Commenti

Cleveland Days

Che cosa succederà durante la prossima grande convention repubblicana?

 

Le malelingue, quelle sono sempre al lavoro, hanno fatto circolare subito storie fuori d’ogni proporzione: “Durante i festeggiamenti a Cleveland hanno rubato una camionetta dei vigili del fuoco”, è stata una delle panzane più grandi. E poi c’era chi non sapeva, ma immaginava, e con il solito cinismo si augurava il peggio: risse tra balordi, polizia in assetto antisommossa, saccheggi. La verità era un’altra: di arresti, durante la festa per il primo anello Nba della storia cittadina, ce n’erano stati appena cinque. E sì, qualcuno un po’ alticcio, tra la East Ninth Street e Prospect Avenue, s’era arrampicato su un’autopompa. Ma non per rubarla, bensì per andarci a ballare sopra, in mezzo ad altri passanti scatenati che scattavano selfie con i tutori dell’ordine. Forse, ma solo forse, il pregiudizio nasceva dal fatto che i fan dei Cavaliers son quasi tutti neri e poveri.

È stato un mese di buone notizie, per Cleveland. I Cavs, indossatori di una lunga e secondo alcuni incrollabile catena di scalogne sportive, non pensavano che al Game 7 delle Finals quel fatidico mese di giugno si sarebbe concluso con un trionfo. Nel frattempo gli Indians – sponda baseball – hanno vinto ben quattordici gare di fila, stabilendo un nuovo record ed entrando nella sosta estiva al primo posto della Central Division. E, udite udite: i Monsters – squadra locale di una lega minore di hockey – hanno vinto la Calder Cup. Cosa sta succedendo? La città si è come cambiata il vestito e, svuotando le tasche della giacca che ha appena ritirato dalla lavanderia, vi ha trovato un telegramma dal Paradiso. Lo ha letto e riletto, e per un attimo non lo ha gettato via con un gesto d’incredulità: “È possibile che sia davvero questo il momento?”, sembra pensare. La sfiga, sotto forma anche di uno schizzo di fango, potrebbe arrivare da un momento all’altro, e allora Cleveland sarebbe certamente attorniata da reporter famelici e commentatori crudelissimi.

Perché questa è Cleveland, dove ogni colpo di buona sorte porta con sé il retro pensiero che non durerà e che ci sarà sempre qualcosa di storto destinato a succedere.

Che potrà mai succedere dal 18 al 21 luglio, durante la prossima, grande convention repubblicana che si terrà in città? L’ultima volta che Cleveland ospitò un’assemblea plenaria del Grand Old Party fu nel 1936, ma l’atmosfera sembra ricordare più quella del 1964, quando l’allora governatore dell’Arizona, Barry Goldwater, sconfisse la corrente moderata di Rockefeller e conquistò la nomination, solo per venire demolito da Lyndon B. Johnson alle elezioni generali di novembre. Due estremismi che si ricongiungono: oggi il partito si lacera su un candidato, Donald Trump, che non ha mai ricoperto cariche pubbliche o ruoli politici, che si sta facendo boicottare dai grandi vecchi del partito, e la cui violenza verbale sembra ormai incontrollabile.

Questa è Cleveland, dove ogni colpo di buona sorte porta con sé il retro pensiero che non durerà e che ci sarà sempre qualcosa di storto destinato a succedere.

Visto con gli occhi di Cleveland, l’evento sarà l’occasione del riscatto o del pasticcio definitivo? Il ballo d’una debuttante un po’ agé che convincerà tutti della ritrovata purezza, oppure finirà nel segno dell’orrido come la Carrie White di kinghiana memoria? Sono domande importanti per una città che da decenni sta cercando di convincere la nazione – nonché i suoi stessi residenti – che è finito il tempo della depressione e del declino. Per il resto del paese la convention sarà uno spettacolo come altri, forse solo un po’ più kitsch e fracassone del solito, ma per Cleveland sarà l’ennesima finale da vivere con affannosa trepidazione.

Certo, i fasti d’un tempo non torneranno facilmente. Nel 1920 la città celebrava la quinta posizione tra le cento più popolose d’America, e ora è appena al quarantottesimo posto. Non sarà certamente più la capitale delle industrie dei laghi, del petrolio e del commercio fluviale, il mastodonte che negli anni Cinquanta contava ancora un milione di abitanti: ora sono ridotti a circa un terzo. Eppure si parla di una downtown rivitalizzata, di un’atmosfera più hip, più cool. Una destinazione per amanti del cibo, persino, e una mecca dell’industria biomedica.

Il cuore della rinascita vorrebbe essere la rinnovata Public Square, un tempo bordello insormontabile di macchine e smog, e ora abbracciata da una manta di cemento e alberi che ne eleva gli spazi pedonali. Novecento camere d’albergo si sono aggiunte nell’ultimo anno, tra cui la torre di vetro a 32 piani dell’hotel Hilton che dà sul lago Erie. Un ente del turismo locale sta piazzando, in stile Hollywood, la scritta “Cleveland” in tre diverse località, tra cui l’Edgewater Park, un tempo puzzolente e inquinatissimo. Quartieri come Detroit-Shoreway, a ovest, e Tremont, poco più a sud di downtown, salito ai disonori della cronaca quando vi scoprirono tre ragazze tenute in prigionia per quasi un decennio, ora ospitano deliziosi festival borghesi e ristoranti etnici dal conto salato.

L’incendio del ’69 sul fiume Cuyahoga, di cui si disse che era così intriso di petrolio e spazzatura da aver preso fuoco con un mozzicone di sigaretta, fu il nadir di una metropoli già in crisi, che avrebbe visto enormi fette di territorio dilapidarsi e diventare inservibili. Ma ora “The Land”, come la chiama il Figliol Prodigo LeBron, è in piena fase di gentrificazione. Chiedere, in caso di dubbi, a chi vive in quartieri come Ohio City, Gordon Square, Larchmere o nella Little Italy di Murray Hill, dove secondo lo chef Mario Batali si mangia la cassata siciliana più buona di tutte.

Se la eco degli scontri tra movimenti e polizia e i morti di Dallas fanno temere il peggio, e gruppi di omaccioni bianchi arrabbiati come i Bikers For Trump fanno oggettivamente paura, la città, seppur blindata, sembra avvolta da un’atmosfera di pacioso ottimismo. “Non è vero che Cleveland non riesce ad attrarre un sacco di lavoratori qualificati”, mi racconta Kimberly, un’amica quarantenne che vive con marito e figli a Murray Hill. “Abbiamo una delle migliori orchestre del mondo, un sistema museale tra i più belli d’America dopo quello di New York, un’industria medica in piena espansione e una cultura tra le più variopinte”.

Si parla di una downtown rivitalizzata, di un’atmosfera più hip, più cool. Una destinazione per amanti del cibo, persino, e una mecca dell’industria biomedica.

Nonostante la rivalutazione del centro e di aree più alla moda come University Circle – sede della Cleveland Clinic e di musei prestigiosissimi che danno lavoro a migliaia di persone – la seconda città dell’Ohio ha ancora una lunga strada da percorrere per liberarsi dello spettro del decadimento urbano. Un abitante di Cleveland su tre vive infatti in povertà, e ci sono disparità fortissime tra il lato ovest, a maggioranza bianca e ispanica, e quello est, che negli ultimi vent’anni è diventato a stragrande maggioranza nera. Come molte città-carcassa della Rust Belt anche Cleveland è segregata, e l’omicidio del dodicenne Tamir Rice nel 2012 da parte della polizia, rimasto impunito, è stato tra i prodromi delle grandi proteste di Black Lives Matter.

Se perdere 23 abitanti in un giorno non è un dramma per città come New York o Chicago, lo è per Cleveland che ne ha visti scappare tanti, tutti i giorni, di media, dal 1970 al 2013. Tra le grandi città americane solo Detroit, dal 2000 al 2010, si è rimpicciolita di più. A Cleveland nel 2007 la crisi immobiliare ha colpito con particolare ferocia: una mappa con tutte le case ipotecate quell’anno – un puntino rosso per ogni sfratto – sembra la faccia di un bambino affetto da morbillo. Nel 2008, delle 21 zone postali più colpite da ipoteche negli Stati Uniti, sette appartenevano a Cleveland.

Robert, un trentacinquenne di Tremont che da molti anni ospita turisti per mostrargli una Cleveland lontana dagli stereotipi, non è molto entusiasta: “Sì, la città è perfetta per giovani professionisti che trovano lavori ben pagati, alla Nasa, alla Clinic, a Metrohealth, ma conosco molte famiglie che trovano la qualità dei servizi troppo scadente, c’è un freddo schifoso per sei mesi l’anno, e molti afroamericani come me stanno per essere cacciati via dai prezzi troppo alti”. Kimberly dissente: “La speculazione non è così veloce come quella di altre città. Splendide villette in vendita a 200.000 dollari convivono con altre più modeste ad un quarto del prezzo. Ci sono sacche di reddito alto, ma non così concentrate come a New York o Chicago”.

Con tutto questo fermento, vero o presunto, hanno senso le magliette in vendita a pochi passi dalla Quicken Loans Arena, dove si terrà il meeting, che recitano: “Cleveland is my Paris”? Piaccia o no la percezione è sempre un po’ realtà, e c’è tanto lavoro da fare per i responsabili del marketing.