Dente sul palco del Druso, Bergamo (Alessandra Lanza)
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Dente per Dente

Quattro chiacchiere con il cantautore di Fidenza in occasione del suo Canzoni per metà.

 

È in pausa dal suo tour invernale, che è ricominciato il 26 gennaio a Latina e che ha portato in giro l’album Canzoni per metà. I giochi di parole sono cari a Giuseppe Peveri (Fidenza, 1976), in arte Dente: e infatti non si tratta di canzoni scritte a metà, ma di canzoni scritte per delle metà: in questo caso, per delle donne, esistenti o immaginarie, presenti, passate o future. Il nuovo album è un posto bizzarro e particolare, che nel primo video rilasciato, quello di Cosa devo fare, ha le sembianze di un sogno in formato carillon. È un luogo in qualche modo fantastico, fatto di strane suggestioni e creature – donne, o un gigantesco orso di peluche – anch’esse per metà. Le vediamo dalla vita in su – come la sirena al contrario protagonista della copertina dell’album, la cui immagine veglia durante i live sui musicisti che lo accompagnano.

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Dente sul palco del Druso, Bergamo. (Alessandra Lanza)

Parliamo dei tuoi luoghi: come se fosse una Geometria Sentimentale, ma in questo caso una geografia.
Geografia era un altro titolo plausibile per il brano.

Come mai hai scelto proprio la “geometria”?
Ero indeciso tra geometria sentimentale, che poi ha vinto nel testo, e geografia sperimentale, che ho abbandonato per quanto mi piacesse l’idea di quella disciplina inesistente.

Avresti potuto esserne l’iniziatore.
Potrei, potrei inventarmi una disciplina inutile.

Ma noi parleremo di geografia sentimentale, quella di Dente. Partirei dall’inizio: il fatto di essere nato e cresciuto in una piccola città come Fidenza immagino abbia influenzato i tuoi passi successivi, in particolare quelli musicali. Fossi nato da un’altra parte, a parte la ‘r’ parmigiana cos’avresti perso, cosa sarebbe successo?
Questo lo sa Dio, se c’è un Dio. Io non lo so. Sicuramente il fatto di essere qui dove sono ora implica indiscutibilmente l’aver passato trent’anni della mia vita in quel luogo, in cui mi sono formato, ho cominciato a suonare e a scrivere, a fare le cose che sto tuttora facendo. Credo che il regalo più grande e paradossale che fanno i luoghi di quel tipo sia la voglia di andare via. La provincia, in generale, è un posto dal quale si vuole scappare: in tarda età, ma anch’io sono scappato. E queste cose tristissime [le sue canzoni] probabilmente sono anche frutto del luogo in cui vivevo.

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Dente sul palco del Druso, Bergamo (Alessandra Lanza)

Malinconia e desiderio di fuga a parte, hai scelto Busseto, un piccolo paese a circa una decina di minuti di macchina dalla tua città natale, per registrare l’intero album Almanacco del Giorno Prima. Torni spesso a casa?
Torno poco, pochissimo. A parte la famiglia non ho mantenuto molti legami. Fatico un po’ a tornare a casa, sto meglio altrove.

Ora vivi a Milano da una decina d’anni. Ricordi la tua prima impressione della città?
C’ero stato pochissime volte prima di trasferirmi. Ricordo solamente una sensazione molto bella e anche molto difficile da spiegare, che spero di provare ancora, ma che probabilmente faticherò a ritrovare: erano i primi giorni in cui ero qui, forse appena qualche settimana. Frequentavo una scuola di grafica e la sera non uscivo mai, me ne stavo chiuso in casa e quindi non conoscevo la città. Poi una sera mi sono dimenticato una cosa in macchina e sono sceso per prenderla. Mentre camminavo, tornando verso casa, girato l’angolo, respiravo l’aria e vedevo intorno a me questa cosa, tutta molto nuova. Eppure sapevo dov’era casa e mi orientavo. Mi sono detto: “ah, io abito qui. Sono qui. Qui da solo, in questo luogo nuovo, che non conosco”. Una sensazione mista di paura e gioia.

Una sensazione dolce, in qualche modo.
Sì: mi sentivo sperduto e nello stesso tempo bene, al sicuro. Mi sentivo grande, in un certo senso. Se è capitato di vivere anche a te in una città sconosciuta forse la puoi capire.

Strano, tra l’altro, per una città come Milano, che risulta ostile a tante persone che non ci sono nate e cresciute.
Sì, devo dire che sono stato molto fortunato perché non ho trovato ostilità in questa città, mai. Ho incontrato le persone giuste e l’ho sempre vissuta come un luogo bello e fatto di gente bella.

E la tua ultima impressione? Intendo: Milano è ancora quella cosa lì o il tuo modo di percepirla è cambiato?
Beh, è cambiato molto perché adesso la conosco abbastanza bene. C’è stata una fase di esplorazione molto bella: prendevo la macchina e guidavo, a volte senza sapere dove stessi andando. Quando vedevo il cartello Milano sbarrato sapevo di essere uscito dalla città. A quel punto, senza navigatore e telefonino, tiravo fuori il Tuttocittà, cercavo di capire dov’ero e di tornare a casa. Facevo giri in macchina per il gusto di girare la città, senza conoscerla, come quando hai appena preso la patente. Arrivato a un incrocio, mi dicevo: qui vado a destra e vediamo cosa succede. Ultimamente devo dire che le poche volte che sono a Milano mi piace stare in casa. Esco per vedere concerti, mostre, andare al cinema, però non la vivo più come una volta, con questo desiderio della scoperta.

 

 

Quello della casa è un motivo molto frequente nelle tue canzoni. Casa in cui andare a vivere con qualcuno, casa in cui sei già con qualcuno. Per te cos’è “casa”?
Si usa la parola casa per dire tante cose: un luogo sicuro e rassicurante, dove stare al caldo, nascondersi. Per me è un luogo molto importante, soprattutto in questo periodo da casalingo. Inizio a sentirla mia dopo dieci anni, ci sono dentro tutte le mie cose. Cose che non svaniscono perché sono oggetti, cose reali, che restano lì, che tu puoi guardare, consultare, usare. Una sorta di Wunderkammer del tuo passato. Il passato delle cose che hai comprato, che hai voluto, messo lì per coltivare e addobbare la tua casa.

C’è un oggetto sposteresti per primo, se dovessi trasferirti da una casa all’altra?
Forse mi occuperei della libreria, che tra l’altro ho da poco rifatto perché non ci stavano più i libri. Ho chiesto di farmene fare una ad hoc, a muro, per farceli entrare tutti.

Un libro in particolare?
Difficile questa. Ti posso dire il libro che sto leggendo in questo momento e che mi sta piacendo tantissimo: è di Emmanuel Carrère e si chiama Io sono vivo, voi siete morti, biografia di Philip K. Dick.

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Planetario Ulrico Hoepli, Milano (Alessandra Lanza)

So che uno dei tuoi luoghi preferiti a Milano è il Planetario.
Sì mi piace molto, insieme ai Giardini Indro Montanelli che sono vicino a casa mia, dove c’è anche il Museo di Storia Naturale.

Ho pensato che in effetti avesse senso. D’altra parte la luna, i pianeti, le stelle, i corpi celesti sono temi ricorrenti in tutte le tue canzoni, insieme alle nuvole, al cielo e così via. Mi sembra che tu abbia sempre lo sguardo rivolto verso l’alto. Che cosa cerchi lassù?
Ah. Chi lo sa cosa cerco. Mi piace molto e mi causa forti vertigini pensare a quello che c’è là sopra. La cosa che mi stupisce di più, nel momento in cui riesco a percepirle, per un attimo, sono le distanze, quelle immensità e insieme la piccolezza che siamo noi, quaggiù. Non sappiamo dove siamo, cos’è questa cosa che ci circonda: pianeti, stelle, galassie, lo spazio siderale, infinito, non sappiamo che cos’è, da dove viene, dove sta andando, se siamo parte di qualcos’altro, più grande di noi. A volte pensarci mi dà un senso di sconforto pazzesco. Credo che non basterà la mia breve vita per capire davvero dove siamo e non ci riuscirà il genere umano, purtroppo. È uno dei miei più grandi desideri.

Ma alla fine di tutto ti trovi scaraventato sulla Terra. In Giudizio Universatile il cielo cade. In Curriculum a venir giù è una mensola piena di libri, in Impalcatura, “È l’una e la luna è un’impalcatura che tiene insieme il nostro amore che cade in continuazione”. Un senso di caduta e, viste le tue riflessioni quasi leopardiane sull’infinito, anche di caducità. Da dove credi che arrivi? È legato a quel senso di vertigine?
Probabile. Non lo so, qui entriamo in un’analisi psicologica pesante. Il fatto di cadere, io lo interpreto in modi molto diversi. Si cade giù come dalla mensola. È un rapporto che finisce, descritto in quel modo lì, una mensola che cade giù. Mi dà un po’ quella sensazione della caduta, il fatto di abbandonare qualche cosa, lo uso spesso.

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Planetario Ulrico Hoepli, Milano (Alessandra Lanza)

Adesso torniamo sulla terra, ma dall’altra parte dell’Oceano, in Brasile, dove nel 2013 sei stato in tour coi Selton. Che cosa ti ha lasciato quell’esperienza? Ci vivresti?
Viverci, non lo so. Anche perché è talmente grande che dire “vado a vivere in Brasile” può voler dire tantissime cose. È un po’ come dire “vado a vivere in Europa”. Puoi finire in Sicilia come a Berlino. Io ho vissuto la parte centro-meridionale, da Porto Alegre fino a Rio. E sono stato, come sempre capita per chi fa questo mestiere, in posti belli, con bella gente. Quando mi chiedono come mi sono trovato in questa o in quest’altra città rispondo che non lo so, perché vivo tutti i posti in cui vado da un punto di vista privilegiato. Tutti sono lì ad accudirmi, a farmi mangiare cose buone, a trattarmi bene, e così è successo anche in Brasile.

Una cosa che mi ha colpito moltissimo è il rapporto naturale dei locali con la musica. Chiunque suona, studia la musica, la conosce, la ascolta e la balla, per strada e dentro ai bar. Per dire, in un bar molto piccolo e anche abbastanza brutto, come può essere un qualsiasi bar italiano, alcuni ragazzi hanno cominciato a suonare la chitarra. La barista non ci ha pensato un attimo: ha abbandonato il bancone, ha preso un uomo a caso e si è messa a ballare la samba in mezzo al locale. In un’edicola il ragazzo che vendeva i giornali, tra un cliente e l’altro studiava solfeggio. E anche il loro rapporto con la cultura musicale ha radici molto forti. Sono stato al Rodaviva, un locale tutto dedicato a Chico Buarque [ndr. storico cantautore brasiliano esiliato in Italia negli anni ’60]. Mentre una cover band suonava le sue canzoni, ragazzi di vent’anni cantavano a squarciagola e piangevano. In Italia, oggi, un qualunque ventenne non si metterebbe a cantare in quel modo un brano di Gino Paoli.

Ci torneresti?
Ci tornerei adesso.

E vivresti in una città in particolare di quelle che hai visto?
New York: negli ultimi due anni ci sono tornato tre volte, mi sono davvero innamorato. È la prima città al mondo nella quale mi sono sentito da subito a mio agio, a casa, tranquillo, sereno. E in quella città mi piacerebbe provare a vivere, anche se è economicamente impossibile.

Più di Milano in effetti.
Molto di più.

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Dente a metà, sul palco del Druso, Bergamo.

Passerei all’anatomia, che è in fondo una geografia del corpo. Presentando il tuo ultimo album, hai detto più volte che si tratta di un disco coraggioso, perché lontano dai canoni classici. In Il padre di mio figlio, canti “Il padre di mio figlio è coraggioso dalla vita in su”. Il coraggio in che parte del corpo sta, dunque?
Qualcuno direbbe nelle palle. Però… Passa tutto dalla testa. Tutte le cose stanno nella testa, anche il coraggio. Non c’è altro luogo dove stiano le cose.

Quindi anche le canzoni in potenza stanno nella testa?
In potenza?

Quelle che devono ancora nascere, prima che diventino parole scritte sulla carta e che diventino musica.
Prima che diventino qualcosa non esistono, poi è la testa che le fa, consciamente e inconsciamente. A volte ho sognato delle canzoni: quello è l’inconscio, è il tuo cervello a creare delle canzoni mentre dormi. E sennò le crei tu da sveglio, sempre se la veglia e il sonno sono le due cose che crediamo che siano.

Quindi tu hai sognato qualche canzone che è poi diventata canzone di un album?
Sì, assolutamente.

Una in particolare?
Parlando di lei a te è una canzone che ho sognato interamente. 

Ho letto in qualche intervista che le cose di cui scrivi sono spesso cose perdute. Dove finiscono quelle cose, oltre che nelle tue canzoni?
Nel cimitero delle cose perdute? Finiscono dove finisce il tempo che passa, che non sappiamo dove va a finire. Le cose perdute forse non si accumulano da nessuna parte, semplicemente svaniscono. Ed è per questo che forse è impossibile recuperarle e che non tornano più.

Passiamo ai luoghi virtuali. So che usi i social network – Facebook e Instagram – più che altro perché devi farlo. Ma mi sembra che l’esperienza itinerante del lancio di Curriculum, il primo, brevissimo singolo presentato a settembre attraverso 13 dirette Facebook in 12 ore in giro per altrettanti luoghi di Milano, con il coinvolgimento anche dei suoi amici Selton, tu te la sia proprio goduta.
Sì, mi sono divertito molto a fare quella cosa e a utilizzare un mezzo, la diretta Facebook, in modo diverso da come si usa solitamente, per presentare per la prima volta un singolo.

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Dente sul palco del Druso, Bergamo.

In ogni caso per te i social network non sono un luogo, ma un mezzo.
Se cominciassi a percepirli come luogo vorrebbe dire che c’è qualcosa che non va, perché non sono un luogo.

Un altro motivo ricorrente nelle tue canzoni è il camminare. Ho fatto un’associazione tra la copertina di Canzoni per metà, che rappresenta una sirena al contrario e la canzone Scanto di Sirene (Non c’è due senza te, 2007). Hanno evocato in me un’Odissea. Se Dente fosse Ulisse dove starebbe tornando o cercando di tornare?
(Silenzio, sospira, ride.) Allora, forse non posso essere un Ulisse perché non ho, non credo di avere un’Itaca, non credo di avere un luogo che sento casa. Per adesso il luogo che sento casa, è casa mia, però ci sono, quindi non ci devo tornare. Non mi sento in un posto che non è casa mia in questo momento, quindi non sento l’esigenza di tornare da nessuna parte.

Credo tu mi abbia già risposto… Ma te lo chiedo lo stesso, come ultima domanda. Se ti offrissero un biglietto di sola andata e anche un affitto pagato e quant’altro, quale sarebbe la destinazione?
Sì, credo di sì, se mi dessero un biglietto, una green card e un affitto, probabilmente sceglierei New York.