Il settimo Dalai Lama, Kalzang Gyatso/ Wikicommons.
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Game of Thrones in Tibet

Come e perché il governo cinese sta pensando a rimpiazzare il Dalai Lama.

 

Quando nell’estate del 2011 Pechino annunciò la visita di Gyaincain Norbu a Labrang, Xiahe – la cittadina in cui sorge il celebre complesso monastico nella provincia occidentale del Gansu – si dovette dotare di oltre 1000 agenti di polizia per tentare di sgonfiare il malumore scaturito tra la popolazione locale. Gyaincain Norbu infatti è l’attuale Panchen Lama, ovvero il numero due nell’organigramma tibetano, appena sotto il Dalai Lama. Il giovane monaco però è anche figlio di membri del Partito comunista cinese, dichiaratamente sostenitore della “liberazione pacifica” del Tibet a opera dell’Esercito popolare di Liberazione, nonché delegato della Conferenza politica consultiva del popolo, una delle massime istituzioni in Cina. Credenziali, queste, che se da una parte ne attestano la lealtà al regime, dall’altra ne accrescono l’inaffidabilità agli occhi dei tibetani: per molti Gyaincain Norbu non è altro che una spia cinese nella gerarchia lamaista.

Intanto, dai tempi di Labrang, le apparizioni pubbliche del giovane Panchen Lama hanno preso a farsi sempre più frequenti. Dalla chiacchierata missione a Hong Kong del 2012 (la prima oltremare) fino alla comparsa dello scorso luglio, quando il ventiseienne ha impartito l’iniziazione del kalachakra presso il monastero di Tashilhunpo, nella prefettura di Xigaze, in Tibet; prima volta in 50 anni che il più grande rituale buddhista è stato celebrato nella regione autonoma cinese anziché in India, sede del governo tibetano in esilio dalla rivolta di Lhasa contro l’occupazione comunista (1959).

Sfoggiando toni idilliaci, la stampa ufficiale racconta che a Tashilhunpo “più di 100.000 persone hanno partecipato al rito, tra cui 100 lama e 5.000 monaci e monache. Dopo l’acquazzone notturno e una pioggerellina intermittente, il prato vicino al Nuovo Palazzo del Panchen Lama era diventato fangoso e scivoloso. Eppure, a mezzogiorno la gente è accorsa sul posto per ascoltare le istruzioni pubbliche e le iniziazioni in programma”.

Dall’India invece, la cerchia del Dalai Lama in esilio ha bollato la pomposa celebrazione del kalachakra da parte del Penchen Lama come “una vergogna politica”, accusando Pechino di aver cooptato la partecipazione locale a suon di minacce. L’aggettivo “politico” è pertinente, nonostante il Dalai Lama abbia rinunciato a qualsiasi “potere terreno” diversi anni fa: in gioco c’è infatti il controllo su una delle regioni più ricche di materie prime dell’ex Celeste Impero. Per il popolo tibetano il regime cinese agisce da colonizzatore: porta sviluppo economico ma azzera le tradizioni culturali. Per la leadership cinese invece, Sua Santità il Dalai Lama – al secolo Tenzin Gyatso – è un separatista prezzolato dall’Occidente e il vero regista della lunga scia di autoimmolazioni in corso sull’altopiano tibetano dal 2009.

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Monasteri a Labrang, Tibet/ Wikicommons.

Non sorprende quindi che il governo di Pechino si sia messo alla ricerca di un possibile sostituto all’ottuagenario leader religioso, che dal subcontinente indiano esercita ancora un notevole ascendente sulla comunità tibetana. In realtà, riuscire a manovrare le reincarnazioni del Dalai Lama è da sempre un cruccio del governo di Pechino: ancora prima che nel 2007 il regime comunista si arrogasse il diritto di nominare i futuri “Buddha viventi” con l’ordinanza N°5, già l’imperatore Qianlong emise un editto volto a rendere il sorteggio della cosiddetta “urna d’oro” l’unico metodo corretto per selezionare (tra una rosa di candidati approvati dalle autorità) i successori tanto del Dalai Lama quanto del Panchen Lama. Di fatto però, in tempi recenti tale lotteria è stata utilizzata soltanto per – guarda un po’ – investire il solito Gyaincain Norbu del titolo di undicesimo Panchen Lama.

Era il novembre 1995. Appena otto mesi prima, la scelta del comitato di ricerca presieduto dall’abate Chadrel Rinpoche (con l’appoggio di Tenzin Gyatso) era caduta su Choekyi Nyima, un bambino di appena sei anni, originario della contea tibetana di Lhari. La decisione non piacque a Pechino che, arrestato per tradimento l’abate, fece sparire il bambino. Di lui si sono perse le tracce: nel corso degli anni, voci di un prematuro decesso sono state smentite dai rari dispacci ufficiali. Gli ultimi aggiornamenti risalgono allo scorso anno, quando i media di Stato hanno dichiarato che il ragazzo sta bene, “conduce una vita normale e non vuole essere disturbato”.

Mentre l’oblio avviluppava le sorti del “più giovane prigioniero politico del mondo”, la grancassa mediatica si affrettava a consacrare la posizione di Gyaincain Norbu. “Un Panchen Lama sempre più attivo aiuterà a mitigare l’influenza del Dalai Lama”, spiegava recentemente il Gobal Times, spin-off dell’ufficialissimo People’s Daily. La liturgia lamaista d’altronde prevede che sia proprio il numero due ad assurgere al vertice della gerarchia tibetana in attesa che venga individuata la reincarnazione del Dalai Lama.

Quel che fa Pechino è in sostanza proporsi come vero custode delle tradizioni buddhista, costringendo alcuni lama a fungere da proxy.

Al momento dell’istituzione del suo rango nel XV secolo, il “Grande Erudito” (ovvero il Panchen Lama) si unì all'”Oceano di Saggezza” (il Dalai Lama) in un profondo legame di stima e collaborazione, tanto che in Tibet si diceva che i due, entrambi appartenenti alla setta dei Gelugpa (i Berretti Gialli), fossero uniti “come il sole e la luna”. Questo forte vincolo si fondava su due principi: il primo verteva sull’impegno di entrambi a ricercare la reincarnazione dell’altro. Il secondo si basava sul reciproco sostegno e sull’insegnamento dei rituali più profondi.

Considerando le pericolose affermazioni dell’attuale Dalai Lama – che ha più volte ventilato la possibilità non solo di non reincarnasi, ma anche di reincarnarsi in una donna, e in ogni caso di farlo al di fuori della Grande Muraglia – non stupisce quindi il pressing esercitato dal Partito-Stato, ufficialmente ateo ma molto attento alla sfera spirituale quando arriva a lambire l’integrità territoriale del Paese. In questo clima di incertezza “quel che fa Pechino è in sostanza proporsi come vero custode delle tradizioni buddhista, costringendo alcuni lama a fungere da proxy”, ci spiega Robbie Barnett, direttore del Modern Tibetan Studies Program presso la Columbia University. La strategia funziona? Sembrerebbe proprio di no.

Secondo fonti della diaspora tibetana, le precedenti visite di Gyaincain Norbu a Tashilhunpo sono state accolte con freddezza dalla comunità monastica locale. Gli antecedenti storici confermano gli scarsi successi inanellati dal regime nel “Game of Thrones” lamaista. Tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, tutte e tre le principali cariche del buddhismo tibetano – ovvero il Dalai Lama e le precedenti reincarnazioni dei Panchen Lama e del Karmapa (il numero tre) – hanno inizialmente intrapreso la via della collaborazione, accettando di ricoprire persino incarichi governativi, per infine abbracciare la dissidenza: dopo il fallimentare accordo dei 17 punti, Tenzin Gyatso è fuggito in India nel 1959, seguito quarant’anni dopo dal Karmapa, mentre il X Panchen Lama, divenuto al tempo l’unico leader spirituale ancora nella regione autonoma, ha finito per rompere l’iniziale posizione filocinese autografando una petizione di settantamila caratteri contro i soprusi perpetrati dal regime indirizzata nel 1962 all’allora premier Zhou Enlai. Due anni più tardi è stato rinchiuso nella prigione di Qincheng, il carcere di massima sicurezza alla periferia nordovest di Pechino.

Rilasciato nel 1977 e messo ai domiciliari, Choekyi Gyaltsen ha passato gli ultimi anni della sua vita da laico. Appeso l’abito zafferano a un chiodo si è sposato e ha avuto una figlia. È morto a 51 anni in condizioni sospette dopo aver pronunciato un discorso molto critico nei confronti del governo cinese. Le sue effigi sono tra le poche ben visibili nel tempio Jokhang di Lhasa, la sede principale della ramo Gelugpa e sancta sanctorum per tutti i pellegrini buddhisti tibetani. Del Panchen Lama prescelto da Pechino, invece, nemmeno l’ombra.

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Monastero di Drigung, Tibet/ Wikicommons.

Intanto, voci contrastanti gettano dubbi sulla tenuta granitica della ventennale lealtà di Gyaincain Norbu, da quando lo scorso anno il ragazzo ha pubblicamente criticato la politica delle “quote” con cui il governo cinese ha eroso la presenza di monaci e monache nella regione autonoma del Tibet –  oggi appena quarantasei mila, meno della metà rispetto agli anni ’50. Una bella gatta da pelare per Pechino, ma non sufficiente a decretare definitivamente il fallimento della tattica messa in campo finora.

“Sarebbe infatti fuorviante interpretare gli artifici del regime esclusivamente nell’ottica di un assoggettamento della popolazione tibetana”, avverte ancora Barnett; “se infatti non funzionano con i 6 milioni di tibetani o con l’Occidente, funzionano molto bene con gli 1,4 miliardi di cinesi, piuttosto inclini a bersi la versione sul Tibet propinata dalle autorità cinesi in mancanza di un’informazione libera. Da questo punto di vista la questione credo vada inquadrata piuttosto in un discorso di rafforzamento della legittimità interna, dove il vero interlocutore della strategia di Pechino è il pubblico domestico”.