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Il futuro è in città: conversazione con Suketu Mehta

Intervista all'autore di Maximum City e Vita segreta delle città.

 

A Soho, vicino a dove abita Suketu Mehta, c’è un negozio che vende un letto svedese in crine di cavallo per 135mila dollari, consegna esclusa. Camminando per quindici minuti da lì si arriva a un caseggiato di Chinatown in cui si può affittare un posto letto per duecento dollari al mese, da dividere a rotazione con altre due persone: in gergo si chiama hot bed, perché non c’è momento in cui non sia occupato da un lavoratore a riposo. Tra un letto disponibile per un turno di otto ore e uno su cui puoi decidere di incidere il tuo nome c’è un abisso: oppure no, perché una città è una città ed è un insieme impreciso di cose, persone, incroci e anche di ineguaglianze – tutte parti dello stesso sistema di circolazione.

Se è vero che la spinta alla commodificazione delle metropoli non s’arresta dal renderle tutte uguali, con i loro buoni musei di arte contemporanea, i condomini di lusso ecosostenibili e i quartieri che le amministrazioni e le imprese di costruzione si affanno a riqualificare affinché assomiglino all’idea di città moderna che i futuri inquilini si sono fatti, è anche vero che le città si estendono ben oltre quei confini e che gli organismi complessi sono complessi in modi che si somigliano. In questa direzione lavora Suketu Mehta in Vita segreta delle città (Einaudi, 2016), ultimo lavoro dello scrittore e professore indiano di stanza a New York, già autore di Maximum City (Einaudi, 2015). Se in quel saggio – in lizza per il Pulitzer – Mehta si concentrava sulla crescita di Bombay – luogo in cui la modernità esplodeva in tutte le sue contraddizioni, con i contrasti religiosi e gli eccessi che da Bollywood arrivano alle prostitute e alla malavita – qua allarga l’inquadratura, va al di là della maximum city per indagare come funzionino i meccanismi di inclusione e di esclusione, di appartenenza alla città all’epoca delle migrazioni globali.

Mehta si interroga sui  motivi che spingono milioni di persone a spostarsi dalle campagne alle città, a rinunciare allo spazio e all’aria, contornati da enormi masse umane, nuovi pericoli e inquinamento.

Quello che viviamo è già un momento cruciale dal punto di vista dei processi urbani: dal 2010  più del cinquanta percento della popolazione mondiale abita in città e il numero cresce a ritmo esponenziale, una condizione del tutto inedita per l’umanità. Dal 10 percento del 1900 al 75 percento previsto per il 2050, la specie umana ha cambiato habitat e così Mehta si interroga su quali siano i  motivi che spingono milioni di persone a spostarsi dalle campagne alle città in tutto il mondo, a rinunciare allo spazio e all’aria per vivere in appartamenti piccoli, contornati da enormi masse umane, nuovi pericoli e inquinamento. La risposta pare piuttosto semplice: condizioni lavorative più vantaggiose e margini di miglioramento più ampi, vicinanza ai veri centri pulsanti del cambiamento, anonimato; tutto quello (felicità non inclusa) per cui avete lasciato il posto dove siete nati e dove non sperate di tornare.

Il fatto è che l’idea di città finisce per trascendere dal luogo fisico e le persone che vivono in città sparse per il mondo hanno sempre più punti in comune, con le stesse estetiche e gli stessi riferimenti, in una spazialità sempre più orizzontale e sempre meno puntuale; anche Mehta vive a metà tra New York e Bombay, in un perfetto equilibrio compensativo.

È un momento eccitante questo, sembra suggerirci: a Coney Island puoi camminare in mezzo alle russe in bikini, le hipster vestite di cuoio e le bangladesi con l’hijab, ti puoi scegliere un partito, un’identità o vivere come avresti vissuto a cinquemila chilometri di distanza; puoi riscrivere la guida alla città in base alle storie d’amore che hai vissuto, le persone che hai lasciato, i desideri che hai soddisfatto. Mehta, però, non si accontenta di questo entusiasmo, perché ci dice ancora poco di cosa accade davvero e di come funzionino i processi di inclusione; le città sono, insomma, soprattutto di chi può permettersele: loro ne tracceranno la storia ufficiale, il resto si accontenterà di tramandarne leggende che nessuno verificherà; è questa la vita segreta delle città.

Mehta si propone, allora, di conservarla, scrivendo una breve storia di come i movimenti migratori modifichino le strutture urbane preesistenti e producano narrazioni parallele, fatte di quello che ne raccontano i nuovi immigrati: è qua la parte più interessante del suo ultimo saggio, perché prova a inserire all’interno di un quadro comprensivo delle trasformazioni urbane le lettere a casa, la fissa dei ruandesi per gli stivali di pelle, le foto di famiglie davanti alle grosse macchine fatiscenti, i call center e i money transfer.

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La copertina di Vita segreta delle città.

C’è un tema che aleggia tra le pagine ed è quello della veridicità di tutte queste vite nascoste. Mehta racconta di scrivani messicani e indiani che compongono lettere per i loro clienti analfabeti, spesso prostitute che si fingono segretarie, babysitter, impiegate di call center: la vita che raccontano è una versione edulcorata di quello che sono costrette a sopportare. Una storia protegge, aiuta con un cliente, con la madre che aspetta a casa, ma soprattutto una storia serve per entrare in un paese: i richiedenti asilo in attesa di documenti sono obbligati a vivere fingendo per la maggior parte del tempo di essere qualcun altro, costretti ad avere più nomi, più storie da usare al momento giusto e, nel giorno in cui sarà giudicata la loro permanenza sul suolo, dovranno essere certi di averne una abbastanza brutta, crudele, brutale.

Non basta volere un futuro migliore: per poter rimanere bisogna certificare di avere un passato terribile, con i dati, i dettagli, raggiungere uno standard di atrocità minima. Anche Valeria Luiselli racconta una vicenda simile riguardo al periodo in cui lavorava come interprete per i casi di immigrazione a New York: doveva aiutare i bambini senza documenti a completare un questionario, ma alla domanda se venissero maltrattati, se la loro vita fosse in pericolo a casa, in pochi sapevano cosa rispondere – a volte non hanno una storia abbastanza brutta da raccontare e la differenza tra bene e male è ancora sconosciuta. Alcuni di loro avevano superato il confine del Messico da soli, per avere maggiori possibilità di restare negli Stati Uniti; alcuni sono così piccoli che le madri sono costrette a cucire nelle etichette dei loro vestiti i numeri di telefono dei loro contatti americani, perché qualcuno li trovi e li chiami per loro, bambini troppo spaesati e impauriti per riuscire a ricordarli. Non ricordano neanche la data in cui hanno superato il confine: vista dagli occhi di un bambino, la realtà è molto meno definita.

Oggi circa duecentocinquanta milioni di persone abitano in posti diversi da quelli in cui sono nati: gli emigrati insieme formerebbero il quinto paese più popoloso del mondo ed è solo un numero provvisorio, destinato a incrementare enormemente. Il paradiso in terra della multiculturalità non è realizzato come ci era stato promesso: assomiglia più a un purgatorio di attese, visti e permessi, a una terra di segreti che le città si promettono di custodire. Di tutto questo – e di altro ancora – ho parlato con Suketu Mehta raggiungendolo alla New York University, dove insegna.

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Suketu Mehta.

The Towner: Il tuo ultimo libro, Vita segreta delle città, mi ha fatto tornare in mente il documentario in cui Frederick Wiseman racconta Jackson Heights, la comunità dalla composizione più varia della città di New York: un posto dove si parlano più di 170 lingue diverse. Per Wiseman, si è trattato di indagare le pressioni interne ed esterne di un quartiere, gli strumenti e le dinamiche in azione: se il suo stile è intenzionalmente impersonale, il tuo lavoro ha un punto vista preciso e connotato, eppure ho l’impressione che i due progetti condividano molto. Queste opere non hanno niente di esotizzante, sono solo testimonianze di cosa significa oggi vivere in un quartiere americano e vogliono mettere in evidenza le strutture intime e le leggi che lo regolano, piuttosto che focalizzarsi solo sui processi di gentrificazione.
Suketu Mehta: Personalmente ho amato il documentario di Wiseman e, per dirla tutta, ho lottato perché vincesse il premio della Municipal Art Society di New York, di cui sono giurato. Per me aveva anche un valore personale: Jackson Heights è il posto dove sono andato alle medie, dove mi sono trasferito quando sono arrivato in America a 14 anni e dove poi ho vissuto i successivi otto anni; la mia fascinazione per questo posto è tale che gli ho dedicato una sezione molto ampia nel libro su New York, che sto preparando da anni. Il documentario parla molto di citizen democracy, di politica fatta a livello locale, come il percorso di chi deve sostenere gli esami per la cittadinanza, la parata del Gay Pride o i comitati di quartiere: Jackson Heights, insomma, è molto più di un posto dove si parlano 170 lingue diverse (nell’intera New York se ne parlano addirittura 800 ).

Crescendo là, ho capito che Jackson Heights è il modello di come dovrebbe funzionare una città. Qui le persone vivono insieme e negoziano le loro differenze, differenze vere, ma è una questione che va ben al di là della tolleranza; per esempio: nel palazzo dove sono cresciuto, abitavano persone che prima di venire qui si sarebbero uccise tra loro, pachistani contro indiani, domenicani contro haitiani, e persino la tavola calda greca al piano terra era di un turco. Il punto è che non è che non fossimo diversi, ma che avevamo trovato un modo per scendere a compromessi. Wiseman è bravo a farcelo vedere chiaramente, per questo vorrei che questo documentario lo vedessero più persone possibile, specialmente in Europa, dove le città hanno bisogno di escogitare un modo per negoziare le differenze.

Quando scrivevo il mio libro su Bombay, la sfida che doveva affrontare questa città era come accogliere un milione di persone che stavano arrivando là da tutte le parti dell’India, mentre la sfida che New York, Parigi, Roma o Amsterdam devono affrontare adesso è come accogliere forse non un milione, ma migliaia di persone, che però vengono da tutte le parti de mondo, ovvero devono comprendere come rendere la città una cosmopoli. In questo processo è fondamentale lo storytelling: quando parlo di come andavano le cose a Jackson Heights non dovete immaginare che ci sedessimo e ascoltassimo l’uno i problemi dell’altro; era piuttosto attraverso i racconti che risolvevamo le questioni: invitavamo i pachistani a casa e gli offrivamo chai e samosa e così scoprivamo che li avevano anche loro e che le nostre nonne si assomigliavano e così via; ecco, è così che sono sopravvissuto alle difficoltà che ho avuto trasferendomi: grazie allo scambio di storie, di memorie. È per questo che nel libro non parlo molto di norme e di politiche, perché volevo che questo fosse un libro di storie e di storie della città. Sono convinto che siano proprio le storie non ufficiali delle città quelle che ne raccontano la verità.

 

 

È questa la cosa più interessante del tuo libro: il tentativo di riunire tutte le storie e le vite che altrimenti sarebbero perse, perché inascoltate o per la loro “invisibilità strutturale”, se vogliamo chiamarla così. Mi chiedevo, com’è che queste storie si relazionano con la storia ufficiale della città e come contribuiscono alla sua evoluzione? Quando ci siamo sentiti la prima volta, stavo in una banlieue parigina ed è impossibile non notare il conflitto che provoca questa separazione di eredità storiche e culturali.
Ho vissuto per un anno a Parigi: abitavo all’Ile Saint Louis e lavoravo per una corporazione americana, in un’isola esclusiva e privilegiata. Quando però volevo mangiare del vero indiano, dovevo andare nelle strade attorno a Gare du Nord, attorno a Rue Saint Denis, dove si trovano i negozi dello Sri Lanka; oppure a volte capitava che mi addentrassi nelle banlieue: questi erano posti diversi da quello in cui vivevo, ma per nessuno di questi un turista sarebbe venuto a Parigi. La Parigi ufficiale sono Notre Dame, la Rive Gauche e gli esistenzialisti, ma questa città non risponde né alla città del presente né a quella del futuro. Parigi oggi è trasformata dagli africani, dagli arabi o dai cambogiani: sono loro l’energia reale della città, ma alle loro storie non viene data ufficialità, né sono presentate al mondo come “Parigi”.

Quando sono venuto per la prima volta a Parigi (era il 1991), tutto quello che sapevo di questa città lo dovevo a quello che avevano scritto Fitzgerald, Hemingway e gli scrittori americani; ma quello che i miei occhi vedevano erano immigrati, ovunque: le mie letture non mi avevano preparato affatto alla città reale, perché, mentre sappiamo che la narrativa di New York dice che chiunque proviene da qualche altro posto, questa non si applica a Parigi, né, per esempio, a Roma. Quando vado in queste città allora mi accorgo che le storie che più mi interessano, quelle che mi svelano qualcosa, sono quelle segrete, perché sono sovversive, capaci di ergersi contro la narrativa trionfale della storia ufficiale.  Spesso sono storie di privazione, squallore e disperazione, ma penso che quando le ignoriamo queste trovano il modo di arrivare al cuore della città, e quello che abbiamo sono scontri e terrore. Oggi, ad esempio, Parigi è modellata da un’altra storia, quella degli attacchi terroristici. Ma anche questa non è che la versione ufficiale di una storia non ufficiale.

Questo ci porta a parlare del rapporto tra inclusione ed esclusione e mi pare che alla fine il tuo libro converga verso questo punto. Non viviamo in un mondo post-razziale (direi che è stata forse solo un’illusione), ma il mio dubbio è se l’inclusione non sia sempre più un problema di classe, più che di provenienza. Razzismo e classismo sono, per meglio dire, due lati della stessa medaglia, confusi da un certo multiculturalismo superficiale, fatto di visite in quartieri autentici e di ristoranti tipici, che non è altro che guardare il mondo da un punto di vista privilegiato.
È interessante vedere quando questi due concetti vengono separati, come è stato nel caso delle elezioni americane: se la gran parte della classe lavoratrice bianca si è sentita esclusa dall’attenzione dei democratici, è perché i loro discorsi toccavano i temi dell’identità e della razza, ma non della classe. Così se lavori nelle miniere di carbone del Kentucky e non hai i soldi per mandare tuo figlio al college e non otterrai la borsa di studio statale perché sei bianco, hai ragione a sentirti arrabbiato: perché il tuo background mette tuo figlio in un duplice stato di svantaggio, sia dal punto di vista razziale (ha meno requisiti di altri per accedere a un aiuto) che dal punto di vista economico (ha meno soldi dei suoi pari che vengono dalla città).

Quando parliamo di inclusione ed esclusione dobbiamo far confluire le categorie di razza e genere in quella di classe, perché il declino della vecchia sinistra americana e dei sindacati è legato anche al fatto che si sono occupati principalmente del problema dell’identità individuale, ma questa è una cosa che non possono più permettersi di fare. Alcune affermazioni che faccio nel libro sono fatte per provocare il lettore, metterlo in discussione o anche solo farlo arrabbiare, nella speranza che poi inneschino una riflessione; quello che penso è che una grande città non può e non potrà mai includere tutti, come non si può invitare tutti allo stesso party, ma è importante che in qualche parte della città ci sia un party a cui puoi andare, non importa chi tu sia o da dove vieni. Una grande città non è quella in cui tutti sono amici o ognuno ha le stesse opportunità, vive nello stesso tipo di casa e va a mangiare nello stesso posto, perché questo non è possibile. In una grande città, però, c’è un posto per tutti, non importa quanto povero, nero, donna, svantaggiato uno sia.

Abbiamo finalmente compreso che alle persone piace vivere insieme, vicine, le une sopra, sotto e accanto alle altre, che non abbiamo paura degli altri.

A Jackson Heights ci sono immigrati ricchi e ci sono immigrati poveri e ora moltissimi hipster si sono trasferiti qui, affascinati da questo tipo di multiculturalismo o perché vogliono mangiare questa o quella cucina; è vero che la loro consapevolezza del quartiere non è poi così profonda, ma ci sono e sono i benvenuti, almeno finché non estromettono gli altri. Il problema della gentrificazione e dell’esclusione nelle nostre città è una questione economica, non più razziale: ci sono moltissimi indiani o messicani ricchi che vivono a Manhattan o a Hyde Park. Le città sono rovinate da chi è troppo ricco o da chi è troppo povero e penso che il rischio più grande che può correre una città, la cosa peggiore che le può capitare, è accettare l’enorme flusso di capitali internazionali, perché quello che accade è che queste persone finiscono per impoverire le città da tutti i punti di vista, soprattutto culturalmente, perché i ricchi hanno la loro cultura e possono permettersi di portarsela dietro, senza disturbarsi di comprendere quelle esistenti, portandosi dietro i loro ristoranti, la loro musica, i loro vestiti. Così quello che rischiamo è di vedere queste città svuotate, come accade nell’Upper East Side a Manhattan o intorno a Hyde Park a Londra, dove la maggior parte delle luci negli appartamenti sono spente, perché l’élite internazionale che li possiede li usa come pied-à-terre: vivono a New York qualche settimana, poi a Tokyo, Parigi e così via.

Ora, alla fine del mio libro io dico che sono interlocal e che credo sia possibile vivere in città diverse: io lo faccio e i miei amici lo fanno, ma nessuno di noi ha la risorse necessarie per comprare casa in tutti questi posti, e quindi viviamo con amici o con la nostra famiglia e questo è il tipo di movimento che dovremmo vedere quando parliamo di città globale. Shakespeare dice – ed è l’epigrafe del mio libro – “What is the city, but the people”: il revival che stanno vivendo adesso le città è conseguenza del fatto che abbiamo finalmente compreso che alle persone piace vivere insieme, vicine, le une sopra, sotto e accanto alle altre, che non abbiamo paura degli altri. Questo è quello che è cambiato rispetto alle città pensate da Le Corbusier o dal Bauhaus o dai movimenti di inizio XX secolo, secondo i quali alle persone servivano parchi, spazi vuoti e ancora parcheggi e strade per andare al lavoro o a fare la spesa. E però non è così: alle persone piace vivere accalcate, toccare e essere toccate, vedere persone per la strada, perché questo ci rende felici. E per averlo, sopportiamo i rumori e l’odore della cucina dei vicini o le urla dei bambini. Puoi non essere d’accordo e possiamo discuterne, ma questo è cambiato: pensa all’Italia, a quando le persone dal Sud si sono trasferite al Nord e il loro modo di vivere sembrava minaccioso e loro troppo chiassosi, troppo abituati a vivere tutti insieme; e guarda oggi gli hipster di Brooklyn o di qualunque altra città, che condividono gli appartamenti, vivono tutti insieme e sono felici di farlo. Dovevamo comprendere questo: che le città non sono fatte di strade e palazzi, ma di persone.

Qualche mese fa ho intervistato Ben Lerner e lui mi ha incoraggiato a sbrigarmi a visitare New York prima che si trasformi in una gigantesca Chase Bank senza personalità: ma mentre le città si evolvono verso questa immagine transnazionale di città-modello, tu decidi di parlare dell’invisibile architettura delle relazioni, di come tracciamo una mappa della città personalissima, anche solo vivendoci dentro. L’idea della rimappatura delle città appartiene anche alle avanguardie del XX secolo, ma cosa succede quando si parla di spostamenti, migrazioni e città che non conosciamo?
Quando vado in una città che non conosco, cammino in uno spazio che mi è indifferente; così quando questa estate sono andato a Budapest per la prima volta, mi sono trovato in una in cui io non ho storia, ma altri sì. Un giorno, mentre camminavo sulle rive del Danubio, ho visto un monumento realizzato da un artista: aveva messo in fila centinaia di scarpe da bambino, da donna e stivali sulla sponda del fiume, nel punto esatto in cui, durante la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti avevano ammassato e giustiziato gli ebrei, per poi spingerli nel fiume. È un monumento molto toccante e racconta un mondo diverso dal mio, che politicamente e storicamente non mi riguarda, ma mentre ero lì pensavo alla mia storia personale, agli induisti e ai musulmani di Bombay e lì, in qualche modo, la mia storia e quella di Budapest si sono sovrapposte.

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Il memoriale alle vittime dell’Olocausto di Budapest.

È ovvio che una città nuova non ha il tipo di risonanza emotiva che ha una in cui hai vissuto: quando cammino per New York incrocio spazi che conosco, come il punto dove ho baciato una ragazza per la prima volta, o il tragitto che ho fatto per accompagnare i miei figli a scuola, un punto in cui ho litigato, o il posto dov’ero quando ho ricevuto una notizia su un mio libro. Ben Lerner ha ragione quando parla delle Chase Bank: una bella fetta di città sembra si stia trasformando in banche e farmacie, le uniche forze che sembrano rimaste capaci di prendere possesso della città. Ma io che vivo a New York mi ricordo che prima della banca c’era un negozio di bagel e prima ancora un calzolaio. Questo a Budapest non potrei ricordarlo, ed è per questo che credo sia importante che le città commemorino il loro passato, che non resti solo nella memoria di chi le vive da sempre.

Quello che voglio è che le persone leggano il mio libro, camminino per la città e creino le loro mappe personali dei luoghi: ci sono lettori che mi scrivono che le mie riflessioni sulla città hanno dato vita a riflessioni loro, a un modo nuovo di mappare le città. E il mio desiderio è che diano valore a quelle storie, che si inizi a dare valore al processo di storytelling. Noi siamo abituati a dare peso ai numeri e alle percentuali, a pensare che se questi sono dalla nostra parte allora saremo al sicuro; ma abbiamo visto che non è sempre così: Trump e la Brexit hanno raccontato storie che erano false, e che hanno mostrato quanto i racconti possano essere potenti. E noi abbiamo il dovere di sfidare queste narrazioni: le storie non ufficiali delle città hanno un potere immenso e devono essere raccontate ancora e ancora in modi diversi, in luoghi diversi.

In tutto il tuo libro, ti concentri sulla veridicità, su quanto autentiche siano le storie che gli immigrati sono costretti a raccontare in tribunale, ai governi, ai parenti a casa e persino a loro stessi. Ma quanto deformate e diverse sono le città nei racconti di chi emigra? Quanto affascinati e irreali sono per chi vive lontano? E poi: l’Occidente sembra affamato di tragedie e chiede a queste persone di ripetere e rivivere le loro sofferenze, ma questo non si applica mai a chi in Occidente vuole spostarsi; loro sono gli “expat”ed è raro che debbano giustificare il loro desiderio di cambiare paese. Come si può superare questo doppio standard?
Sono affascinato dalle storie che raccontano gli immigrati ai loro familiari: ad esempio questo mio amico del Bangladesh mi ha raccontato che la sua famiglia si era comprata una Mercedes con settemila dollari, a cui non funzionavano neanche i tergicristalli, ma che nonostante questo continuavano a mandare ai loro parenti foto della famiglia in posa davanti alla macchina, per rassicurarli che a loro le cose andavano bene, anche se poi erano costretti a controllare il meteo prima di usare l’auto perché non potevano permettersi di aggiustarla. Era un inganno, ma un inganno necessario perché riguardava la loro idea di dignità; questa bugia però attira ancora nuove persone disposte a migrare. Allo stesso modo, le storie che i rifugiati raccontano a casa non sono necessariamente vere, e questa è la prima cosa che scopre chi arriva. Eppure sono storie potenti, sono le storie che volevano sentirsi raccontare.

A proposito degli expat: è vero quello che dici. Ricordo quando lavoravo per la corporation americana che mi ha mandato a Parigi e ho avuto accesso alla “Parigi ufficiale”, c’erano stati impiegati e operatori che si erano occupati di tutta la burocrazia e potevo andarmene senza paura, senza dire bugie, insomma avevo il lusso di spostarmi. E quando ero venuto qui in America con la mia famiglia, avevamo sì i documenti, ma non avevamo soldi ed eravamo costretti a risparmiare in tutti i modi possibili; eppure raccontavamo ai nostri parenti in India che ce la passavamo meglio di quanto non fosse davvero: questo inganno era causato da un mix di mancanza di soldi e ignoranza di come funzionassero gli Stati Uniti, e in parte dal fatto che non eravamo parte di una struttura capace di prendersi cura di noi, come mi sarebbe successo poi a Parigi.

Quando vivi sotto la campana di una multinazionale, ti muovi in un modalità ufficiale che però non ti mette in contatto con la città reale: a Parigi non avevo bisogno di scontrarmi con Parigi, potevo vivere nella mia bolla americana. Ad esempio: quell’anno vivevo dall’altra parte della Senna rispetto alla libreria Shakespeare and Company, che è un posto senza tempo che rimanda all’idea americana di cosa sono stati gli anni Venti; ma è quando sono stato a Place de Clichy che Parigi ha cominciato davvero a parlarmi. È solo quando devi mentire, o capire come funziona uno stato o sei obbligato a prendere la metro perché non hai una macchina, che ti confronti con la città, che la tua storia si confronta con quella degli altri e diventi per la prima volta newyorchese o parigino. Una grande città ha spazio per tutto, per la bolla americana e per le banlieue, ma il problema è che le persone che vivono dentro questa bolla si perdono qualcosa e in fondo sono tanto poveri culturalmente quanto lo è economicamente chi vive nelle banlieue.

Se c’è una soluzione ai cambiamenti climatici o addirittura alle guerre, sta nelle città, perché riescono a comprendersi l’una con l’altra: New York non dichiarerebbe guerra a Roma o a Damasco.

Questo libro arriva in un momento cruciale per le città, dal momento che più del 50% della popolazione mondiale adesso risiede in contesti urbani. In Cina costruiscono da zero città capaci di ospitare milioni di persone, mentre si calcola che tra cinquant’anni la percentuale degli urbanizzati sarà del 75%. A quel punto questo libro sarà la testimonianza di un panorama diverso, ma come pensi riusciremo a gestire questo processo? Quale sarà la futura vita segreta delle città?
Io ho fiducia nelle città: mi piacciono e credo che siano il futuro. È vero che le città sono negative per il pianeta e per il clima, perché usano molte risorse; ma è anche vero che quando una città raddoppia in termini di popolazione, ha bisogno solo dell’80% in più delle risorse, e che quindi la loro efficienza è esponenziale: più sono grandi, meno dannose sono per il pianeta. E poi le città sono il luogo della resistenza. Guarda oggi all’America: chi ha votato Trump viene soprattutto dalle zone rurali e dai sobborghi, mentre le persone che vivono in città sono più disposte a comprendere e accettare le differenze – vale lo stesso per Londra.  Se c’è una soluzione ai cambiamenti climatici o addirittura alle guerre, sta nelle città, perché riescono a comprendersi l’una con l’altra: New York non dichiarerebbe guerra a Roma o a Damasco, ma gli Stati Uniti potrebbero dichiarare guerra alla Siria. Le città sono l’antidoto al crescente nazionalismo che si espande in tutto il mondo.

Un tempo eravamo spaventati dalla densità: l’incubo era Calcutta, con tutte quelle persone nello stesso luogo… Ed era un incubo per davvero, non ho intenzione di raccontare una versione romantica di Calcutta, ci sono nato e so che potrebbe migliorare enormemente. Ma nel tempo abbiamo imparato ad amare questa densità e se il 75% delle persone vivrà in città, penso che sarà un cambiamento positivo, perché potremmo destinare il resto del pianeta ai boschi, agli animali, alla natura. Se vorremo fare esperienza della natura avremo a disposizione il resto del pianeta, mentre in città faremo esperienza di quello che sono le persone.