Foto: Hamilton Santià.
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Coney Island, baby

Hot dog, karaoke e luna park: nel regno di Mister Bobby Champagne.

 

Siamo seduti ai tavoli del chiosco di Nathan’s sul boardwalk. Abbiamo deciso di andare lì e non nel locale storico, grande, che ti accoglie subito usciti dalla stazione della metro perché più vicino all’oceano e più vicino al luogo dove, di lì a poco, avrebbero fatto i fuochi d’artificio. Arriva una famiglia e ci chiede, in un inglese stentato, se i posti vuoti al nostro tavolo sono liberi. Facciamo loro spazio e, sentendoci parlare in italiano, ci dicono di essere italiani anche loro e ci chiedono se questa è la nostra prima volta a Coney Island. Siamo in tre. Per tutti noi è effettivamente la prima volta a Coney Island. Per me è anche la prima volta a New York.

Quando arrivi a New York e hai compiuto da poco trent’anni hai una visione che non può essere vergine. È una città che hai avuto modo di vedere in milioni di frammenti disseminati lungo tutto l’arco dei consumi culturali del ventesimo secolo e ogni angolo sembra di vivere vita propria mentre cerchi di capire come “prenderlo” a modo tuo. Il problema, però, è che fino a quando non ci sei dentro non ti rendi conto della reale dimensione delle cose, della loro natura e di quello che questo comporta. La stessa Coney Island è sempre stata lì ma non gli hai mai dato una sua dimensione vera, effettiva, materica all’interno di un universo perimetrabile e quantificabile come la New York che abbiamo conosciuto in decine di migliaia di film, di libri e di canzoni.

A Manhattan puoi anche permetterti il lusso di girare a caso e scoprire all’improvviso di essere in un luogo fondamentale che hai visto milioni di volte senza rendertene conto. A me per esempio è capitato quando, passeggiando per Alphabet City, è emerso dal nulla il murale dedicato a Joe Strummer. A Coney Island, invece, ci devi proprio voler andare. Devi prendere la metropolitana e andare fino in fondo. Scendere al capolinea. Circa un’ora dopo, se parti dal centro di Manhattan. Quando guardi I guerrieri della notte non ti rendi conto delle distanze effettive tra il Bronx e Coney Island. Quando sei lì capisci la dimensione e la profondità di quella notte cinematografica senza fine lungo tutta la città.

 

 

Quello che in passato è stato il quartiere che ha permesso di sperimentare le future pianificazioni urbanistiche dell’agglomerato di New York City adesso sembra la catarsi collettiva per una città che ogni tanto vuole sentirsi effettivamente americana. Coney Island è un posto meraviglioso. Una stazione della metropolitana di capolinea grossa quanto una stazione di una città italiana medio-grande. Una strada che ti accoglie con negozi di souvenir – magliette di Brooklyn, magliette di Coney Island, magliette de I guerrieri della notte – vari chioschi di cibo tra cui un inquietante luogo in cui minacciano di friggere i popolari biscotti Oreo, il grande ristorante di Nathan’s dove, vuole la leggenda, nel 1916 – cento anni fa esatti – è stato inventato l’hot-dog ed è famoso anche perché appare in diversi film e serie TV e perché teatro della gara del 4 Luglio a “chi mangia più hot-dog” (record maschile di tal Joey Chestnut, a quota 73.5).

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Sono circa le 19 e la coda per mangiare è già sproporzionata pure per un paese abituato a mangiare presto (in effetti a New York mangiano a ogni ora, ma la “zona cena” è da sempre attorno alle 19). Tutti che aspettano, ordinatamente, di gustare l’hot-dog nell’anno del centenario bevendo la loro famosa limonata. La strada di Coney Island è occupata da grossi SUV che sparano hip hop a tutto volume. Sembra gente che gira in macchina senza obiettivo e meta. È venerdì sera e vogliono solo farsi un giro. Passano gli anni, cambia la musica, ma il senso resta quello. Giriamo attorno, ma non andiamo veramente da nessuna parte. Come la ruota panoramica. La Wonder Wheel.

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Foto: Hamilton Santià.

La Wonder Wheel è, assieme all’ottovolante Cyclone, il segno distintivo di Coney Island. La vedi in tutte le immagini. La vedi in tutti i film. Nella vita vera, è anche la prima cosa che vedi quando il treno si avvicina alla stazione. Il vero centro del quartiere. Da ammirare da tutte le direzioni possibili. La Wonder Wheel è posizionata al centro del Luna Park. Che è sia nome comune che nome proprio. Oltre all’hot-dog, infatti, è a Coney Island che è stato inventato il primo, autentico, luna park. Un luogo di divertimento per le famiglie newyorchesi. Un’appendice di studiata evasione per il buon borghese. Archeologia.

Adesso Coney Island, il suo Luna Park, la sua Wonder Wheel, i suoi hot-dog e il suo boardwalk sono il simbolo del nuovo sottoproletariato urbano. Teatro di dropout che i turisti osservano con quell’attenzione che si dedica ai fenomeni inspiegabili, fantasmagorici, come se non fossero “umani” ma un altro-da-noi. In realtà questa sorta di attrazione fatale per la “stranezza” antropologica di Coney Island è presto spiegata: Coney Island è una finestra aperta, una wunderkammer che mostra, concentrate, tutte le meravigliose contraddizioni della città di New York (forse è per questo che Lou Reed, che di queste contraddizioni è stato l’interprete più puntuale, ci ha dedicato un intero album) e al tempo stesso tutta la complessità degli Stati Uniti d’America che sarebbe delittuoso riassumere nel termine “coatto”.

 

 

Dal 2004 l’organizzazione non-profit Coney Island History Project si propone di raccogliere contributi di vario genere per costruire una vera e propria “storia orale” che accresca la consapevolezza e la popolarità del distretto. Sul loro sito internet si può trovare di tutto. Dai creativi urbani che affermano il loro legame col posto nonostante, a semplici passanti che raccontano il loro vicinato, spiegano la meraviglia di andare al Luna Park per la prima volta da ragazzi, cercano di far capire cos’è per loro Coney Island. Video. Contributi audio. Immagini di repertorio scattate dai membri dell’associazione o donate da chi semplicemente passava di lì o ha voluto rendere collettivo un pezzo privato della sua Coney Island. “Share and preserve your Coney Island memories by recording an interview in person or over the phone», scrivono. «We want to hear your Coney Island stories!”.

Agli americani piace molto la storia orale fatta dalle semplici persone, unendo puntini e cercando di disegnare un grande atlante collettivo delle esperienze. Le storie degli uomini senza storia per costruirne una più autentica, di Storia. In effetti, a New York, forse più che in qualsiasi altro posto, ognuno ha la sua storia. Lo spiega bene Giulio D’Antona nel suo ultimo libro Non è un paese per scrittori. La quantità di gente che scrive, negli Stati Uniti, è immensa. E la concentrazione di persone che scrivono a New York è ancora più grande. E scrivere è solo un modo per raccontare la propria storia, che a sua volta è solo uno dei modi che hanno le persone per essere, almeno per un istante, al centro del mondo. O per lo meno del proprio mondo. A Coney Island, questo istante, è il karaoke.

Il chiosco del karaoke è piazzato sul boardwalk, il vertice di un triangolo alle cui basi ci sono da un lato la Wonder Wheel e dall’altro il “piccolo” chiosco di Nathan’s, quello dove mangiamo, ed è composto da un palco in legno grande abbastanza per contenere almeno quattro persone (ho visto band anche abbastanza affermate suonare su palchi più piccoli) ed è circondato da qualche centinaio di persone (ho visto band anche abbastanza affermate suonare davanti a meno persone).

Il karaoke di Coney Island devi potertelo permettere, devi avere la street cred per salire su quel palco, devi conoscere le dinamiche interne e non fare la figura del douchebag.

La prima impressione, da osservatore distante, da europeo snob con una sua idea precisa sulla distanza culturale tra noi e loro, è di bollare tutto come “ridicolo”. Una Corrida. Dilettanti allo sbaraglio. In quanti semplicemente passerebbero oltre? Se decidi di restare quel minuto in più cominci invece a capire i meccanismi. Anzitutto la selezione all’ingresso. Tu non puoi semplicemente salire sul palco e cantare una canzone. No, tu devi andare a parlare col responsabile, un vero e proprio direttore d’orchestra che incita la folla, tiene il ritmo e si assicura che tutto vada per il verso giusto e convincerlo a farti cantare. Chiama tutti per nome, sapendo esattamente chi canterà cosa e soprattutto come.

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Anche se avessi voluto lanciarmi nella versione più appassionata del mio ufficiale guilty pleasure – per la cronaca: Don’t Stop Believing dei Journey ho l’impressione che non avrei semplicemente potuto farlo. Il karaoke di Coney Island devi potertelo permettere, devi avere la street cred per salire su quel palco, devi conoscere le dinamiche interne e non fare la figura del douchebag. C’è il giostraio che si lancia in una versione perfetta di Superstition di Stevie Wonder tenendo il palco con il carisma di uno che vent’anni fa ci aveva creduto davvero, di poter cantare per centinaia di persone ogni sera. C’è la ragazzina di dodici anni con le trecce bionde pronta per il Mickey Mouse Club che canta una canzone strappalacrime e americanissima col trasporto e la convinzione di chi ogni sera vede la ruota panoramica dalla finestra di camera sua pensando che prima o poi avrà la sua occasione per andarsene. C’è la coppia di ragazze afroamericane che canta Stay di Rihanna tenendo tutte le parti vocali e strappando calorosi applausi dal pubblico. Ci sono diverse interpretazioni mediocri ma fatte “col cuore” (perché negli Stati Uniti puoi anche fare schifo, ma se dai tutto sul palco il pubblico ti perdona) e fatte rispettando il codice non scritto del karaoke di Coney Island. Ma, soprattutto, c’è Mister Bobby Champagne.

Mister Bobby Champagne si presenta sul palco conciato da pornoattore anni Settanta vestito come Elvis a Las Vegas. Corona di fiori al collo. Baffo impomatato. Capelli ingellati. Il pubblico lo aiuta a salire e gli tributa l’ovazione prima che si metta a cantare. E Mister Bobby Champagne, a Coney Island, non canta, “interpreta”. E interpreta Quando, quando, quando. Proprio lei. Non nella versione di Tony Renis. Non nella versione di Pat Boone. Ma nella versione di Engelbert Humperdinck. Una versione da “spettacolo di varietà” con flauti, violini, aria di cabaret, luci al neon e divani di velluto stantio.

 

 

Ed è lì che capisco. Ed è lì che è tutto chiaro. I tre minuti che ti sono concessi al karaoke di Coney Island sono il tentativo che hai di essere al centro del mondo. Mister Bobby Champagne si muove sul palco senza grazia, con un senso del ridicolo che farebbe invidia alle insicurezze del 95% dei maschi del pianeta, ha una pancia alcolica pronunciata, suda copiosamente e canta due parole su venti ma è sublime: perfetto nel suo essere la quintessenza dello spostato. Uno spostato che per tre minuti è diventato il centro del mondo non come fenomeno da baraccone, non come freak, ma come parte di uno spettacolo che dura tutta la vita e non si ferma mai. Il karaoke di Coney Island è la catarsi. Il “segmento” dentro al flusso.

Finito il pezzo, Mister Bobby Champagne scende dal palco – sempre aiutato dal pubblico urlante – e si siede, improvvisamente triste, improvvisamente spento, su una sedia di plastica a lato, lungo il boardwalk, e beve birra. Il capo della baracca dice a tutti che è ora dei fuochi d’artificio. Parte l’inno americano. Tutti si girano e per mezz’ora, con la testa rivolta al cielo, guarderanno Coney Island celebrare se stessa come ogni venerdì da anni a questa parte.

Il treno che ci riporta Manhattan è pieno di turisti che tornano a casa. In Coney Island dei Massimo Volume, Emidio Clementi dice: “Tanto la vita è solo a una fermata da qui, basta una moneta per raggiungerla”. Le fermate diventano dieci, poi venti, poi trenta (ho perso il conto) e raggiungiamo Times Square. Veniamo investiti dall’eterna orgia di luci che aumenta la temperatura e illumina sempre tutto a giorno. Teatri, freak show (da esibizione), negozi di scarpe da ginnastica aperti anche di notte, spettacoli ambulanti, stazioni di polizia, centri di reclutamento dell’esercito, i cantieri dove si continua a lavorare e il fiume di persone che occupa ogni centimetro quadrato. Ci vuole un attimo per riprendere fiato e mettere a fuoco tutto. E alla fine a me sembra che la vita la si sia lasciata a qualche fermata da qui.