Foto: Cristian/ CC.
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La Dama Nera

La leggenda del fantasma di Parco Sempione.

 

Francesco II Sforza, Duca di Milano, muore nel 1535 nel suo castello di Vigevano. È l’ultimo degli Sforza ed è privo di eredi. Milano è già da tempo sotto l’influenza dell’imperatore Carlo V che, a questo punto, decide di annettere direttamente il Ducato ai suoi territori. Una conseguenza minore della dominazione spagnola fu il graduale abbandono del “Barcho”: il parco creato alla fine del XIV secolo per desiderio di Gian Galeazzo Visconti e ampliato dagli Sforza dopo il 1450. Qui, il signore di Milano cacciava caprioli, cervi, lepri, fagiani e pernici appositamente introdotti in città.

Il Barcho, nel corso del XVI secolo, viene quindi in parte abbandonato e in parte adibito a piazza d’armi per le guarnigioni straniere. I primi piani per la vasta area verde iniziano a vedersi solo tra il XVIII e il XIX secolo, in piena età napoleonica: il grandioso progetto edilizio di Giovanni Antonio Antolini, parte del complesso del Foro Bonaparte, non vede però la luce. Dopo l’Unità d’Italia, invece, si pensa di abbattere il Castello Sforzesco e di costruire un quartiere su tutta l’aerea. La ribellione della popolazione manda in fumo il progetto e costringe alla redazione del primo piano regolatore della città, che prevede il restauro del castello e la trasformazione dell’ex Barcho in giardino pubblico. Tra il 1888 e il 1894 nasce quindi Parco Sempione.

I milanesi si affezionano alla nuova area verde molto rapidamente: è il secondo parco sorto in città dopo i Giardini di Porta Venezia, oggi Giardini Indro Montanelli, inaugurati nel 1784, ma è decisamente più grande (386mila mq contro 172mila) e collega la parte di città interna alle mura con la zona nord-ovest che sta vivendo un rapido sviluppo. Progettato alla maniera romantica dei parchi all’inglese dall’architetto Emilio Alemagna, il Sempione è composto da corsi d’acqua, sentieri, brevi alture come la collina del Monte Tordo. La sera, d’inverno, la nebbia scende rapida sul parco, rendendo difficile l’orientamento. Stando ai racconti del tempo, non sono pochi i passanti che di notte, passeggiando in un parco disabitato, sentirono all’improvviso diffondersi un pungente odore di violette. Molti meno, però, sono stati in grado di raccontare un altro, ben più misterioso, avvenimento.

Guardandosi attorno, gli sventurati avrebbero visto una figura vaga apparire nella nebbia, tra gli alberi; una figura di donna che inizia ad avvicinarsi, mostrando la lunga veste nera che ricopre la snella silhouette. A nascondere il volto, un velo nero. Anche così coperta, la sua bellezza è evidente.

Dopo qualche secondo, il suo viso arriva quasi a sfiorare quello del passante, privo di resistenza davanti al fascino della signora. Quando gli porge la mano, non può che stringerla. Una mano gelida, che lo accompagna nei meandri del Parco Sempione, tra laghetti e ponti, tra fontane e angoli nascosti; tra le piante e lungo i viali.

Stando ai racconti del tempo, non sono pochi i passanti che di notte, passeggiando in un parco disabitato, sentirono all’improvviso diffondersi un pungente odore di violette.

All’improvviso, dopo aver attraversato zone del parco che era sicuro di non aver mai visto, l’uomo si ritrova davanti a un cancello di ferro, alto circa tre metri; dietro il cancello, un’imponente villa. Il passante si volta verso la dama, e nonostante sia impossibile cogliere il suo sguardo dietro il velo, ne percepisce una profonda tristezza. Dalla veste, la dama estrae una grande chiave ricoperta di ruggine, con la quale apre il cancello per poi condurre l’uomo attraverso un lungo vialetto e infine davanti alla porta della villa.

Decine di candele illuminano la sala, mostrando pareti listate a lutto e saloni di marmo e stucco ricoperti da insegne funebri. La dama accompagna il suo ospite fino a un grande salone centrale, dal quale proviene una musica innaturale; in un angolo, un’orchestra suona una musica che sembra andare avanti da sempre.

Senza mai lasciare la mano dell’uomo, la dama inizia a muovere i primi passi di un ballo che presto si trasforma in una vorticosa e allucinata danza, in cui anche lui viene trascinato. In quello stato di trance, per l’uomo esiste solo la donna che lo accompagna in una danza febbrile. Non riesce a toglierle lo sguardo di dosso e osserva il velo sollevarsi di pochi centimetri senza mai scoprire il viso.

Dopo un tempo ignoto, la dama lo conduce in stanza da letto e si spoglia davanti ai suoi occhi, senza togliere il velo. La donna è bellissima, nuda nel nero della stanza illuminata da poche candele. I due si stringono in un lungo amplesso che riproduce in altra maniera la vertigine della danza.

L’uomo è perdutamente innamorato, privato di ogni desiderio che non sia quello di stare al fianco della dama. Lei è sdraiata sul letto, forse dorme: il velo è sempre davanti agli occhi. Silenziosamente, lui le si fa vicino e lentamente, delicatamente solleva il velo. All’improvviso, un’ondata di puro terrore lo colpisce mentre davanti ai suoi occhi si rivela un teschio privo di vita, dalle orbite vuote.

L’uomo urla con tutta la sua forza, scappa dalla villa dalle pareti nere, corre attraverso il parco immerso nel buio della notte, incapace di fermarsi mentre nella sua mente i ricordi annebbiati e allucinati dell’esperienza vissuta continuano a susseguirsi. Solo una volta oltrepassato il parco, ritrovatosi al sicuro tra la folla, l’uomo riesce a calmarsi; senza però togliersi di dosso una sensazione di gelo innaturale che lo ridurrà gradualmente alla follia. Dopo quell’esperienza, fu per lui impossibile pensare ad altro se non alla Dama in nero, il fantasma del Parco Sempione. Tornò a cercarla per il resto della sua vita, in ogni notte di nebbia, senza successo[1].

La figura storica che ha ispirato il fantasma non si conoscerà mai con certezza ma la leggenda che la vede protagonista potrebbe aver lasciato un segno anche nella letteratura.

Questo è uno dei tanti racconti, estremamente simili tra loro, che sul finire dell’Ottocento iniziarono a circolare per Milano e che furono presi talmente sul serio dalla popolazione da indire vere e proprie battute di caccia all’interno del parco, nel tentativo vano di trovare il fantasma che infesta il Sempione.

Ma il fantasma di chi? La domanda non ha una risposta certa: secondo alcune fonti potrebbe trattarsi di Isabella da Lampugnano, morta sul rogo nel 1519 per stregoneria. Ma il nome di Isabella torna anche quando si cerca di dare identità al fantasma del Castello Sforzesco; per nulla dedito a danze lugubri e sesso ma a innocenti dispetti.

Altri ritengono che la vera identità della dama in nero sia quella di Bianca Maria Scapardone, contessa della nobile famiglia valdostana degli Challant che morì decapitata nel 1526 nel cortile del Castello. L’accusa era di aver costretto un suo amante a ucciderne un altro e a portarle il sangue della vittima come pegno d’amore. La sua vita ricca di scandali viene poi raccontata nella più famosa novella di Matteo Bandello.

A diffondere l’idea secondo cui potrebbe essere proprio lei la dama in nero non sono solo le questioni di amanti & morte al centro della sua vicenda personale ma un indizio importante: nel 1891 il drammaturgo Giuseppe Giacosa mise in scena, per la prima volta a Torino, il suo dramma “La Signora di Challant”, ispirato alle gesta di Bianca Maria Scapardone; la scena finale del dramma racconta proprio della decapitazione nel Parco Sempione. È curioso notare come proprio negli stessi anni inizi a circolare la leggenda del fantasma, forse in seguito a una rappresentazione milanese del dramma (di cui però non ci sono tracce), capace di colpire profondamente l’immaginario degli abitanti della città.

La figura storica che ha ispirato il fantasma non si conoscerà mai con certezza ma la leggenda che la vede protagonista potrebbe aver lasciato un segno anche nella letteratura. Il racconto “Rivelazioni in nero” dello scrittore americano di narrativa weird Carl Jacobi (1908-1997) ha parecchie similitudini con la nostra storia: una dama velata che circuisce il protagonista, una grande villa abbandonata, la presenza di personaggi italiani e il macabro finale. Ma queste sono solo illazioni su una leggenda che, in verità, racconta solo una cosa: di notte, nella nebbia di Parco Sempione le ombre sembrano prendere vita.

 

[1]    Questa versione della leggenda è liberamente riadattata da quella presente nel libro Milano Segreta, Newton Compton editori.