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Camminando sul sentiero luminoso

Conversazione con Wu Ming 2.

 

L’atto del camminare viene associato pigramente alla retorica della lentezza, alla riscoperta di bei vecchi tempi andati che come è ormai stranoto non sono mai esistiti. Al contrario, parlando di camminare l’accento andrebbe posto non sulla lentezza ma sul mettersi in movimento. Camminare significa passare in rassegna i diversi spazi fisici e tanti tempi storici di cui sono composti – con intensità e caratteristiche variabili – i nostri territori. Ecco perché il racconto di un viaggio a piedi contiene un punto di vista diverso: perché scrivere in movimento significa disegnare cartografie inedite, ricostruire nessi soggettivi tra i tanti tasselli all’apparenza inconciliabili che compongono la nostra esperienza quotidiana.

Il recente Il Sentiero Luminoso di Wu Ming 2 ad esempio, è composto da otto tappe raccontate in quasi trecento pagine. È fratello di altri due libri che portano la stessa firma: il romanzo Guerra agli Umani del 2004, che racconta di un’avventura primitivista sull’appennino tosco-emiliano, e Il Sentiero degli Dei del 2010, “oggetto narrativo non identificato” che parla di un cammino di cinque giorni da Bologna a Firenze.

La discussione con l’autore parte dalla dichiarazione poetica che compare proprio nelle prime pagine del Sentiero Luminoso: così come ci sono tanti modi di raccontare una storia, ci sono tanti modi di arrivare da un punto ad un altro, di affrontare un cammino. È un tema ricorrente nei libri dei Wu Ming, quello di costruire narrazioni che non chiedono di essere ricalcate, imitate, ma che chiedono di essere scardinate, decostruite. Che ognuno racconti la storia dal suo punto di vista, che ognuno inventi il suo itinerario.

The Towner: Cosa cercavi esattamente quando hai cominciato il cammino che poi ha portato al Sentiero Luminoso?
Wu Ming 2: Cercavo un modo per andare da Bologna a Milano calpestando meno asfalto possibile, evitando di farmi travolgere da un autotreno, dentro quella Grande Pianura che milioni di persone conoscono solo attraverso il finestrino. Sapevo per certo che il sentiero c’era, doveva esserci, ma bisognava portarlo alla luce, come un archeologo sa che un certo strato di roccia è ricco di fossili, ma finché non scava, non sa cosa troverà di preciso. Come direbbe un teologo del Regno dei Cieli: il Sentiero Luminoso era “già e non ancora”.

E come l’hai preparato, questo cammino?
Nel libro racconto  di come sono riuscito a “illuminare il Sentiero”, per poi studiarlo, percorrerlo, raccontarlo. Fin dall’inizio, l’ho definito un wiki-sentiero e ho cercato di metterlo assieme with a little help from my friends. Sia attraverso il nostro blog Giap, che in tanti festival del cammino, della viandanza, del movimento lento, chiedevo suggerimenti sul possibile percorso. C’è uno sterrato per andare da Pizzighettone a Crema? Mi interessa. Non ho adoperato strumenti costosi, per tecnici della cartografia, e ho fatto di tutto per evitare applicazioni “di marca”, tipo Google Earth o StreetView, perché diffido della rappresentazione dello spazio proposta da un’azienda che lo spazio lo vendeHo consultato mappe collaborative a contenuto libero, come Open Street Map, i geoportali regionali e tutti gli open data geografici disponibili in Rete: ce ne sono una marea, anche se ben poco pubblicizzati. Così l’unica spesa, nella fase dei preparativi, è stata l’acquisto di un navigatore Gps per camminatori. Nel libro lo chiamo Al Zavaj, che in dialetto bolognese significa “bagaglio”, “arnese”, “accrocchio”. Senza quello, avrei dovuto riempire mezzo zaino con mappe, cartine e stampe da computer.

Mi pare che nel libro tu suggerisca un metodo, qualcosa del tipo “fatelo anche voi”…
Sì, ho deciso di raccontare come sono riuscito a individuare il sentiero, passo dopo passo, per stimolare il lettore a fare altrettanto nel luogo in cui vive. Non mi interessa aprire un “cammino escursionistico”,  segnarlo sulle mappe e invitare altre persone a vedere le stesse cose che ho visto io. Preferisco creare un modello riproducibile, per cui se vivi a Verona e hai tre giorni di tempo puoi programmare, con lo stesso spirito, un cammino verso Rovigo, Brescia, Vicenza… Questo ti consente di leggere come la tua città sta sul territorio, di sentirne gli effetti con tutto il corpo. Puoi scoprire situazioni, soggetti, utopie e distopie che stanno a mezz’ora da casa tua e delle quali non ti accorgeresti, seguendo solo le traiettorie predisposte dall’urbanistica, quelle che tutti siamo costretti a calpestare.

C’è un problema che incontri camminando, e che è difficile da eludere: la proprietà privata dei terreni che attraversi. Come è andata?
Le proprietà private sono state l’ostacolo principale che ho incontrato per tutto il cammino da Bologna a Milano. Se vuoi evitare l’asfalto, con i suoi pericoli, è impossibile camminare tra le due città senza commettere molti reati. Il minimo che ti possono dare è “l’invasione di terreno”, ma in alcuni casi ci starebbe persino la violazione di domicilio. Mi sono interrogato sul perché questo avvenga in Italia e non in altri paesi – come quelli scandinavi – dove ci sono leggi sull’accesso alla natura che permettono di attraversare le proprietà private e che tolgono al viandante la sensazione di essere costantemente in difetto, clandestino, sempre sul chi vive, con il timore di veder comparire all’orizzonte un individuo che dice “Fuori di qui!”.

 

 

A te sono capitati episodi del genere?
Sì, almeno quattro o cinque.  Una volta, dopo aver attraversato un fondo per tre chilometri, e quando mancavano appena cinquecento metri per arrivare all’uscita dal podere – incontro il proprietario che mi intima di tornare indietro. Gli ho fatto notare che andando in avanti potevo uscire più velocemente dalla sua proprietà, ma lui se n’è fregato. Non stavo facendo nulla di male, eppure stavo commettendo un reato. È un’esperienza che fa pensare a chi in questa condizione si trova ogni giorno e in un contesto molto più drammatico, solo perché non ha le carte in regola per stare in Italia.

Dicevi che altrove c’è un atteggiamento diverso, giusto?
Almeno in Svezia, Finlandia e Norvegia, esiste un diritto consuetudinario che viene chiamato allemansrätt. Significa “il diritto di ogni persona” e indica il diritto di seguire un sentiero anche quando questo attraversa una proprietà privata. Come è noto, in questi paesi non vige il comunismo: la proprietà privata esiste, eppure la si intende in un altro modo. Per il diritto svedese la proprietà fondiaria serve a due scopi: da una parte a produrre, per ricavare profitto; dall’altra ad avere intimità, a poter vivere la propria privacy. Se il viandante non lede nessuno dei due scopi, se insomma non danneggia la produzione e non minaccia la riservatezza del proprietario, può continuare a camminare. Addirittura in Norvegia puoi piantare la tenda per una notte o mangiare frutti spontanei!

E in Italia la situazione qual è? Tu a un certo punto intrattieni un carteggio con un tuo amico giurista per capire se davvero il diritto alla proprietà esclusiva di un terreno prevalga sulla facoltà di percorrerlo liberamente. Qual è stato il responso?
Allora, in Italia vige un diritto che i romani chiamavano ius excludendi: il godimento della proprietà privata dev’essere “pieno”, e questa “pienezza” consiste nel dire a qualcun altro: “Tu no, solo io”. Ho cercato di approfondire questo tema anche perché il diritto del proprietario di scacciarti dal suo terreno è molto dibattuto tra i camminatori. Ovviamente, come dice la Costituzione, ci sono casi in cui anche da noi la proprietà privata deve sottostare ad un interesse pubblico: è il caso della caccia.

Quindi se tu fossi stato un cacciatore…
…Avrei potuto mettere piede in quei terreni! Ma come semplice viandante, NO. Ora, io mi chiedo: è costituzionale discriminare tra cittadini, per cui un cacciatore può inseguire un animale nella proprietà privata, mentre magari un ornitologo no? Questo caso venne sottoposto alla procura di Macerata: la corte costituzionale si arrampicò sugli specchi per stabilire che per il cacciatore è essenziale inseguire la preda, mentre l’ornitologo, se sta inseguendo una certa gazza, non ha bisogno di fotografare proprio quella gazza…

Perché ne può trovarne altre cento nel campo accanto!
Esatto!

Però aspetta, non vorrei dessimo l’idea che durante il tuo cammino tu abbia solo incontrato cacciatori e proprietari terrieri inferociti: nel senso, la tua non è stata solo una “passeggiata per i campi”…
No, infatti, mi interessava anche arrivare a piedi in luoghi impedonali, di tutti i tipi: e allora ecco la stazione di Calatrava fuori Reggio Emilia, l’outlet di Fidenza (che è l’inferno del pedone), l’ex centrale nucleare di Caorso. Solo così ti rendi conto dell’impatto reale di opere di questo tipo, altrimenti te ne fai un’immagine mentale, che spesso coincide con un cliché. Pensi che l’opera sia un punto sulla mappa, più o meno grande, e invece è come una goccia d’inchiostro sulla carta assorbente: si diffonde, infiltra il territorio circostante, lo modifica anche a distanza.

La centrale di Caorso è un tempio del Novecento, dell’industrialismo, della corsa nucleare. Arrivandoci a piedi trovi un luogo artificiale, contaminato, che la natura si sta rimangiando…
L’azienda che si sta occupando dello smantellamento prevede che nel 2035 la zona della centrale tornerà ad essere un green field. È un concetto tecnico, significa “sito privo di vincoli radiologici, pronto per il riutilizzo”, ma letteralmente significa pure prato verde, così uno s’immagina una bella distesa d’erba, no? Solo che di sicuro non è una bella distesa d’erba, quella che rientra nei piani di bonifica e riutilizzo dell’area. Anche in origine, quando costruirono la centrale, si puntò molto su una sorta di green-washing, un maquillage dell’immaginario: il reattore nucleare venne soprannominato “Arturo” (!) e piazzato in un bosco oltre l’argine del Po, di fronte a un’isoletta di selvaggia bellezza. Quel contesto “incontaminato” serviva per dire: vedete com’è pulita, quest’energia? Vedete dove possiamo permetterci di produrla? Addirittura scavarono decine di vasche per pesci, alimentate con l’acqua riscaldata dai reattori. Dissero che gli esperimenti dimostravano una crescita più veloce della fauna ittica, ci allevarono pure gli storioni da reimmettere nel Po!

Nel tuo cammino hai incontrato molti di questi luoghi: colonizzati dall’uomo e al tempo stesso selvaggi. Mi fai venire in mente che a Roma anni fa il collettivo Stalker costruì un itinerario per attraversare Roma da un lato all’altro, per disegnare un diametro del Grande Raccordo Anulare senza mai mettere i piedi sul cemento…
Mi fa piacere che citi Stalker, anche perché è un’esperienza molto vicina alle origini del collettivo Wu Ming. Pensa che nel lontano 1995, come Luther Blissett, animavamo una trasmissione radiofonica basata su derive nella città notturna, gemellata con l’Associazione Psicogeografica Romana…

Mi fai anche pensare che a me invece venne in mente di camminare per un mese per tutta la Calabria come se fosse un’unica grande, apocalittica, periferia metropolitana. E tu a un certo punto citi Luciano Bianciardi e il suo elogio del cemento: ne Il Lavoro Culturale lui intuiva che la campagna poteva essere un mondo gretto, e sognava quindi una città “tutta periferia, aperta ai venti forestieri, fatta di gente di tutti i paesi”. Si entusiasmava per la sua Kansas City maremmana per far scandalizzare “medievalisti eruditi” e sfottere “cornacchie di archeologi”. Poi, come è noto, Bianciardi da Grosseto si trasferì a Milano. Qui ipotizzi che “si accorse che la città tutta periferia poteva benissimo mangiarsi un confine, quello con la campagna, ma imporne altri mille tra i suoi palazzi”.
Bianciardi assisteva con soddisfazione al trionfo del cemento, si augurava che coprisse il fango, la puzza, il vecchiume della campagna grossetana. Nella sua marcia trionfale, vedeva una forma di potenziale uguaglianza, una rottura di confini sociali. Poi a Milano dovette ricredersi, e comprese che l’eliminazione di quel confinequello tra città e campagna non significava affatto “eliminare i confini”. Anzi, la periferia ne produceva spesso di nuovi, anche più turpi.

A proposito di racconto delle periferie: inevitabilmente, nel libro citi anche Pasolini…
…Che in Ragazzi di vita racconta di queste camminate malandrine e di sentieri selvaggi percorsi attraverso luoghi abbandonati della città, come il Ferrobedò. Cito proverbi come quello che ho messo in esergo: “Chi va in giro lecca e chi sta a casa la lingua je se secca”, o come “La vita è amara pe’ chi ha li piedi dorci”. Ora: se ci pensi, Pasolini cantava il potere creativo degli spazi interstiziali, abbandonati. Cioè luoghi ricchi proprio perché nessuno ha pensato di progettarvi qualcosa…

Ecco, già nella prima tappa di Il Sentiero Luminoso racconti molto bene questa specie di terra di mezzo che già trovavamo nei “pratoni” pasoliniani. Che non è solo il confine tra città e campagna, tra modernizzazione e memoria.
Sono partito dalla suggestione che mi hanno dato i cigli delle strade, le strisce di prato che si trovano appunto in mezzo, a separare due spazi più precisi. Se ci cammini sopra, da una parte puoi avere il campo coltivato, che ha una determinata funzione, è stato progettato in un certo modo, ha uno scopo produttivo… Insomma, un luogo uniforme tutto arato o con piantine dello stesso tipo. Dall’altro lato invece hai la strada, l’asfalto, il brecciolino, la ghiaia, la terra battuta. Anche lì una funzione, uno scopo, una superficie omogenea. Invece, viaggiando a fine inverno, mi sono accorto che la striscia dove mettevo i piedi, il ciglio, era un’esplosione di biodiversità: fiori, erba, colori, insetti. La cosa che mi ha colpito – e che viene teorizzata dal filosofo-giardiniere francese Gilles Clément nel suo Manifesto del Terzo Paesaggioè che in uno spazio di cui nessuno si prende cura, che nessuno mapperebbe, c’era molta più primavera che in quelli a destra e a sinistra.

Le nostre città hanno bisogno di spazi abbandonati, improduttivi. Forse il modo migliore per far vivere un’utopia è proprio di non imporre nessun progetto su uno spazio, di lasciarlo germogliare in maniera non gerarchica.

Pensi che le nostre città abbiano bisogno di più spazi interstiziali, abbandonati? A molti potrebbe sembrare un paradosso.
Be’, le amministrazioni in genere tendono a combatterli: ma le nostre città hanno bisogno di questi spazi abbandonati, improduttivi. Forse il modo migliore per far vivere un’utopia è proprio di non imporre nessun progetto su uno spazio, di lasciarlo germogliare in maniera non gerarchica, non istituzionalizzata. Osservando i molti ruderi della Grande Pianura, mi sono chiesto se non sia meglio lasciarli così, invece di abbatterli o trasformarli in maisonettes da rivendere.

Tu uno dei primissimi casolari abbandonati lo incontri già all’inizio del viaggio, alla periferia di Bologna…
Sì, lo trovo recintato da una rete e mi chiedo perché venga messo in quarantena. Quel recinto mi appare una prigione: cosa si ha paura che esca da quel rudere? Forse si teme che di uno spazio abbandonato si faccia un uso più interessante di quelli fatti finora? E che magari quell’esempio contagi la città? Vedi, è per questo che mi interessano gli spazi di mezzo

Che poi sono l’antitesi di certa retorica “sul paesaggio”. A un certo punto scrivi: “Le battaglie per il paesaggio, per rendere migliore il luogo dove si vive, rischiano di colpire il popolo dei margini, se alla lista degli inquinanti da combattere non si aggiungono l’oppressione e il pregiudizio. Rivendicare un diritto impone l’interrogarsi su quanti ne sono esclusi”.
È una riflessione ispirata da uno spazio in riva al fiume Reno che ho percorso per uscire da Bologna. L’ho trovato in perfetto stato di manutenzione, simile a un giardino. Anzitutto, mi sono chiesto perché, in città, ci si accanisca contro la “natura selvatica”, salvo poi andarla a cercare fuori: oltre la periferia, ci piace imbatterci in un bosco golenale di stile vietnamita, nel quale avanzare a colpi di machete, stile “un po’ di sana avventura”.

Ma quando il selvatico è urbano, allora ci spaventa.
Esatto: lo dobbiamo ordinare, altrimenti è degrado. Se ci pensi, spazi verdi, giardini e cimiteri sono indicativi del modello di paesaggio che hanno le persone.

È interessante il riferimento al cimitero…
Perché se guardi oltre i cancelli, i muretti di contenimento, le mura del cimitero, puoi capire l’idea di paesaggio di un popolo. Un giardino è il tipo di mondo nel quale vorremmo vivere, e un cimitero è il posto che si sceglie per il sonno eterno. Quindi la trasformazione del bosco golenale del Reno in un “giardino” la dice lunga sulla nostra idea di paesaggio, sul fastidio che proviamo per il selvatico urbano. Arrivando a Casteldebole, frazioncina alle porte di Bologna, ho trovato i cartelli messi lì dall’associazione che si prende cura di quel bosco-giardino, con attrezzature e strumenti autofinanziati. Rivendica la cura del proprio territorio, il metterlo a disposizione della cittadinanza, e poi nella lista delle infestazioni sgominate, oltre alle robinie e all’ailanto, all’erba troppo alta e ai rifiuti, ci sono le baracche degli extracomunitari. Si ripulisce con la stessa logica. Ciò mi ha condotto alla riflessione che citavi. Se non consideriamo inquinanti anche certe idee, alcune retoriche “ambientaliste” e del “bene comune”, finiscono per perpetrare la disuguaglianza, cioè il più nocivo degli inquinanti sociali.

Lo stesso “ambientalismo” dopotutto può assumere sfumature diverse, ambigue, in qualche caso pericolose…
Prendi Alessandro Ghigi, uno dei padri dell’ambientalismo italiano. Ha ceduto la sua villa al comune di Bologna perché diventasse uno dei parchi più belli e più grandi della città, è stato rettore dell’università (con la tessera del Partito nazionale fascista), uno dei promotori del Parco nazionale d’Abruzzo, tra i primi a sostenere l’idea di “preservare il territorio”…. Ecco, lo stesso Ghigi è anche l’autore di un libro “per la purezza della razza”. Mi chiedo se il legame sia casuale o meno…

Questa idea che dalla stessa radice partano sia il bene che il male emerge in un altro passaggio del libro che mi ha fatto tornare in mente il Mike Davis di Città di quarzo: lì lui racconta l’immaginario distopico di una metropoli contemporanea come Los Angeles partendo dalla vicenda della comune di Llano del Rio, fondata da anarchici e socialisti a inizi ‘900 alle porte della futura città. Ecco, quell’esperimento venne strangolato dall’assedio dei suoi nemici, e adesso di quell’utopia restano solo i ruderi, ancora visitabili a nord della contea di Los Angeles. In Sentiero Luminoso anche tu racconti una delle prime utopie italiane, salvo poi, nello stesso giorno di viaggio, imbatterti in alcuni dei suoi possibili esiti “distopici”…
Stai parlando della Casa del Popolo che si trova a Massenzatico, in provincia di Reggio Emilia. Fu la prima Casa del Popolo in Italia: a fine ‘800, Camillo Prampolini cedette un suo terreno a una cooperativa operaia che la costruì pietra su pietra, mattone su mattone. Oggi tra l’altro quello stesso edificio ospita un esperimento che riguarda la gastronomia: il Centro Studi Cucine del Popolo. Inutile che stia a ricordarti come quel territorio sia da sempre oppresso dalla retorica delle eccellenze gastronomiche: sai, il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma, solite cose. Ecco, in quel contesto lì il Centro Studi prova a ritornare a un’idea di cucina sociale, di sostanze essenziali. Basta dare un’occhiata al logo del circolo, che tra l’altro è disegnato da Pablo Echaurren: forchette come mani alzate, con i rebbi stretti a pugno, in un gran pavese di bandiere rosse e nere!

Però poi, tutto intorno, c’è la Massenzatico di oggi.
Massenzatico è una lunga striscia di edilizia suburbana, in una provincia che occupa il ventunesimo posto nella classifica del consumo di suolo in Italia (prima di Torino, Firenze, Genova, Bologna). La maggioranza dei reggiani vive in una città diffusa, in piccole frazioni che in 10 anni hanno raddoppiato la popolazione. In questo panorama, ecco che arriva la stazione di Calatrava, realizzata a sette chilometri dal centro-città proprio per assecondare la “diffusione” di Reggio Emilia verso Nord.

 

 

È la famosa stazione Mediopadana: quella che quando ci passi col treno ti chiedi “ma dove mi trovo? Dove stiamo?”. Perché l’idea che ti dà è proprio quella che sorga nel nulla…
Sì, è una classica “grande opera” al confine con la campagna: si trova a Pratofontana, un’altra frazione del comune di Reggio.

…E tu critichi molto i famosi “tavoli di urbanistica partecipata” che a vario titolo si legano alla costruzione di quella stazione, e che stanno modificando in maniera profonda il territorio circostante.
Sì, è interessante studiare quel percorso perché la partecipazione, tanto sbandierata, fu poco più di un contentino: “perline in cambio di terra”, come ai tempi del colonialismo. I cittadini vennero consultati su questioni minori (se trasformare un incrocio in una rotonda, se fare un chilometro di pista ciclabile, dove mettere i lampioni…). Niente discussione, invece, per il piano che prevedeva 400 unità abitative in più sul territorio di Pratofontana, che conta un migliaio di abitanti. Il bello è che in base a quello stesso piano, tutte le altre ville (si chiamano così le frazioni di Reggio) dovevano stare ferme perché erano già “cresciute troppo”. Ma Pratofontana, che guarda caso ospita la nuova stazione, deve accogliere nuovi appartamenti e case. Perché? Perché con l’Alta Velocità di Calatrava a due passi, il valore dei terreni è aumentato: e mica puoi coltivarci solo grano ed erba medica, no? Quindi prima viene la stazione, poi il quartiere che ne giustifica la presenza. Reggio deve crescere a nord, oltre l’autostrada. Per fare questo si costruisce prima una cosa grossa, come la stazione, poi questo porterà allo sviluppo del nuovo quartiere. Non a caso, l’ingresso principale della stazione dà le spalle alla città, affaccia sulla campagna, quasi a evocare la città che non c’è ancora.

Tu quando ci arrivi a piedi paragoni quella stazione alla logica che portò ai vecchi “poli industriali”…
Esatto. Ai tempi, per “sviluppare” una zona facevi un polo industriale come quello di Taranto, delle Apuane, di Marghera o Gela: insediamenti che sono stati la dannazione di quei luoghi. Oggi il modello si è trasferito sull’edilizia: costruisci qualcosa di grosso, non importa cosa, e poi questa cosa trainerà l’economia edilizia che diventerà il fattore di sviluppo della zona.

Sempre a Pratofontana ha sede Coopservice, la stessa cooperativa delle polemiche sulle riduzioni ai salari e ai diritti dei suoi stessi lavoratori. E qui torniamo al rapporto tra utopia e distopia a cui si accenava prima…
È curioso come nel giro di due o tre chilometri tu passi dalla Casa del Popolo di Prampolini a una cooperativa che in qualche modo si rivolta non solo contro i lavoratori, ma contro la stessa storia del movimento cooperativo. Oggi la critica “alle cooperative” è molto diffusa, ma spesso si appunta sulla corruzione, il magnamagna, invece di concentrarsi sui rapporti di lavoro e sulla svolta di metà anni Ottanta, quando le cooperative di muratori si lanciarono in operazioni immobiliariste e finanziarie, per poi fallire sulla pelle dei soci lavoratori. Adesso hai cooperative con sedi in Mozambico, in Sudafrica, negli Stati Uniti, sono colossi con le spalle grosse, capaci di reggere impegni finanziari enormi.

Avevo inteso tutto il cammino attraverso la Grande Pianura come un rito apotropaico, un gigantesco ambarvale per difendere il territorio.

Però poi incontri anche esempi diversi, che volendo riportano a quello che le cooperative originariamente furono, specie in relazione al territorio…
Uno dei progetti più interessanti che ho incontrato lungo la strada è una cooperativa che si chiama Arvaia, che in bolognese vuol dire “pisello”. È il primo esempio in Italia di community supported agricolture: sono 43 ettari di terreno pubblico di proprietà del Comune di Bologna, che il Comune ha destinato a uso agricolo e che questa cooperativa ha preso in affitto per coltivarli. I soci consumatori possono partecipare alla coltivazione,  dare una mano, diserbare, raccogliere, sarchiare, montare i tunnel… All’inizio dell’anno viene fatto un piano agricolo, un preventivo di spesa rispetto a quanto e cosa coltivare. Il preventivo viene diviso per il numero dei soci e si stabilisce una quota per ognuno. Questa quota da versare non è fissa, uguale per tutti: una volta stabilita, gira un cappello per l’assemblea e ognuno ha un biglietto in cui scrive con quale cifra può contribuire. Alla fine del giro si fa la somma delle cifre proposte. Se la spesa totale viene coperta, bene. Altrimenti si fa un secondo giro di cappello, con l’obiettivo di ritoccare l’offerta e raggiungere l’obiettivo. In questo modo si stabilisce un principio di solidarietà tra le persone che compongono la cooperativa. Dopo di che, ogni socio riceve i prodotti del campo, partecipando dei momenti favorevoli e sfavorevoli dell’anno agricolo. C’è un momento in cui ricevi un chilo e mezzo di fragole, e dunque devi organizzarti per fare la marmellata. In un altro periodo riceverai un chilo di cavolo nero, e forse devi farne del pesto e surgelarlo. La cosa interessante è che la quota di frutta o verdura che arriva nel punto di distribuzione non viene pagata un tanto al chilo: i prodotti della terra smettono di avere un prezzo, e lo scambio è fuori dall’economia di mercato, ci si divide in parti uguali la produzione agricola del campo.  Non avrei conosciuto questa esperienza se non avessi camminato, se non ci fossi passato a piedi notando le persone che lavoravano sul campo.

Arriviamo a Milano: come è stato concludere il viaggio nella città dell’Expo?
Inizialmente la mia meta finale doveva essere piazza Duomo. Anzi, mi ero anche interrogato sul senso di queste piazze per le città di oggi: a piazza Maggiore a Bologna, per dire, ormai non succede più nulla. Non ci fanno neanche più i comizi. Quando è morto Lucio Dalla hanno fatto un sacco di collegamenti da piazza Maggiore dicendo “ecco la Piazza Grande di Dalla” senza tenere presente che la canzone dice “Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è, sulle panchine in Piazza Grande”… e in piazza Maggiore non c’è neppure una panchina! Poi mi sono detto che potevo partire comunque da quei simboli svuotati. Sono arrivato in piazza Duomo a Milano il 21 marzo 2015, zoppicando col mio bastone, come previsto. Nei mesi successivi è partito Expo, con una campagna di propaganda che sinceramente, in 42 anni di vita senziente, non avevo mai visto per nessun altro evento nazionale…

Era davvero tanto invadente?
Guarda, era un battage, un tamburamento così sprezzante nei confronti di qualunque dubbio o complessità, che ti dava l’idea di essere un elogio dell’unanimismo senza freni inibitori. Quindi ho pensato che dovevo proseguire il cammino: da Piazza Duomo a Expo. Solo che, per festeggiare la fine di questa martellante campagna pubblicitaria, ho scelto il primo giorno senza Expo per farlo: il primo novembre 2015. Avevo inteso tutto il cammino attraverso la Grande Pianura come un rito apotropaico, un gigantesco ambarvale per difendere il territorio. Così mi sono detto: e se alla chiusura dell’Esposizione Universale, il 31 ottobre e quindi la notte di Halloween, i fantasmi di Expo si rivoltassero contro la città? Vuoi vedere che arrivano fino a Bologna? Anche perché a Bologna si diceva già che bisognava “importare il Modello Expo” per installare una specie di enorme Disneyland del cibo, un centro commerciale chiamato Fico, che significa Fabbrica Italiana Contadina. Quindi, con un po’ di persone in grado di raccontarmi la mutazione della città ai tempi di Expo, ho percorso i venti chilometri che conducevano da piazza Duomo a Expo e ritorno. Mi sono rimaste impresse le immagini di due cascine milanesi: una si chiama Cascina Merlata ed è stata ristrutturata per farne l’ingresso al sito espositivo. Oggi pare un autogrill.

E l’altra?
Sta dall’altra parte del Cimitero Maggiore, si chiama Cascina Torchiera, è stata occupata anni fa e  ha mantenuto il suo aspetto originario, oltre che un’attività molto intensa. Certo, il comune le ha tagliato l’acqua, vanno avanti con una cisterna… Comunque: per me queste due cascine sono i simboli di due idee di città. Ho fatto questo ultimo pezzo di cammino portandomi un mattone dentro allo zaino, che poi abbiamo sacrificato sul parcheggio di Casina Merlata, proprio di fronte a Expo. Poi abbiamo fatto finta di non sapere che l’evento era concluso, ci siamo presentati ai cancelli dicendo “Ma come? Expo è finita? Ma noi siamo venuti apposta a piedi da piazza Duomo!”. Ma niente, non ci hanno fatto entrare.

Veniamo alla conclusione: dopo Il Sentiero Luminoso il tuo cammino proseguirà, e da Milano continuerai a inseguire lentamente la linea dell’Alta Velocità fino a Torino e alla Valle di Susa. Nel libro fai una promessa impegnativa: dici che nella prossima tappa potresti affidarti “soltanto all’imprevisto” per “leggere il paesaggio così come viene e consultare il dizionario solo al ritorno”. Me lo spieghi?
Certo. Per il cammino da Milano a Torino, ho pensato che invece di studiare per due anni tutti i percorsi possibili, potrei partire da Milano con il Gps in tasca, ma senza guardarlo. Così da scoprire, al termine del viaggio, non solo dove sono passato di preciso, ma anche se passando ho colto le storie che mi raccontava il territorio. Vorrei insomma capire se dopo i primi due esperimenti ho imparato a leggere il paesaggio. Oppure se ancora mi resta da capire fino in fondo la sua sintassi, il suo alfabeto.