: gli scrittori tedeschi attivi nell’immediato dopo guerra non sono stati capaci di restituire il trauma dei bombardamenti di Amburgo, Dresda, Berlino e delle altre città, come vittime di un’autocensura, dell’incapacità di ricorrere all’anti-retorica di cui altre letterature sono state capaci (come primi nomi a venire a galla, senza filtro, mi vengono Meneghello e Fenoglio, ma anche Vonnegut). Come l’uomo rimasto sull’isola di Guadalupe alla vigilia di un’eruzione apocalittica ripreso ne La Soufriere, Herzog si auto-esilia e canta nell’isola deserta, pronta per sprofondare nel mare. Citando l’intervistato: “È la volontà di Dio. Non ho paura di niente.”

Herzog segue le dinamiche sublimi di una natura che non si interessa delle vicende umane e che eppure finisce inevitabilmente per determinare. In Dentro l’inferno è fatalmente attratto dai vulcani per la loro forza, che può essere – ed è stata nei millenni – creativa o distruttiva in maniera indiscriminata e un po’ casuale. Negli ultimi minuti del film Herzog ci regala così una citazione che entra di diritto nel breviario dei suoi aforismi allucinanti e geniali, quelle poesie spietate che sono ormai il marchio di fabbrica del regista tedesco. “È difficile distogliere gli occhi dal fuoco che brucia in profondità sotto i nostri piedi, ovunque, sotto la crosta dei continenti e sotto i fondali marini”, dice mentre scorrono sullo schermo fiumi di magma. “È un fuoco che vuole fuoriuscire, e a cui non importa nulla di ciò che noi facciamo qui sopra. Questa massa in ebollizione è solennemente indifferente ai frenetici scarafaggi, agli indolenti rettili e agli insulsi esseri umani allo stesso modo”.

È una cosa che ci unisce tutti — è difficile non rimanere ipnotizzati dal fuoco. Il film finisce da dove era iniziato, dal capo villaggio delle Vanuatu che racconta:

“Quando mi sono avvicinato al lago di lava non pensavo che avrei visto qualcosa di simile. Ho creduto di guardare l’acqua del mare, ma era rossa. Non capivo. Ho iniziato a chiedermi perché ci fosse dell’acqua lì e fosse rossa. Ho pensato che forse un giorno quel fuoco avrebbe raggiunto l’acqua. [Dopo una seconda visione, colpisce come il regista in effetti taglia spesso da close-up intorno al magma a vedute aeree di oceani in lotta.] Penso che un giorno tutti i vulcani esploderanno, e tutto si scioglierà: la terra, le pietre, gli alberi, come acqua.”

 

Immagini per gentile concessione di Netflix.