Foto: Fabrizio Gabrielli.
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Bella città d’incanto?

Non puoi che arrenderti a Civitavecchia.

 

Quando ero un ragazzino il mio posto preferito di Civitavecchia era il molo sul quale era stata dipinta, in vivido technicolor, la scritta «Welcome to Civitavecchia Harbour, the <3 of Italy». La scorgevo soggiungendo da Nord (in quegli anni non vivevo a Civitavecchia, ma pensavo sarebbe stato un posto perfetto in cui stabilirmi e mettere su una famiglia, cosa che di fatto è poi avvenuta, per quanto l’entusiasmo col passare degli anni ne sia uscito mitigato), la intravedevo affacciarsi dietro il palazzo della sambuca Molinari. Al di là dell’uso pionieristico dell’emoji a cuore, mi piaceva il suo essere propaggine accogliente. Immaginavo che i turisti americani, dagli oblò dei cetacei da crociera, l’avrebbero trovata sinceramente nice.

Oggi, invece, se mi trovo a passare per il centro in bicicletta faccio sempre in modo di lambire altri due luoghi feticcio. Uno è un palazzo dalle parti di Calata della Rocca, proprio dietro il porto – che nel frattempo si è ingigantito – dalle linee morbide come un’architettura di Gaudì, tutto incrostato di salsedine e smog, che costeggio quando vado al porto antico, dove attraccano i pescherecci, a comprare il pesce fresco. L’altro è una palazzina liberty al principio di Lungomare Thaon de Revel, l’epicentro della movida civitasvetulina, la passeggiata per eccellenza, che al tramonto, certi giorni, sembra el Malecón de L’Avana. Credo di amarli, e odiarli al contempo, per la loro capacità di rappresentare l’anima di questa città, la cui grammatica estetica funziona per sottrazione. A civvù, come la chiamano oggi quelli della generazione successiva alla mia, non riesco a capire se con affetto o aria di scherno, tutto ciò che è si definisce a partire da cosa non è.

Non penso siano molte le città che hanno una specie di inno: Civitavecchia sì, è una canzone degli anni ‘30 e si chiama Civitavecchia Mia. Come tutti i canti elegiaci esalta i valori positivi, portatori di una presunta genuinità: pesce fresco, ragazze belle, gente assai de còre. Aria di mare che fa scorda’ le noje. Ma la vera chiave interpretativa è nascosta nell’intro, sul quale nessuno si concentra mai, una premonizione che suona giustificatoria: «Se dice, giovinò che a sto paese noi sèmo mardicenti e chiacchieroni, c’avemo tutti ’n sacco de pretese che qui se vive ’n brutte condizioni». Il resto della canzone diventa allora solo un tentativo, convincente il giusto, di smentire – come si dice qua sbuciardare – i pregiudizi. L’aspetto preoccupante è che i primi a essere dubbiosi sull’effettivo valore di questo posto sono proprio quelli che lo abitano.

 

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Civitavecchia Mia racconta un piccolo mondo antico ameno e idilliaco. Quel che Civitavecchia, a patto che sia mai stata qualcosa del genere, di preciso sia diventata oggi non si capisce troppo bene, se non che sia una città-paese, che non può dirsi del tutto città ma neppure propriamente paese. Forse per via di un destino (forzatamente) ibrido, che ha tenuto città e cittadini per mezzo secolo in bilico tra il siderurgico e il leisure, tra la produzione energetica e un mare in cui mostrare le chiappe chiare (sembra che Tutti ar mare sia nata durante un viaggio in treno da Roma a Civitavecchia); un’indecisione identitaria che ha finito per determinare ineluttabilmente le dinamiche di crescita, espansione, consapevolizzazione tanto del contenitore quanto del contenuto.

Quando una donna si guarda allo specchio trovandosi meno attraente che in passato può reagire in due maniere antitetiche.

Da una parte può sempre addossare la colpa a qualcun altro (il tempo, i detrattori), dall’altra può autoconvincersi che non ci sia niente di più semplice del capire come risollevare le proprie sorti. Lo stesso vale per Civitavecchia: per quanto da vent’anni l’iperbole dello sviluppo cittadino sia in assoluta controtendenza rispetto a quella del suo vicino porto, oggi superiore in Europa anche a Barcellona e Genova in quanto a traffico crocieristico e volume di passaggi stimati, rispetto alla città un gemello siamese chirurgicamente separato e finito per rivelarsi più di successo, con più appeal.

Civitavecchia non ha un vero e proprio centro storico (è stata pressoché completamente distrutta dai bombardamenti degli Alleati nel maggio del ’43), non ha monumenti, eppure trasuda un anelito di grandeur piccola piccola, che quando abbraccia il checevòismo si mette ancora più a nudo, mostrandosi in tutta la sua commovente provincialità.

 

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Sebbene il cicaleccio lamentevole a Civitavecchia sia una pratica radicata, esercitata a più livelli tanto dagli autoctoni quanto dagli abitanti occasionali, credo che anche l’odiare il luogo in cui si vive sia qualcosa di eminentemente provinciale.

Mark Twain, che si trovò a passare da civvù a metà del diciannovesimo secolo, nel suo diario di viaggio The innocents abroad appuntò una riflessione che ancora oggi trovo assai conturbante. Dovrebbe darmi fastidio, invece mi fomenta, perché mi fa pensare che l’impressione che la mia città possa destare nei nuovi innocenti all’estero, i crocieristi wasp e over ’70, potrebbe non essere poi molto diversa.

«Civitavecchia è il più orribile covo di sporcizia, di insetti, di ignoranza in cui ci siamo imbattuti finora, eccezion fatta per la dannata Tangeri, che tanto le assomiglia». Una stroncatura dalla forza distruttiva notevole. Poi rincarava pure la dose: «Qui la gente vive in vicoli larghi due iarde, dal sentore caratteristico e poco attraente. I vicoli non devono essere più larghi, perché già così sono impregnati di un tanfo al limite della sopportazione e naturalmente, se fossero più ampi, ne conterrebbero di più e la gente morrebbe. Questi budelli di strade sono lastricati di pietre rivestite a mo’ di tappeto da gatti morti, stracci, verdura marcia, suole di scarpe vecchie, il tutto infradiciato dalla risciacquatura dei piatti».

Deve essere stato questo il contesto che si è spalancato di fronte agli occhi, e all’olfatto, anche di Marie-Henri Beyle. Stendhal è stato console di Civitavecchia, che all’epoca era il porto dello Stato Pontificio (the <3 of the Vatican), dal 1830 al 1839. Nove anni che devono averne ridotto allo stremo i nervi, l’intelletto, in una parola la vita. Chiamava Civitavecchia l’abeille, l’ape, perché aveva notato delle api scolpite nello stemma dei Barberini sul maschio di Fortezza Giulia e gli era venuta questa metafora, della quale deve essere stato orgoglioso: allo stesso modo in cui l’ape succhiando il nettare dai fiori ne decreta prima la perdita del profumo e poi l’appassimento, questo coacervo di sporcizia e ignoranza gli riduceva l’esistenza a un nugolo di attività assai malinconiche, tipo annoiarsi, sognare luoghi altri, cercare pretesti per andarsene.

 

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Viveva in Campo Orsino, l’antico quartiere intorno a Piazzetta Santa Maria, dove prima dei bombardamenti c’erano la fabbrica della sambuca Manzi e un teatro piccolino, tutto in legno.

«Dalla mia finestra ho una bella vista, sento un’aria gradevole. Getto nel mare i raspi di un’uva eccellente che ci viene portata dall’Isola del Giglio, a 20 leghe da qui. La vedo dal mio balcone».

Il suo capolavoro d’astio per questo luogo che era diventato la sua prigione è tutto in una lettera a Sophie Duvaucel del 1834: «Mi toccherà vivere e morire su queste rive solitarie? Lo temo. In tal caso mi toccherà morire inebetito dalla noia e dall’incomunicabilità delle mie idee. Non pretendo affatto che siano buone: ma tali sono, e quand’anche gli abitanti di Civitavecchia si mettessero insieme non potrebbero comprendere la più semplice delle mie idee».

I civitavecchiesi, a Stendhal, negli anni hanno intitolato una strada, un’osteria che ha chiuso qualche tempo fa, un premio letterario di dubbio prestigio, associazioni culturali, addirittura l’istituto alberghiero locale porta il suo nome. Me lo immagino rigirarsi senza pace nella tomba.

È come se qualcuno scrivesse sulla nostra bacheca Facebook che gli stiamo sul cazzo, e noi mettessimo mi piace.

* * *

A Civitavecchia puntare in alto sembra essere la pretesa minima sindacale, ma anche una colpa al contempo. Per questo credo che sia filosoficamente coerente il fatto che i simboli di questa città, dal passato al presente, siano sempre stati totem posticci che con la loro verticalità squarciano la pacata orizzontalità del mare: statue didascaliche, monumenti all’oblio oppure gioghi cinquantenari.

La visione più completa che si può avere di Civitavecchia è quella che ti si spalanca agli occhi soggiungendo da mare, non importa che tu sia a bordo di un peschereccio, un mastodonte da crociera, un vuzzo per la pesca a sfilaccione, una chiatta da coffa, un veliero scuola di navigazione o un traghetto, e include per forza di cose la ciminiera di Torre Valdaliga Nord, che ne segna il confine settentrionale, epitome della schiavitù economica, occupazionale, morale della città al fabbisogno di produzione energetica nazionale. Quando a metà degli anni Zero è stata riconvertita – al termine di un lungo e dibattuto processo autorizzativo – a carbone, faglie insanabili si sono spalancate all’interno dello status quo sociale civitasvetulino. Lo scontro tra ambientalisti e figli dell’agio provocato da un posto all’Enel, simile a quello inscenato in molti altri centri che ospitano poli energetici, eppure rispetto ad altrove più scialbo, più avvolto nell’ovatta dell’indifferenza, ha avuto il poco invidiabile pregio di mettere a nudo, ancora una volta, un livello di incoerenza e volubilità delle posizioni simili a quelle che Stendhal aveva saputo riconoscere nel popolino che gli ballava le tarantelle sotto casa.

Un altro totem posticcio che ben racchiude (o dovrei forse dire che ben ha racchiuso) l’ésprit cittadino è una statua dal nome significativo, Unconditional Surrender, che ha troneggiato per un periodo di tempo lungo abbastanza da lasciar intendere che sarebbe stato per sempre al centro del waterfront che costeggia tutto Viale della Vittoria, una lingua pretenziosa di palme e spiagge di ciottoli di fronte al Ghetto, l’unico al mondo edificato per accogliere una comunità ebraica che non arrivò mai (e che diventò perciò il luogo d’elezione dei pozzolani, i pescatori saliti da Pozzuoli per la pesca stagionale delle alici).

Unconditional Surrender, l’opera di Seward Johnson II, è una versione 3d, in polistirene espanso, della famosa foto di Eisenstaedt in cui la crocerossina si lascia baciare con trasporto dal marinaretto a Times Square il 14 agosto del ’45, il giorno della fine della Guerra, il giorno in cui i giapponesi firmarono una resa, appunto, incondizionata.

 

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Non sono mai riuscito a capire fino in fondo se la statua di Johnson II fosse più kitsch o più pop. Se per pop intendiamo popolare, in quel senso fin quando non è stata rimossa (con sollevazioni popolari forse più feroci di quelle per la conversione a carbone di TVN) è stato praticamente l’highlight più prestigioso della città, meta di turisti e locali che facevano letteralmente la fila per farsi immortalare cristallizzati nella posa di un bacio appassionato, riproduzione in scala venti a uno di una scena già di per sé prodotta in scala uno a venti, un notevole mindfuck.

(Un chilometro più a sud, verso Roma, al termine di Lungomare Thaon de Revel, c’è una chiesa intitolata ai Santi Martiri Giapponesi. Civitavecchia è gemellata al comune di Ishinomaki, e il fatto che al centro della città, equidistante tanto da un simbolo di prossimità alle sorti nipponiche quanto dall’ansa del porto in cui, prima dei bombardamenti, si erigeva un maestoso arsenale progettato dal Bernini, sia stata piazzata una polaroid così puntuale di un momento storico tutt’altro che felice per la città, mi è sempre sembrato irrispettoso, per noi e per la Storia).

Quando facevo le elementari cominciavano a menarcela già da febbraio con una storiella. Ogni anno cambiava modalità espressiva, si aggiungevano particolari, se ne delineavano meglio i contorni, ma la faccenda era sempre la stessa: è l’Ottocento-E-Qualcosa e Civitavecchia si chiama ancora Centumcellae. È un borgo di pescatori, gente affabile, povera ma sincera, come i pesci sciabola. E all’orizzonte vedono arrivare delle navi, imbarcazioni grandi, poderose: e gli si fanno incontro, i pescatori, con le reti e le otri col vino, gli fanno dei sorrisi larghi, i centumcellini, gente curiosa ma ospitale, con gli stranieri. E questi con le grandi navi li fanno salire a bordo, li abbracciano forte, li ringraziano e poi li squartano vivi e ne buttano le carcasse in mare, i pirati saraceni, che poi issano la bandiera con la falce di luna e i ragazzini che sono in spiaggia a giocare a piedi scalzi la scorgono da lontano, se ne accorgono, che son pirati, e mammaliturchi!, gridano allora, mammaliturchi!

 

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A Civitavecchia hanno trovato rifugio, e terreno fertile per la razzia, in molti: la città si è espansa per accoglierne i flussi, le mura si sono allargate, sono state abbattute, nuovi edifici sono stati appositamente costruiti.

Civitavecchia non ha mai saputo opporre resistenza. Tranne forse il giorno in cui gli Arditi si sono barricati e hanno fermato, almeno per un attimo, almeno qua, l’arroganza della marcia su Roma.

Escluse poche sporadiche occasioni, il mood della città è stato quello di offrirsi con una resa incondizionata.

Anche se ero solo un ragazzino mi sono sempre chiesto, a più riprese, come fosse possibile che nonostante la prossimità col Papato, nonostante i terribili racconti che giungevano dalla vicina Toscana sulle barbarie che i saraceni perpetravano nelle loro scorribande a terra, come fosse possibile – mi chiedevo – che i centumcellini non c’avessero pensato neppure minimamente, a che fossero pirati, quelli che s’affacciavano dall’orizzonte.

Mi sono fatto l’idea che dev’essere stato in quel giorno di razzia e devastazione che nelle viscere di chi vive queste terre, come spermatozoo che feconda l’ovulo ignaro, s’è compiuto il miracolo di fotosintesi clorofilliana con cui s’è cristallizzata la certezza, la consapevolezza, che forse a Civitavecchia non c’è da far altro, altro che arrendersi.

Oppure fuggire, se le gambe t’assistono.

Altro che bella città d’incanto.

 

Foto dell’autore.