Foto: Alessandra Lanza.
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Da(l) Cosmo a Ivrea

Intervista intima a una rivelazione.

 

Cielo grigio, tappeto autunnale e in mezzo la foschia. Ivrea si presenta così, “manca poco a Natale” e “fa un freddo cane”, come canta Marco Jacopo Bianchi, Cosmo, nel brano Dicembre. A bordo della mia automobile attraverso la Serra, la strada tutta curve-restringimenti-salite-discese che collega biellesi ed eporediesi: sto andando a trovarlo per una chiacchierata. Cosmo è quello de L’Ultima festa, la canzone che ormai conoscono tutti, che ha fatto l’estate e non ha ancora finito. Dà nome all’album che gli ha permesso «il salto»; ma è solo l’ultimo, appunto, pezzo di una carriera musicale cominciata quasi quindici anni fa.

A Ivrea Marco è nato e cresciuto e continua a vivere adesso che ha 34 anni. Mentre tira il fiato nel mezzo delle date invernali sta già scrivendo il prossimo disco. Lo raggiungo per fargli domande a nastro su tutto quello che è successo in questi mesi e per ficcare il naso nelle sue radici, piantate in una città in provincia di Torino con poco più di 20mila abitanti.

Ci vediamo vicino al suo “quartier generale”, non lontano dal letto della Dora Baltea, di fronte al ristorante di sua moglie: nel palazzo accanto abita con lei, i due figli e il gatto, poco più in là ci sono asilo nido e scuola materna e il bar in cui beve il caffè tutte le mattine e dove lo offre anche a me. «Ci sono delle belle vibrazioni, qui», mi spiega, mentre Francesca, la titolare, ci serve due espressi. Cominciamo dal tour, sensazione e sequela di tappe non nuove a Marco, abituato dal 2002 a suonare sui palchi con i Drink to me e dal 2012 a calcarli da solista, anche se non aveva mai ricevuto una tale risposta di pubblico.

 

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Quello estivo è stato un crescendo: «All’inizio il budget era molto più ristretto e il lavoro più disordinato: non potevo nemmeno garantirmi un fonico in esclusiva, ne ho cambiati cinque». Con le date invernali e quello che lui, scaramantico o modesto, preferisce non chiamare successo. Complici i passaggi in radio sono arrivati anche un tour manager, un merchandiser, un fonico dedicato. «Prima ero il manager di me stesso, controllavo tutta la parte tecnica e dei contatti. Ora al concerto vado solo per suonare, più rilassato, in forma e senza paranoie organizzative. Per la prima volta riesco a sentirmi immerso e a crogiolarmi in questa mia velleità artistica».

A proposito di velleità, per un attimo non posso fare a meno di pensarlo mentre parla di nudità, schiaffato nella poltrona di una camera d’albergo senza niente addosso. Nel video-tour diary di quest’estate Jacopo Farina lo ritrae così, nell’hangover post show, accanto all’adrenalina della performance che il pubblico divide con lui, agli scampoli di viaggio con la crew, gli scherzi tra amici, fino allo stupro di un pollo di gomma e a quella dissertazione svestita, nata per caso: nulla di programmato. Riassunto fedele di quanto ruota attorno al live: «Ci sono quella “cazzonaggine” e la voglia di divertirsi. Ciò che non si vede sono ovviamente lo stress e soprattutto la noia. Durante un tour per il 70% del tempo non si fa niente, si aspetta o si è in viaggio». Centinaia di km a bordo di un furgone blu con la vernice sbucciata sul cofano e il deodorante da specchietto a forma di membro, la scritta in lettere metallizzate “Cosmo” sotto la targa. Una dimensione astratta. «Lì sopra mi trovo slacciato dal mondo, come su un’astronave. È uno spazio in cui mi scopro a riflettere su moltissime cose. E spesso mi rendo conto che nemmeno ci riesco: passo ore a non fare e pensare a niente, neanche a dormire. A sonnecchiare piuttosto, mentre disteso guardo il cielo scorrere fuori dal finestrino». Le cuffie appoggiate sulle orecchie a musica spenta per affondare in quella sensazione uterina. Uno stare di cui cantava già in Esistere, traccia numero 10 di Disordine, sintesi di un periodo difficile e della voglia di guardare avanti, verso il primo figlio in arrivo. A volte quella bolla di nulla itinerante si riempie di melodie canticchiate e appuntate, registrate sul portatile. È il viaggio che ti rende più creativo? «No, è molto meno romantico di così: dopo un po’ mi rompo le palle e per ammazzare il tempo c’è anche la scrittura». Per alcuni comporre in quella dimensione è impossibile, mancano concentrazione o vita vissuta da raccontare. «A me piace: a volte lo faccio ancora in hangover dal giorno prima, completamente fritto, in uno strano stato emotivo a fior di pelle. Canticchio nella mia testa sopra una base e magari inizio a piangere».

 

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In quest’odissea il palco diventa un punto fisso. «La mia posizione, quella dei due musicisti e quella delle luci a led che ho progettato per accompagnare lo spettacolo sono calcolate al centimetro, per esigenze tecniche di simmetria: e allora sì, il palco è quella dimensione costante e quasi rassicurante». Niente agitazione. L’emozione sta tutta prima di salire: una volta lì sopra, si parte e si fa. «Ci sto bene sul palco, sono un esibizionista. Eppure vorrei non esistesse, stare in mezzo alla gente». E allora si tuffa in platea per farsi cullare in un crowdsurfing in cui non c’è spazio per la paura del sudore e dell’imprevisto, della contaminazione, oppure chiama i fan sul palco, per cantargli addosso e saltare, fino a sfondarne le assi, com’è successo in Sardegna. «Prima o poi mi stuferò, mi sono anche scheggiato due denti. Ma fa parte del lavoro, no?». Un’esibizione che si distacca da quella tipica di un artista elettronico o dal concetto più moderno, sacrale e asettico della propria zona di comfort, aperta piuttosto a derivazioni e suggestioni di qualche anno fa: «Nella mia testa è rimasto un modo di vivere la performance un po’ anni ’90. Mi piacevano Kurt Cobain, il punk…».

Il furgone blu, ancora carico di strumenti, è parcheggiato nel cortile tra ristorante e casa. Marco ci guarda dentro, stupito di quanto siano puliti i sedili, poi mi fa strada verso il palazzo in cui abita. Il nostro è un percorso per tappe, sempre di tour si tratta, ma Cosmo stavolta non è il performer, è la mia guida all’interno della sua vita quotidiana e dei ricordi. Il suo studio sta dentro casa, nella vecchia camera da letto. «Prima affittavo quello di un amico, a cinque minuti di strada. Mi permetteva di staccare un po’, ma adesso che stiamo allargando l’appartamento è comodo averlo qui». Ci circondano una decina di tastiere analogiche e digitali, sintetizzatori, casse, strumenti, mensole di libri, dischi, il gatto che sembra follemente innamorato del suo padrone: «Sono il suo preferito in famiglia». C’è anche una lampada plasmata sul volto del David di Michelangelo che veglia i tasti bianchi e neri sui quali Cosmo compone; sulla parete opposta i disegni di Carlo e Pietro, i suoi bambini di uno e tre anni dalla vena molto pollockiana, contraltare a poster scoloriti dei Drink To Me. In quella stanza passa tra le 6 e le 10 ore al giorno, o della notte, finché non crolla addormentato tra computer e tastiere. «Ho tirato fuori una cosa ieri notte che secondo me è una figata» e me la fa sentire, insieme a un paio di altre tracce dal sound ibrido ed eclettico, che mescola anche l’elettronica degli anni in cui ascoltava, tra i vari, Gigi Dag. I frutti del delirio notturno funzionano, ma per sopravvivere al suo editing maniacale dovranno convincerlo ugualmente anche domani, dopodomani e nei prossimi mesi, tra una modifica e un’altra.

 

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«Mentre costruivo L’Ultima Festa, pensavo: questa traccia ha un potenziale. Anche se non se lo inculerà nessuno, voglio giocare a fare il singolo della Madonna. Ne ho smontato e rivisto la struttura mille volte, il corpo cambia continuamente, in modo che l’energia fluisca sempre». Niente momenti vuoti, niente cali di tensione. «Mi voglio dedicare a una sorta di artigianato: non mi interessa il singolone per fare successo, mi interessa il gioco per costruirlo». È tutta una questione di equilibri, pesi, misure, non tanto numeriche quanto emotive, di orecchio. Le ultime modifiche Cosmo le ha fatte il giorno prima del master. L’ha mandata a Niccolò Contessa (de I cani), che gli ha consigliato di svuotare il ritornello. Di togliere, togliere, togliere, così, all’ultimo momento. «Ecco che cosa non mi piaceva: quelle tastierine troppo presenti!». All’inizio, poi, in radio sembrava non partisse. «Mi sono detto: vaffanculo, finisce come al solito. E invece è andata bene».

Gli chiedo se la sua confusissima e pretenziosa dichiarazione di poetica sia ancora attuale. «A livello generale sì. Cerco sempre di cantare qualcosa di difficile da pensare, esprimere, accettare. Ora però cerco di descrivere quello spazio di indicibile in modo sempre più terra terra e vero possibile. Meno nebbia filosofica e più vita reale. Ultimamente ascolto molto rap: mi piace come vengono inseriti elementi, citazioni, pezzi di cultura contemporanea. Come il nome di una catena di fast food può finire nel testo, rimare con un film di culto o coi cartoni animati e sprigionare un mondo di immaginario. È molto potente e ho voglia di sperimentarlo». Qualcosa di simile l’ha già fatto in Cazzate, altro brano uscito 2016, quello che lo lasciava più perplesso a livello di cantato e in cui mette in rima “jihad” e “Kendrick Lamar”. «Mi sentivo ridicolo a cantare qualcosa che assomigliava a un rap, ma non voleva esserlo. Sotto la spinta dei miei amici l’ho sviluppato in maniera sempre più credibile. E alla fine è piaciuto molto». Forse nel nuovo album ci saranno più “cazzate”. «Dio solo sa se lo azzecco, il prossimo» dice. Per combattere l’ansia sceglie un’altra filosofia, quella delle “aspettative zero”.

 

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Saltiamo in macchina e torniamo alle origini. Sotto al Castello di Ivrea, sopra a un’officina e a un magazzino di materiali edili, quella in cui Marco è cresciuto è la tipica casa di ringhiera. Al primo piano c’erano i nonni, a quello superiore lui, fratello e genitori. «Era da anni che non ci tornavo più. C’è ancora il tetto in plastica che aveva costruito mio padre». Nel frattempo sono cambiate un sacco di cose, come succede durante i tour. Brevi romanzi di formazione? «Sì, per tutta la crew. Cresciamo insieme, i rapporti si evolvono. Ogni tour è una bildung, chissà in che direzione». Cosmo mi parla di una crescita professionale, Marco di una personale. I rapporti con il pubblico che si fanno sempre più strani e complicati, tra fotografie e accenni di mitomania cui non è abituato. «Mi sono reso conto che la gente mi punta sempre di più gli occhi addosso e che non posso più fare il deficiente come ho sempre fatto. La vita secondo me alla fine è un baccanale, è un casino. Ma adesso me ne sto un po’ più tranquillo». Di te stesso cosa hai capito? «Che sono abbastanza istintivo e fuori di testa e devo imparare a controllarmi. Anche perché se mi lasciassi andare adesso, forse mi sarebbe concesso tutto. Ora preferisco un distacco, non andare fino in fondo, per preservarmi e non autodistruggermi».

Per Marco l’essere umano ha dentro di sé una dimensione contraddittoria e illogica, contrasti e chiaroscuri di cui subisce il fascino. E che risulta evidente gli appartengano. Comincio a pensare che in lui si nasconda una sorta di Mr. Hyde in cerca di equilibrio. «Verso quello che sono. Perché so come sono, come lo sanno mia moglie e mia madre: non è un segreto».  Ecco, e tua moglie? Non dev’essere facile mantenere una stabilità. «Nella bildung di questi anni c’è anche l’evoluzione del nostro rapporto. Il mio crescente impegno nella musica ci ha messo alla prova e non ti nego che è stata dura, ma ci ha portato alla sostanza. A tenerci uniti non è la quantità di tempo che passiamo insieme o la comunione di interessi, credo che negli ultimi anni sia venuta a uno solo dei miei concerti, ma non me ne frega niente. Tra noi c’è una complicità che abbiamo imparato a reinventare, un nuovo equilibrio. Mi sostiene, rispetta il mio spazio, io il suo».

Siamo nel parchetto che affaccia sul fiume. In lontananza lo skyline di montagne, torri e campanili della città di Ivrea, rifugio tranquillo in cui la vita bene o male continua come prima, anche per lui. Il posto giusto dove crescere due figli piccoli. «Certo, altrove forse avrei fatto più in fretta a livello professionale… Ma sto bene qui. Mi hanno sempre insospettito quelli che viaggiano continuamente, che vanno a vivere da un’altra parte per essere felici». Marco è un artigiano anche nella vita, pragmatico e realista: la felicità va costruita, non cercata, come non va cercato un senso di tutto, che forse non esiste.

 

Foto dell’autrice. Tutti i diritti riservati.